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A cura di Francesco Miuccio

Il futuro del cinema secondo Moretti: “Le grandi storie non possono stare dentro uno smartphone”

Il regista a Messina per la presentazione del suo film “Tre piani”. L'incontro organizzato dall’associazione culturale “ApolloSpazioArte” di Loredana Polizzi. E su sale e piattaforme...

Il venerdì del Green Pass obbligatorio, in un paese confuso e arrabbiato, sbarca a Messina un mite Nanni Moretti, testimone di una stagione personale e professionale matura, misurata nei gesti e nelle parole, lontanissima dalla severa intolleranza degli esordi giovanili, quando scagliava colpi di maglio a Monicelli in tv in nome di un cinema diverso da quello dei padri piegati all’industria.

Moretti e Messina, una lunga storia d'amore

Nella sala dell’Auditorum Fasola, in un incontro organizzato dall’associazione culturale “ApolloSpazioArte” di Loredana Polizzi, esercente cittadina che già lo portò all’incontro col pubblico due anni fa (o due secoli, vista la cesura simbolica della pandemia che adesso lo accoglie in mascherina) Moretti risponde alle domande di chi ha visto, o magari rivisto, il suo ultimo film, Tre piani, il suo primo lavoro tratto da un soggetto non originale (il romanzo, diviso in tre storie autonome che lui ha accorpato in un’unica vicenda dove i personaggi dei tre piani di un palazzo si incrociano a differenza delle pagine) dello scrittore israeliano Eshkol Nevo.

La sala e le piattaforme

Sono quesiti che tradiscono l’affetto di un pubblico che lo segue da anni, che lo conosce bene e non indulge nel gioco stucchevole delle obiezioni spettatoriali o peggio ancora ideologiche (ricordiamoci dei tanti che ne parlano male senza aver visto un suo film, per motivi diversi dalle sue storie narrate per lo schermo che ne fanno un maestro ammiratissimo in Europa).

E’ un pubblico che ama ancora andare in sala e che applaude alla sua rivendicazione espressa all’esordio della sua conversazione, di aver aspettato a lungo il momento di far uscire il suo film al cinema, al contrario di alcuni colleghi “che hanno venduto il loro film alle piattaforme”.

Gli chiediamo appunto di questo, della inevitabile presenza dei portali di opere audiovisive che in rete e di lì sulle smart tv delle case come anche su tutti i dispositivi portatili resi disponibili dalla tecnologia, distribuiscono film, o meglio cinema, senza che questo passi per il luogo canonico per il quale quest’arte fu concepita: la sala, il grande schermo.

“Non ho preclusioni verso le serie tv, ne vedo anch’io qualcuna, ma è diverso credere che i film possano essere proposti, o peggio scritti e girati, direttamente per il circuito televisivo senza che vengano visti in sala. Vedo che alcuni titoli girati per le sale ma incappati nel blocco della pandemia, hanno deciso di saltare la proiezione al cinema e sono stati lanciati direttamente sulle piattaforme (gli citiamo l’ultimo Verdone, ma lui ovviamente glissa, dicendo che crede sia una scelta del produttore nda.) ma non sarà mai la mia strada: non potrei mai conformarmi alle direttive e ai divieti su temi e immagini imposte da certe realtà multinazionali che non nomino, ma sono le stesse che raccomandano ai registi di immaginare che il loro pubblico sarà un tredicenne che guarda il film su uno smartphone in metropolitana. Diverso è credere un giorno di girare qualcosa per la televisione, una storia più dilatata, come i quattro film girati da Marco Tullio Giordana per La meglio gioventù, che non a caso prima erano un unico film uscito al cinema. Non lo escludo, ho amato Il Decalogo di Kieslowski, o Heimat di Edgar Reitz, che erano film divisi in episodi, prodotti per la tv ma usciti anche in sala”.

L’attualità e la discrezione

Tra le domande dei deliziati spettatori sul cast o sui caratteri dei personaggi, immaginati da Nevo ma rivisitati da lui e dalle due sceneggiatrici di Tre piani, proviamo a stimolarlo sui fatti odierni, citando l’unica scena dove ci pare sia un messaggio politico, quella del ricovero per immigrati dove Margherita Buy porta i vestiti del marito scomparso e che viene assaltato da una folla di gente che grida il classico, tetro slogan “tornatevene a casa”. Ma la risposta, si rifugia nella sua nota discrezione (anche qui lontano dal famoso “Con questa classe dirigente non vinceremo mai” gridato a Piazza San Giovanni, nel 2002, con cui impietrì D’Alema e fece nascere i “girotondi”) e non indulge nella polemica né nel riferimento all’attualità della sede della Cgil assaltata o delle manifestazioni di questi giorni; “Quella era solo una scena che ho pensato per portare un personaggio principale della storia fuori dalle proprie vicende private, fulcro del film, nel mondo, sino all’idea dell’accoglienza dell’altro. La politica, o meglio le rivendicazioni sociali c’erano anche nel romanzo, dove si narrava di proteste per l’assegnazione di case popolari a Tel Aviv, ma è uno sguardo rivolto verso l’esterno, un’occasione di riscatto da una vita severa e poco indulgente, non una direzione programmatica del racconto, esattamente come nel mio film”.

A teatro a Messina nel 1998 (dopo i set nelle Eolie e a Francavilla)

Nanni Moretti ha una storia di piccole apparizioni nella nostra città o nella nostra provincia. E quando tra il pubblico c’è chi gli chiede se girerebbe una storia in città, sorride sardonico e ricorda che l’episodio centrale di Caro Diario è girato alle Eolie (cinque isole su sette, a memoria nostra mancano Vulcano e Filicudi) e che un piccolo documentario sul passaggio del Pci dal partito di Berlinguer alla svolta di Occhetto (“La Cosa”, come gli smarriti iscritti la sentivano chiamare) vede un primo segmento girato nella sezione di Francavilla di Sicilia.

Ma non è del set eoliano di Caro Diario che vogliamo parlare (certo, sarebbe carino soffermarsi su quelle comparse fatte venire da Messina per una breve e proverbiale sequenza girata a Panarea, dove furono distribuite tra i tavolini a mimare, con sorprendente aderenza interpretativa, i turisti molto alla moda di un’isola troppo glamour per il protagonista) visto che sono passati tanti anni da quel set del 1992 in cui Moretti e Renato Carpentieri girovagarono da una caotica Lipari, ad una Salina conquistata dai figli unici che tenevano prigionieri i genitori, a Stromboli col sindaco creativo e le scalate sul vulcano, sino all’eremitaggio indigesto di Alicudi, ospiti di Moni Ovadia.

Parliamo invece della sera in cui Michael Nyman, grande compositore (anche per il cinema, dai film di Greenaway a Lezioni di piano) si esibì musicando dal vivo con una band di tredici elementi il film ''Maddalena Ferat'' del regista messinese del muto Febo Mari (proprio un anno dopo l’esecuzione dal vivo in città di un altro mostro sacro, Philip Glass, a commento di Cenere, un’altra pellicola di Mari, l’unica prova al cinema della divina Eleonora Duse) il 5 dicembre del 1998, un’esclusiva mondiale dall'Ente Teatro di Messina.

Il teatro Vittorio Emanuele, per quell’evento, collegato alla terza edizione del Messina Film Festival, creatura dell'Associazione culturale Milani con il prezioso e rimpianto contributo dei fondi statali di un illuminato Dipartimento dello spettacolo, era talmente gremito che Nanni, invitato dal direttore Francesco Calogero (il cui esordio, La gentilezza del tocco, era stato il primo Sacher d’Oro, il premio assegnato da Moretti ai giovani cineasti) vide il concerto seduto su uno scalone accanto ai seggiolini, certo anche per il privilegio di potersi dileguare a piacimento con rapida mossa, sottraendosi a qualche entusiasta seguace. Pochi mesi prima, il 27 marzo, era uscito il suo Aprile, film dedicato alla nascita del suo primogenito e a quella di un primo governo Prodi che cadde poco tempo dopo sotto i colpi del fuoco amico finendo in minoranza su una sfiducia festeggiata a fette di mortadella in aula.

Letture in pubblico a Lipari nel 2012

Qualche anno dopo, il 1 Agosto 2012, Nanni Moretti venne invitato dal Centro Studi Cinematografici Eoliani a leggere in un cortile pieno di curiosi affacciati ai balconi, dei passi scelti dai 'Sillabari' di Goffredo Parise che nell’aprile di quell’anno erano usciti, oltre che per i tipi della Adelphi, recitati dalla sua voce per la regia di Valia Santella, in un’edizione in audiolibro (la versione integrale della raccolta di racconti, immaginati dal grande scrittore in ordine alfabetico di tematica, dalla A di Amore alla S di Solitudine, dove si fermò). Fu una apparizione inedita, non legata ad un evento cinematografico, ma stimolante e apprezzata. Nanni si soffermò sul ritmo incalzante della scrittura di Parise e sulla capacità dei Sillabari di produrre immagini nitide nel lettore (“Senz’altro è il libro che più ho regalato nella mia vita. Non so spiegare perché, ma mi sembra che i Sillabari abbiano la stessa malia e la stessa grazia di Heimat 2, un film in tredici episodi di Edgar Reitz, che con i suoi personaggi e la sua ambientazione nella Monaco degli anni 60 catturava allo stesso modo lo spettatore” raccontò ad Antonio D’Orrico durante le tappe di un tour italiano di quelle letture), e si mostrò capace di rendere la qualità delle pagine, con la sua recitazione, che per certi detrattori è controversa e legnosa (ma lo si ripete, senza sapere cosa è il suo cinema, non si sa chi è lui come attore), come del resto fece incidendo un altro audiolibro, Caro Michele di Natalia Ginzburg, che proprio nell’incontro all’Apollo ha citato come esempio di scrittrice non compiaciuta che è felice sia accostata al modo in cui sceglie di raccontare nei suoi film.

Un breve ritorno a Salina nel 2015

Ancora alle isole, tornò ventitré anni dopo, il 16 Settembre 2015, ospite della serata di apertura della nona edizione del SalinaDocFest. Prima della proiezione di Mia madre, il suo ultimo film uscito in sala prima di Tre piani, Moretti rispose alle domande di Giovanna Taviani (figlia di Vittorio, che insieme al fratello diresse Moretti in una delle poche prove d’attore al di fuori dei suo film, Padre padrone del 1977) che dirigeva la manifestazione. Sul palco nella piazza stracolma di Malfa, reduce da un volo di undici ore da Toronto, dove aveva presentato il suo film e prima di partire per Londra, ricordò i giorni del set come bellissimi, dalle passeggiate sul lungomare alla scena bellissima della nave che sembra solcare il prato davanti al faro di Lingua.

Un’ora a spasso in citta’ nel 2019

E veniamo all’ultima apparizione, cittadina stavolta, di Moretti a Messina. Il 23 aprile 2019.

Nella stessa sala dove ha incontrato il pubblico di Tre piani, presentò, ancora grazie all’ospitalità di Loredana Polizzi, un suo documentario molto coinvolgente, Santiago, Italia, prodotto dalla Rai (oggi lo si può vedere, guarda un po’ su una piattaforma, quella dei Raiplay, e infatti gli strali di Moretti hanno destinatari ben diversi e potenti della vetrina di contenuti online della nostra azienda televisiva di stato). L’opera, che chiuse il Festival di Torino del 2018, racconta attraverso interviste e spezzoni di repertorio la dittatura cilena ma soprattutto la vita dei fuoriusciti del regime riparati grazie al prezioso ruolo dell’ambasciata italiana nella capitale cilena che diede rifugio a centinaia di oppositori del regime sanguinario e fascista di Augusto Pinochet, instradandoli poi in Italia dove vissero da uomini liberi apprezzando la solidale ospitalità del nostro paese.

Durante la proiezione, in attesa di sottoporsi alle domande del pubblico, fu proverbiale la sortita di Moretti a piedi per le strade della città, nella vicina Piazza Cairoli dove incuriosì i passanti che lo scorgevano intento a scrutare gli angoli del centro ma soprattutto certe vetrine che soddisfa vano una cosa che tutti gli appassionati dei suoi film conoscono come una delle sue principali debolezze, la pasticceria. Ecco, la Sacher Torte e le “pastorelle” (meno zuccherate delle nostre delizie da “guantiera”) delle domeniche romane gli saranno care, ma forse qualche ricordo dolce e convincente lo avrà raccolto pure in giro per quell’oretta scarsa a passeggio sotto la tettoia metallica che si staglia un po’ triste e un po’ strana nella piazza principale. Triste e strana ma magari ancora accettabile con un pasticcino in mano.

Alla prossima caro vecchio Nanni.

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