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Giovedì, 20 Gennaio 2022
Mediamente vostro

Opinioni

Mediamente vostro

A cura di Francesco Miuccio

Si prega di ascoltare... i quadri di Marta Cutugno che parlano e “cantano”

Tra musica, arte e nuovi media “Opera prima” è una esperienza particolare per la sua natura di progetto multidisciplinare. Un ponte sonoro tra le emozioni del tratto e quelle della lirica con una nostra appendice cinematografica

Da oggi, ancora per questa ultima settimana, con orari di apertura al martedì, giovedì e sabato dalle 18 alle 20, fino a sabato 4 dicembre alla Galleria Cocco di Via Todaro a Messina, è aperta la mostra d’arte Opera Prima di Marta Cutugno.

Il consiglio, per chi non sia già tra gli intervenuti, è di non mancare questa esperienza particolare, soprattutto (ed è per questo che se ne occupa questa rubrica) per la sua natura di progetto multidisciplinare, che unisce due grandi passioni dell’autrice, insegnante di musica e giornalista:  l’Opera lirica e l’espressione figurativa della pittura e della pittoscultura a cui si dedica da diversi anni.

Un ponte tra pittura e musica

L’idea di Marta e della curatrice della mostra Laura Faranda, che nel catalogo la definisce “performativa” è stata quella di fare interagire i visitatori attraverso l’uso di auricolari e applicazioni da smartphone in grado di leggere il QR Code disponibile accanto ad ognuna delle 41 opere esposte, le quali rimandano a loro volta a 15 Opere della tradizione lirica e ad una celeberrima Opera Jazz, il Porgy and Bess di George Gershwin.

Opera prima di Marta Cutugno, la galleria fotografica

L’attivazione multimediale trasporta il visitatore sino ad una breve presentazione sonora affidata alla stessa autrice che ha curato la redazione dei testi e all’ascolto delle arie che danno il titolo ai quadri, restituite da interpreti prestigiosi, dalla divina Callas e via declinando nell’olimpo delle grandi soprano e dei grandi tenori.

Le notazioni sull’arte di Marta Cutugno, figlia orgogliosa di Torre Faro, giunta alla sua quarta mostra, l’ultima, Óblò Update è del giugno scorso, in questa sede non possono che limitarsi alla disamina dell’appassionato d’arte, senza improprie avventure sul terreno critico. Certo, anche un profano può apprezzare la potenza e tali altre volte la delicatezza, di una serie di opere a tecnica mista su tela o su tavola che con gli anni hanno affiancato gli olii su tela degli esordi. Così, ancorati emozionalmente alle tracce musicali delle arie che hanno fornito lo spunto della ricerca e dell’ispirazione dell’autrice, i visitatori possono rinvenire in opere più acerbe, come Una furtiva lagrima dall’opera Elisir d’amore di Donizetti, un olio su tela dai toni sgargianti che risale al 2014 e che è stato “riprogrammato” e contestualizzato all’interno del progetto di Opera Prima, le tracce di un percorso che giunge ad opere recenti a tecnica mista che prevedono l’uso di materiali di recupero tra i più disparati, come plastiche da imballaggio, polistirolo, o i cartoni alveolari riempiti di resine colorate nelle tre opere dedicate a Porgy and Bess, tra cui 4 incantevoli pezzi in formato ridotto (25x25 cm) che costituiscono la resa emozionale e creativa della celebre Summertime che tanti interpreti ha trovato (a cominciare dalla regina del blues bianco Janis Joplin) anche fuori dalla originaria cornice operistica. O ancora, si può ammirare la perizia e sagacia artistica nei collant da donna intrecciati singolarmente sino a creare delle infiorescenze nei toni del crema e del violetto che adornano la tela dedicata ad Amami Alfredo, l’eterna aria de La Traviata di cui si ascolta in cuffia l’interpretazione della Callas, fiori di nylon che tornano in Croce e delizia pannello di 100x20 cm ispirato ad un’altra aria del capolavoro verdiano.

La  qualità più convincente della semplice ma efficacissima idea di fondo della mostra è quella di saper lanciare un ponte sonoro tra le emozioni del tratto e quelle della musica.

Non è soltanto  il richiamo all’intreccio della singola Opera ad essere nel mirino appassionato dell’artista, ma tanti sono i rimandi all’energia materica, al tragitto simbolico, al precipizio citazionistico dei materiali letterari (il Dante del Gianni Schicchi di Verdi, i personaggi verghiani de La Cavalleria Rusticana, quelli del Mérimée della novella Carmen, a cui la Cutugno dedica un’incendiaria tela interamente rossa solcata da inserti plastificati che rendono la potenza della trasposizione operistica di Bizet) e dei rimandi storici in cui l’opera si abbandona con coraggio e creatività.

Un’appendice cinefila

Abbiamo pensato di omaggiare l’esperienza autoriale e spettatoriale di Opera Prima, sino a sabato 4 dicembre disponibile a nuovi incontri o a gradite repliche, curando una piccola e improvvisata appendice cinefila. Potremmo definirla la costruzione di un ulteriore ponte dell’immaginazione e della ricerca citazionista, che questa volta parta dall’Opera (limitandoci a quelle scelte per la mostra) per arrivare alle immagini che il cinema, di cui questa rubrica più di frequente si occupa, ha dedicato al mondo rutilante del bel canto, a questo antico e solenne spettacolo, che sopravvive all’odierna e incessante erosione di attenzione e di rispetto delle pratiche culturali propria di questi anni, proprio come superstite resiste dal canto suo la cosiddetta settima arte con i suoi palcoscenici a forma di schermo.

Il cinema e Bellini

Il siciliano Vincenzo Bellini è presente due volte ad Opera Prima, con due opere/arie scelte da La sonnambula, mentre al cinema, quest’opera ebbe una trasposizione nel 1941 per la regia di  Piero Ballerini uscita proprio allo scoppio della guerra e una più considerata, nel 1952 di Cesare Barlacchi con i cantanti romani Gino Sininberghi e Franca Tamantini, quest’ultima spesso impegnata nella recitazione, avendo avuto come maestro Luchino Visconti che di opera sapeva e dirigeva, senza perdere l’occasione di omaggiarla in ogni maniera, persino facendo intonare in playback a Giuliano Gemma proprio un’aria da La sonnambula ne Il Gattopardo.

Per restare a Messina, c’è una lunga scena dedicata a La sonnambula in Seconda primavera, ultimo film di Francesco Calogero che ne firmò anche una regia teatrale nel 2006.

Bellini torna omaggiato da Marta Cutugno con due opere su tela sovrapposta, tra cui una dedicata alla celebre Casta diva, l’aria più famosa della Norma. Proprio Casta diva è il titolo di un film girato da Carmine Gallone nel 1954 (rifacimento di un suo film in bianco e nero girato in epoca fascista), una biografia del compositore, che ha il volto del francese Maurice Ronet e con Antonella Lualdi nel ruolo del suo osteggiato amore, Maddalena Fumaroli. Pochissimo spazio per la musica, giusto l’aria che dà il titolo al film  in uno dei numerosi titoli, firmati da questo regista, dedicati al mondo della lirica (forse il più famoso tra questi è Casa Ricordi dedicato alla dinastia di editori musicali, dove compaiono come personaggi i più grandi compositori italiani) sempre incentrati sugli intrecci sentimentali e passionali resi ai limiti del fumettistico.

Diverso è il caso di una vera e propria edizione filmata di tre ore per il cinema della Norma, per la regia del catalano Alex Ollé, che nel settembre 2016 è uscita in sala per la gioia degli appassionati.

Il mito di Verdi

De La Traviata della figura mitica di Giuseppe Verdi, che ha ispirato le opere in mostra, il cinema ha saputo restituire puntuali documentazioni filmate, veri film-opera senza cascami recitativi: il primo, uscì nel 1966 per la regia di Mario Lanfranchi che diresse la moglie Anna Moffo,  soprano italoamericano e Violetta ufficiale del Metropolitan e della Scala, realizzata al Teatro dell’opera di Roma e una seconda pellicola, diretta da Franco Zeffirelli nel 1983 con la direzione musicale di James Levine, i costumi del maestro Piero Tosi e le voci di un ancora giovane Placido Domingo e di Teresa Stratas. Zeffirelli, assistente di Visconti ma spesso non capace di equilibrare come riusciva in teatro al suo maestro, lo sfarzo e la ricchezza della rappresentazione con la pur richiesta sobrietà delle scelte registiche, tornerà ad esagerare coi film opera diverse altre volte.

Il Trovatore, seconda opera di Verdi omaggiata in tre quadri, compresa la notissima aria Di quella pira, ha conosciuto una riduzione cinematografica del solito Carmine Gallone, anno 1949, in bianco e nero, dove le parti cantate al solito alternate a sequenze recitate, sono affidate ad un cast vocale di prestigio, con la storica interprete di Azucena in teatro, Gianna Pederzini, il baritono Enzo Mascherini, e Gino Sinimberghi, che però pur essendo un vero tenore in carriera fu curiosamente doppiato da un collega.

Ben diverso è il ricordo de Il Trovatore nel capolavoro viscontiano Senso (1954), con la sua amatissima sequenza iniziale ambientata alla Fenice di Venezia, girato dal maniacale Luchino alla luce del candelabro centrale con le candele accese e senza faretti elettrici per ricostruire la scena del 1866 e rendere indimenticabili le inquadrature  nelle quali i cantanti si impegnano in ben tre arie dell’opera, compresa la cabaletta Di quella pira, prima che la protesta degli irredentisti del loggione contro gli ufficiali austriaci si prenda la scena.

L’Otello, opera verdiana, a cui sono riferite due ampie tele tonde a tecnica mista dell’autrice, interamente bianche, una dedicata al fazzoletto di Jago e all’aria a lui dedicata, ha conosciuto i film del solito Zeffirelli, nel 1986 con Domingo a duettare con Katia Ricciarelli nei panni di Desdemona, in una produzione della Cannon dei magnati del cinema  basso costo Golan & Globus, che ovviamente vira verso la spettacolarizzazione delle immagini e delle scelte di messa in scena operistica di Zeffirelli, a tal punto da svilire, secondo il parere dei melomani che odiano il film, l’attenzione filologica per la parte musicale.

Nel frammento del citato Casa Ricordi di Gallone, invece, sono i miti Mario Del Monaco e Renata Tebaldi a cantare i frammenti musicali dell’Otello che si sceglie di filmare.

Da Tosca alla Turandot, quattro omaggi a Puccini

Di Puccini si scelgono le due arie/tele E lucevan le stelle e Vissi d’arte, da Tosca, notissime, Non sono mancati i film dedicati alla vicenda della celebre cantante nella turbolenta Roma del principio del diciannovesimo secolo, a cominciare da una versione muta del ’18 con la diva Francesca Bertini, passando poi per un’edizione datata 1941, iniziata da Jean Renoir, sollevato dall’incarico con lo scoppio della guerra e terminato da Carl Koch con Visconti come assistente e nel cast la cantante, non lirica, Imperio Argentina e Rossano Brazzi (nella parte del pittore Caravadossi) doppiati nelle parti cantate. L’immancabile Carmine Gallone nel 1956, non forza la trama basata sul dramma di Sardou ripreso da Puccini e con l’ausilio dell’Orchestra del Teatro dell'Opera di Roma restituisce una delle più apprezzate pellicole dedicate ad un’opera lirica, grazie anche al tenore e attore Franco Corelli, e al soprano americano Franca Duval, la cui Tosca viene doppiata dalla voce esperta di Maria Caniglia.

La Madama Butterfly  di  Giacomo Puccini, oltre a ben tre quadri esposti alla Galleria Cocco, conta, oltre ad una deludente versione girata a Cinecittà da Carmine Gallone, una delle poche ammirate edizioni filmate di un’opera lirica, firmata nel 1974 dal regista teatrale Jean-Pierre Ponnelle, con Placido Domingo e Mirella Freni nelle parti di Pinkerton e della Butterfly Cho-Cho San, fedele ed integrale, con addirittura Von Karajan responsabile della parte musicale

Dell’Opera Buffa Gianni Schicchi, personaggio dantesco protagonista del libretto consegnato dallo scrittore fiorentino Giovacchino Forzano a Puccini, esiste solo una sequenza canora affidata a Tito Gobbi in una delle cinque puntate dello sceneggiato Rai che Sandro Bolchi dedicò nel 1973 alla vita del grande compositore, incarnato da Alberto Lionello. mentre l’opera incompiuta di Puccini, la Turandot, protagonista di due lavori in mostra (l’aria Nessun dorma è resa da un dinamismo di tratti rossi che interpretano la spavalderia del canto di Calaf ) oltre che in questo prodotto televisivo è rappresentata in un’altra biografia, stavolta cinematografica, il “Puccini” girato dallo specialista Gallone nel 1953, con Gabriele Ferzetti nella parte del turbolento musicista e tanti ottimi interpreti nel cast vocale, compreso il Beniamino Gigli che intona Nessun dorma, sino alla scena della celebre interruzione con deposizione della bacchetta operata nella realtà storica da Arturo Toscanini alla fine della incompleta partitura pucciniana (l’opera fu in seguito completata seguendo gli appunti di Puccini da Franco Alfano).

Da Carmen a Santuzza, i pagliacci, Gershwin,  e una furtiva lagrima

La Carmen di Georges Bizet, a parte le decine di trasposizioni della novella di Mérimée su cui si incentra l’opera, da quelle del muto sino alla Carmen Story firmata dallo spagnolo Carlos Saura nel 1983,  vide una prima oggi introvabile registrazione integrale su pellicola datata 1952 per la regia di Tyrone Guthrie. Nei primi anni ottanta, con il revival della popolarità di Bizet, uscirono una Carmen firmata nel 1983 da Peter Brook, di impianto teatrale molto spartano e una, a cui non mancarono critiche, girata l’anno seguente da Francesco Rosi, con Julia Migenes, Plácido Domingo e Ruggero Raimondi e la direzione di Lorin Maazel, che vinse cinque David di Donatello.

Una celebre rivisitazione dell’opera fu, nel 1954, Carmen Jones, con gli attori e cantanti Dorothy Dandridge e Harry Belafonte, doppiati nelle parti cantate molto fedeli a Bizet. La storia, invece, seguendo l’edizione in cartellone a Broadway sposta l’azione durante la Seconda Guerra Mondiale nella comunità afroamericana mentre la regia di Carmen Jones è dell’esule tedesco, maestro di Hollywood, Otto Preminger che cinque anni dopo, nel 1959, diresse, avvalendosi della coppia Sidney Poitier e Dorothy Dandridge,  l’unica trasposizione del Porgy and Bess di Gershwin (abbiamo citato all’inizio le belle tele della mostra), opera jazz ambientata nel South Carolina degli anni trenta, nella città di Charleston. Insuccesso di pubblico e di critica, fu persino oggetto della revoca dei diritti da parte di Ira Gershwin, il fratello librettista dell’opera sopravvissuto a George, ed è oggi introvabile.

Come per Carmen, anche la Cavalleria Rusticana di Mascagni, di cui nella nostra galleria fotografica si può ammirare la tavola tonda ispirata all’aria S’io non tornassi, ha avuto soprattutto l’attenzione del cinema nei confronti della novella verghiana da cui trae origine l’opera, da Amleto Palermi nel 1939 al fumettone in Technicolor di Carmine Gallone del 1953 con Anthony Quinn nel ruolo di compare Alfio e la svedesina Maj Britt ad incarnare Santuzza. La cifra oleografica del film, rafforzata dall’uso di magnifici set del siracusano, a Noto e Avola, mette in secondo piano la lirica per privilegiare la inesorabile potenza del celebre Intermezzo sinfonico che sarà usato in sequenze note al più distratto degli spettatori, in Toro scatenato (1980) di Scorsese e nel Padrino Parte III (1990) di Coppola dove peraltro si filma una scena molto lunga dell’Opera al Massimo di Palermo col figlio del boss Michael Corleone come tenore protagonista.

Il solito Franco Zeffirelli girò in esterni nelle campagne di Vizzini nel 1982 un film-opera dalla prima opera di Mascagni, riprendendo  per la sala l'allestimento alla Scala con la direzione di Georges Pretre e voci e volti del solito Domingo e di Renato Bruson, e abbinandolo, come spesso avveniva in teatro in ragione della brevità di entrambi i titoli, ad una parallela versione cinematografica, sempre con Domingo affiancato da Teresa Stratas, de I Pagliacci, l’opera di Ruggero Leoncavallo, già portata al cinema da Mario Costa nel ‘48 con una improbabile Gina Lollobrigida doppiata da Onelia Fineschi e soggetto di tre opere di Marta Cutugno tra cui una riservata al celebre Vesti la giubba.

Il miglior film sull’opera: Bergman incontra Mozart

La peggiore pellicola sull’opera è per tanti appassionati la versione filmica de L’Elisir d’amore, opera composta da Gaetano Donizetti, quella della citata aria Una furtiva lagrima, firmata nel1946, regia di Mario Costa con la fotografia del futuro maestro dell’horror italiano Mario Bava e Sininberghi e Gobbi nel cast lirico insieme al soprano parmense Nelly Corradi.

Dopo l’omaggio prolungato alla grande e fondativa tradizione operistica italiana, la mostra Opera Prima si dedica al Flauto magico mozartiano, con due tele completate da piccoli tasselli di vetro smaltato. A questa opera è peraltro dedicato quello che unanimemente è considerato il più riuscito e prezioso contributo del cinema all’esaltazione della bellezza della composizione operistica, il film del 1975 con cui Ingmar Bergman, convinse melomani e cinefili, critici e spettatori. Mettendo a frutto l’esperienza maturata nelle regie teatrali giovanili, il maestro svedese coniugò l’estro registico con scenografie mai banali e trovate eleganti come i cartelli di legno sorretti dai personaggi dove è trascritta la sottotitolatura dei cantati mozartiani con il rispetto per lo spirito dell’opera anche nei frangenti in cui le scelte diventano innovative, restituendo delle figure femminili di un’intensità e di una complessità degna delle sue protagoniste filmiche.

Niente a che vedere con l’esperimento fallito, che del Flauto magico fece Kenneth Branagh nel 2006, trasportando la storia di Papageno e Tamina in una immaginaria Grande Guerra di trincea tra gli eserciti blu e rosso.

Siamo arrivati alla fine del viaggio, buon futuro all’arte di Marta Cutugno ma nondimeno al piacere condiviso e alla salute dell’opera e del cinema.

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