Venerdì, 17 Settembre 2021
Mediamente vostro

Opinioni

Mediamente vostro

A cura di Francesco Miuccio

L'uomo dai calzoni corti sulle montagne di sabbia, cronaca da un set speciale

Nell’aprile del 1957 il grande cinema delle coproduzioni internazionali giunse sulla costa tirrenica messinese restituendo al pubblico la bellezza incontaminata di una spiaggia che resiste ancora alle speculazioni imprenditoriali ma non a quelle politiche e culturali. Testimonianze e curiosità

Sul set col regista a destra e i tre attori professionisti

Quella spiaggia a Messina la conoscono tutti ma la storia di quando fu scelta dal cinema merita una riscoperta.

Ad una ventina di chilometri dalla città, all'estremità nord orientale dell’isola, le “Montagne di sabbia” di Capo Rasocolmo, che scivolano sino alla riva dove la spiaggia disegna una falce, si raggiungono lungo l’ultimo tratto non asfaltato della  strada che attraversa il piccolo villaggio di San Saba oppure arrivando dal mare per tuffarsi dalle barche in quelle acque cristalline.

Un luogo incontaminato che resiste alle speculazioni imprenditoriali ma non a quelle politiche e perfino culturali, come dimostra la polemica del luglio scorso con la multa comminata con solerzia e severità dai vigili urbani in trasferta a due praticanti del credo naturista, comunità che da anni ha eletto a proprio ritrovo questa spiaggia, specie prima e dopo il picco agostano delle frequentazioni.

La più recente occasione in cui questo set naturale abitò il grande schermo fu quando il messinese Francesco Calogero nell’estate del 1988, vi ambientò una breve scena del suo secondo lungometraggio, Visioni Private. Protagonista è una troupe impegnata a girare una trasposizione del Faust di Goethe ma gli attori, tra i quali Christian Bisceglia, che oggi firma il celebrato horror Cruel Peter, si muovono in uno spazio scenico non dichiaratamente siciliano, neutro sebbene potente.

Fu invece più di trent’anni prima, in una manciata di giornate dell’aprile del 1957, che il luogo protagonista della nostra storia conobbe una più sincera dichiarazione d’amore declinata da una macchina da presa.

Il set alle montagne di sabbia

Dal continente erano sbarcati a Messina, e di lì sino ai villaggi della costa tirrenica, San Saba e la gemella Rodia, il regista Glauco Pellegrini, impegnato a filmare un suo copione scritto insieme al grande sceneggiatore Ugo Pirro, lo storico direttore della fotografia Carlo Montuori, quello di Ladri di biciclette ma attivo già all’epoca del muto, un giovane aiuto regista e futuro grande autore, Paolo Taviani, e gli attori romani Irene Cefaro,  reduce da Il bidone di Fellini, Franco Balducci, viso allungato da caratterista che lavorerà in tanti spaghetti western e soprattutto, accompagnato dalla madre che lo seguiva su ogni set, il più famoso attore bambino dell’epoca, Edoardo Nevola, rivelatosi due anni prima nel ruolo di Sandrino, il figlio di Pietro Germi, regista e attore protagonista de Il Ferroviere. Il piccolo Nevola, che quando giunge in Sicilia ha soltanto dieci anni e altri film alle spalle, ancora nel ruolo del figlio di Germi in L’uomo di paglia, terminato appena prima di scendere a girare al sud, e pellicole accanto ad Aldo Fabrizi e Maurizio Arena, ha la bella parte de L’uomo dai calzoni corti, per indicare il bimbo maturato anzitempo dagli eventi avversi, che dà il titolo al film. Interpreta Salvatore D’Esposito, per tutti “Pagnottella”, un orfano abbandonato in un brefotrofio di Caltanissetta (dove sono ambientati e girati i primi cinque minuti del film) da cui fugge alla ricerca della madre di cui conosce solo il nome e una presunta residenza napoletana. Senza mai perdere la speranza di trovarla attraverserà la penisola sino a Venezia.

Si trattava di una coproduzione italo - iberica, come dimostra la presenza di diversi comprimari spagnoli, quella più importante di Francisco Rabal, nel ruolo di un camionista che aiuta il ragazzino e sogna persino di adottarlo e la lavorazione di alcune scene in interni che era stata spostata dalla produzione a Madrid.

I ricordi di Pagnottella

Edoardo Nevola, oggi settantatreenne, raggiunto telefonicamente da MessinaToday nel suo studio di registrazione romano dove prepara uno spettacolo musicale da portare in teatro, risponde volentieri.

“La Sicilia per me – racconta – fu un impatto molto forte. Ricordo la bellezza di questa lunga spiaggia, non ne ho mai più vista una così incontaminata. Giravamo le scene nei villaggi della costa e poi tornavamo in albergo a Messina, al Jolly”.

Edoardo ricorda le riprese come molto impegnative, “perché - ci racconta - il regista Glauco Pellegrini mi coinvolgeva in un serrato lavoro quotidiano di immedesimazione nel personaggio” (anche se non si era ai livelli crudeli di De Sica che estorse le lacrime al piccolo Enzo Scajola mentendogli su un’improvvisa morte della mamma, ndr.).

“E’ un film al quale sono molto affezionato, perché riesco ad esprimere al meglio la mia personalità di giovane attore, che oggi mi riconosco senza false modestie quando mi capita di rivedere quei film. Pensi che Mauro Bolognini, dopo avermi diretto in una scena girata col famoso pugile Tiberio Mitri in Guardia, Guardia scelta, brigadiere e maresciallo, condivise il suo rammarico con mia mamma per non aver previsto per me altre scene in copione”.

E in effetti Nevola, nella parte del piccolo orfano “Pagnotella”, offre un’interpretazione davvero aderente, muovendosi con equilibrio dentro  le scene di una storia densa di accenti patetici.

Una serie di eccezionali  compagni di scena

Dopo la dozzina di minuti girati alle montagne di sabbia e a Rodia (dove nella piazza principale dietro l’edificio, allora assente, di quello che è oggi il bar principale del paese, fu scelta la casa in cui si girarono la scena del pranzo e quella della notte della fuga d’amore) il viaggio del piccolo Uomo coi calzoni corti continua, dopo l’imbarco sulla motonave Scilla al porto di Messina, prima sino a Napoli dove il timido ragazzino romano recitò nientemeno che con Eduardo De Filippo che nel film ha il ruolo di un puparo scostante e capriccioso, a Roma dove le sue scene sono duetti con il bonario truffatore reso mirabilmente da Memmo Carotenuto, in una casa di una Milano ricostruita in Spagna dove giunge sul camion di Francisco Rabal e infine, seguendo il suo invincibile desiderio di ricongiungimento filiale, sino a Venezia (città d’adozione del regista che la filma con amore) dove troverà finalmente la sua mamma, che il copione ci rivela essere una ragazza madre di Mazara Del Vallo, anche se occorre uno sforzo dello spettatore per immaginarne la sicilianità nel volto di Alida Valli, che nella vita reale era una nobile di origine tirolesi ed istriane.

Per dar voce a Pagnottella, Edoardo si doppiò da solo: “Già da allora - spiega - mi immersi nella tradizione della grande scuola di doppiaggio del nostro paese. Per questo film fui diretto dal grande Stefano Sibaldi, attore nel cinema dei “telefoni bianchi” e dei radiodrammi dell’EIAR e della Rai del dopoguerra, e in seguito doppiatore di Danny Kaye, Sinatra, Glenn Ford. Col tempo - dice Nevola - il mondo del doppiaggio è cambiato in peggio, aprendosi non di rado a mesterianti senza solide basi attoriali. Io però mi sono prese le mie soddisfazioni, specie quando Rossella Izzo mi coinvolse nell’edizione italiana del popolare telefilm Willy, il principe di Bel-air, in cui oltre a doppiare il protagonista Will Smith, composi e cantai la sigla italiana che mi diede l’occasione di dimostrare il mio talento di musicista (Nevola aveva cantato nei musical Orfeo 9 di Tito Schipa Jr. e nella compagnia di Hair accanto agli ancora sconosciuti Loredana Bertè e Renato Zero, e più tardi incidendo proprio per la Zerolandia con lo pseudonimo di Yo Yokaris, ndr.).

”Oggi - ci dice - sono soprattutto un musicista, costretto a rimandare progetti per questa pandemia, anche se ho anche continuato a doppiare, dando la voce ad attori come Steve Buscemi, Philip Seymour Hoffman, Martin Short, ancora Will Smith in Made in America, ma anche il pappagallo Paulie nell’omonimo film, e nei cartoni di Ed, Edd & Eddy e I Cuccioli dove presto la voce al coniglio Cilindro”.

Tornando a L’uomo dai calzoni corti, Nevola ammette che al botteghino il film non ebbe fortuna, perché - spiega -  “la vicenda fu ritenuta troppo simile a quella immaginata da Edmondo De Amicis per il suo Dagli Appennini alle Ande, del quale proprio quell’anno era stata girata una versione firmata da Folco Quilici. Ma nel tempo è stato rivalutato, quando lo redistribuirono con un titolo meno sofisticato, ‘L’amore più grande’”.

Nel congedarsi, l’ex pagnottella non scorda di omaggiare l’isola che lo accolse: “Della Sicilia, ricordo il buon cibo, in particolare la fragranza del pane fatto in casa e un pupo molto bello che comprai a Messina. E’ un’isola dove vivrei, pieno di persone belle ed eleganti, di grande vitalità, altro che sciocchezze sulla mafia!!”. Sollecitato sui suoi piccoli colleghi, reclutati tra i figli dei pescatori, tiene a precisare; “Con loro non mi diedi mai delle arie. Ero stato educato da mia madre ad essere discreto e mi trovavo in imbarazzo ad interagire con miei coetanei così spontanei ed espansivi, ma stavamo bene insieme”.

I testimoni di quei giorni

Ma se Edoardo Nevola può raccontare solo di una breve vacanza trascorsa sulle coste dei villaggi messinesi, c’è chi visse quei giorni come una straordinaria irruzione della magia del cinematografo nella quiete di una comunità composta da poche dozzine di persone dalle esistenze semplici.

Siamo andati a cercare qualche testimone diretto di quel set, con l’aiuto prezioso del signor Matteo Salvo, il cui cugino Giovanni, oggi scomparso, partecipò alle riprese, che negli anni ha coltivato con passione la memoria di quel film che restituì la bellezza di quei borghi: “nel 2003 - racconta Salvo -  riuscimmo a procurarci, grazie all’aiuto di Ninni Panzera di Taormina Arte, una copia in sedici millimetri del film che era custodita in un archivio di Catania. Lo proiettammo in canonica a Rodia grazie al parroco Cleto D’Agostino, alla presenza di diversi partecipanti alle riprese del ’57. Invitammo anche Nevola ma non gli fu possibile intervenire”.

Grazie alla rete fitta di rimandi di parentele e conoscenze antiche e superstiti, messa in moto dal signor Salvo tra gli abitanti di San Saba, di Rodia e della vicina Villafranca, siamo riusciti a rintracciare alcune comparse locali, allora ragazzi e ragazze, che hanno saputo restituire l’atmosfera di quelle giornate particolari di cui si continuò a parlare a lungo e che ancora oggi fanno riaffiorare non pochi aneddoti.

Un professore di dodici anni

Nella piazzetta di Rodia, proprio a due passi dalla casa in cui Pellegrini girò le scene in interno, incontriamo il professore di fisica in pensione Lorenzo Piraino, che avevamo apprezzato all’opera in una tenera scena corale del film, sulla spiaggia di Capo Rasocolmo, nella parte di “piscialetto” come nel copione viene scherzosamente ribattezzato da una ragazzina che interpreta sua sorella (la spontanea Artemide Scandariato arrivata come Edoardo Nevola al seguito della produzione e che apparirà due anni dopo ne Il vedovo, con Alberto Sordi e Franca Valeri, prima di chiudere la sua breve esperienza nel cinema).

“Ero l’unico che andava alle medie, avevo dodici anni e frequentavo l’istituto Galatti a Messina – ci racconta, signorile e generoso rievocatore di quei giorni - così, in ragione della mia capacità di sostenere un breve dialogo senza inciampare nelle battute, fui scelto per la scena in cui rompo un remo che il personaggio di Pagnottella, appena arrivato in carretto, si offre di riparare grazie alla sua esperienza di piccolo falegname costruttore di bare all’orfanotrofio di Caltanissetta. Sa - rivela - non si trovava facilmente un pescatore che offrisse più di un remo da sacrificare alle esigenze sceniche ed era quindi necessario girare quella scena in un solo ciak, senza possibilità di repliche. Andò bene, e un signore della produzione disse a mia madre che per me c’era la possibilità di continuare a fare del cinema a Roma e che mi avrebbero fatto studiare a spese loro. Ero il sesto di sei figli di una famiglia di pescatori e non ero certo considerato il primo a cui trovare lavoro. Non se ne fece nulla, del resto per noi gente semplice era una proposta sospetta, e in fondo ringrazio mia madre di non averla considerata. Fu bellissimo rivedermi insieme al pubblico di tutti i paesi della costa sullo schermo del Cinema Aurora di Villafranca”.

Gli amanti fuggiaschi

A Capo Rasocolmo furono girate, oltre alla scena corale di Nevola e del gruppetto di ragazzini, tra i quali il professore Piraino ricorda anche un piccolo originario di Barcellona (riccio e robustello lo si può ben distinguere che ride quando il piccolo fuggiasco Salvatore rivela il suo buffo soprannome) altre belle sequenze dove l’incanto naturalistico della spiaggia e delle montagne di sabbia e gli scogli che inoltrandosi sulla rena incorniciano la battigia più appartata della frazione di Muti (quella della proverbiale multa ai nudisti, questo luglio) è esaltato dal mestiere del direttore della fotografia Montuori. Protagonista di queste scene è soprattutto la giovane Irene Cefaro, ex Miss Roma, reduce da un ruolo gustoso come figlia di Totò in Destinazione Piovarolo. Qui, quasi alla fine della sua effimera parabola di attrice è Stella, figlia di pescatori, innamorata dello spiantato Pasqualino, il citato Franco Balducci, ma promessa ad un anziano possidente, tale Don Calò. Di questo corteggiatore respinto aleggia la presenza ma lo sentiamo soltanto citare dalla madre della giovane, un’altra attrice professionista giunta sul set, Assunta Radico (già madre del personaggio di Maria Goretti in Cielo sulla palude e ancora ne Il cammino della speranza di Germi) che dispensa lezioni di realismo sentimentale: “o ti sposi Don Calò o resti zitella, Pasqualino è un disperato, io mi sono sposata per amore ed eccoci quà” le dice indicando la povera tavolata di ragazzini ai quali serve la pastasciutta e tra i quali siede titubante un malinconico Pagnottella.

I due giovani amanti amoreggiano vicino agli scogli e sono sbeffeggiati dai bambini che li hanno raggiunti in barca, mentre sono impegnati una scena vagamente sensuale sulla sabbia bagnata che abbiamo scoperto essere stata scorciata dalla famigerata commissione di censura dell’epoca (un taglio buono per il finale di Nuovo Cinema Paradiso).

L’apoteosi drammaturgica di questo amore povero e contrastato, di cui Stella confida la pena al piccolo Salvatore che la rincuora a suo modo (“E io? Mia madre non l’ho mai vista, così non so nemmeno se mi vuole bene. Può essere pure che quando mi vede mi dà un sacco di botte, come la tua”, recita uno strepitoso Nevola strappalacrime) e si offre di aiutarla credendo di poterne approfittare per mettersi sulle tracce materne, è una sicilianissima “fuitina” che si consuma in una notte che, con i soliti trucchi tecnici del cinema, i filtri della cosiddetta “notte americana” che oscurano riprese in realtà girate con luce naturale e che scenicamente paiono rischiarate solo dalla luce delle lampare. “Fatti sposare subito!” sentiamo gridare dalla spiaggia, senza oggi trattenere un sorriso, da una madre ormai rassegnata e col fiatone, mentre Pagnottella resta piangente sulla rena e dovrà salutare la Madonnina del porto messinese per scalare il continente.

L’aiutante di scena e la piccola comparsa bionda

“C’erano pannelli riflettenti, fari per la luce artificiale e sulla sabbia erano montate le rotaie dei carrelli con cui si filmavano le corse sulla spiaggia - ci racconta seduto sul muretto del paese il signor Nino Giacoppo, allora quattordicenne aiutante di scena - e tutto questo materiale tecnico veniva custodito in un capanno di mia cugina Nunzia a Capo Rasocolmo. Io fui pagato  per tenere il timone della barca nella scena della fuga di Stella e Pasqualino”

“Furono giorni bellissimi, il set era una famiglia - ci racconta un’altra piccola comparsa del gruppo di bambini, la signora Letteria Lucà (la si scorge biondina in primo piano in una scena sulla barca accanto alla Scandariato), che ci ha ricevuto nella sua casa di Villafranca – non ricordo Edoardo come un bambino superbo, io ci giocavo, me lo ricordo a ruzzolare lungo le montagne di sabbia, e si assentava solo quando la mamma lo chiamava per le lezioni private di scuola che seguiva nelle pause di lavorazione. Anche il regista Glauco Pellegrini o la signora Assunta Radico che recitava nella parte di nostra madre erano gentili e protettivi. Pensi - continua la signora Lucà oggi nonna felice - che quando fui ricompensata con ben 36.000 lire dell’epoca mi scortarono preoccupati sino alla porta di casa. Mi ricordo i pranzi tutti insieme a Capo Rasocolmo con i cestini della produzione preparati alla bottega e la magia della scena della notte della fuga di Stella, nella casa di Rodia, con noi tutti a fingerci addormentati alla luce delle lampade a petrolio. Della dolce Irene Cetaro conservo da qualche parte una foto con dedica”.

I racconti dal set

Di quei giorni alle montagne di sabbia e nel minuscolo abitato di Rodia, restano i racconti tramandati dagli anziani testimoni, molti deceduti da decenni come quelli di chi ricordava come una sciroccata avesse sollevato tanta sabbia da causare problemi di lacrimazione al piccolo Nevola e che per curarlo fu fatto arrivare da Messina, il Primario del reparto di oculistica dell’Ospedale Margherita di Messina prelevato in fretta e furia dal regista in persona con la 1100 della produzione, o ancora le cronache dell’unico giro in barca che la mamma di Edoardo concesse al figlio, offerto dal carismatico Don Luigi Salvo di Rodia che appare in una foto fuori scena insieme ad Edoardo e al signor Domenico Celi, altro figurante del film nella parte del carrettiere che porta da Caltanissetta sino a San Saba il piccolo fuggitivo.

Emoziona e si sedimenta nel tempo il valore della memoria che accompagna questa dozzina di minuti di materiale montato nel film (e se ne immaginano tanti altri finiti in terra in sala moviola), che i nostri intervistati locali ricordano col buffo titolo di lavorazione “L’Italia è lunga assai” che leggevano sui ciak, non troppo amato dai critici più sofisticati, inscrivibile nel filone dei melodrammi popolari alla Matarazzo ma con qualche buon accento documentaristico (Glauco Pellegrini più avanti filmò un apprezzato documentario di partito dedicato a Togliatti) eppure nominato al Globo di Cristallo come miglior film all’importante festival di Karlovy Vary in Cecoslovacchia.

Nessuno insomma, potrà scordare di quanto fosse bella la spiaggia delle “montagne di sabbia” o di come sembrasse calda quella povera casa di Rodia, quando vi si posò sopra lo sguardo del ricco cinema industriale, laggiù, in quello che le spicciole sinossi della storia sui siti di cinema stranieri descrivono semplicemente come “a little village by the sea”, un piccolo villaggio in riva al mare. Anche se sappiamo che i villaggi erano un paio, fusi insieme per regalare al pubblico un solo luogo della fantasia, immaginario ed immaginato, magico, popolato di sogni che odoravano di mare e scorrevano lucenti sul grande schermo.

Si parla di

L'uomo dai calzoni corti sulle montagne di sabbia, cronaca da un set speciale

MessinaToday è in caricamento