Domenica, 19 Settembre 2021
Mediamente vostro

Opinioni

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A cura di Francesco Miuccio

Quando i picciotti sgarrano, dietro le quinte del set: tra eros sulle spiagge di Sant’Alessio e la Vara

Nel 1978, nello scenario della città peloritana e in una manciata di locations della provincia, fu girato quello che è considerato dai cinefili disseppellitori di rarità dimenticate, un vero e proprio Cult movie perso nei ricordi. Storia, curiosità e testimonianze sul film di Romolo Cappadonia. La figlia Patrizia: “Fu realizzato con pochissimi soldi”

Antonio La Rosa

Il set naturale dello stretto di Messina e il suo contrappunto urbano, non hanno ispirato soltanto piccoli film d’autore baciati dal plauso della critica ma è stato funzionale ad un tipo di cinema artigianale, strettamente “di genere”, che puntava ad intrattenere il pubblico con film a basso costo e un coraggio produttivo ai limiti della sventatezza. Nel 1978 nello scenario della città peloritana e in una manciata di locations della provincia fu girato quello che è considerato dai cinefili alla ricerca di rarità dimenticate, un vero e proprio Cult movie: Quando i picciotti sgarrano di Romolo Cappadonia.

Era un’Italia diversa, inquieta, anche cinematograficamente parlando. Nelle sale con i seggiolini in legno e invase da nuvole di fumo si proiettavano pellicole la cui dose di violenza sfuggiva alla censura, preoccupata soprattutto di cassare i riferimenti antigovernativi o le presunte offese alla morale religiosa. Piuttosto che ai famosi “poliziotteschi”, incentrati su reazionari commissari dai modi spicci, era a film come La mala ordina, firmato nel 1972 da Fernando Di Leo, che trascurava il protagonismo dei tutori della legge per concentrarsi sulla comunità criminale, che si ispira il “Mafia-movie” peloritano.

Cappadonia e la cultura popolare

Romolo Cappadonia, messinese appassionato di cultura popolare e già autore di un romanzo di ambientazione messinese, Sciroccu e malanova, edito nel ’73 dalla Sicilia Nuova Editrice di Messina, scrisse e sceneggiò questa storia che parlava del racket della pesca, filmandola e ritagliandosi addirittura uno dei ruoli principali, quello del boss Don Mimì La Motta.

Oggi basta farsi un giretto su Youtube per trovare lungometraggi a soggetto criminal-mafioso girati in digitale, per rendersi conto che anche a Messina agiscono veri e propri laboratori produttivi messi su con agilità e coraggio imprenditoriale che si cimentano in un simulacro di cinema che non ha il torto di essere basso costo ma di fare uno scempio “poveristico” dei pochi fondi  a propria disposizione. Il set Messina pare quasi di cartapesta se restituito nei modi descritti e si ha nostalgia di un cinema per il quale dovevano trovarsi ben altri fondi anche soltanto per mettere insieme un tentativo di onesto artigianato popolare. Tale fu l’esordio di Romolo Cappadonia, col suo sguardo amorevole, sebbene talora sghembo e diseguale, sulla bellezza della città bagnata dal mare del Mito, un’avventura umana e personale di cui parleremo.

Chi era Cappadonia, scomparso non molti anni dopo quel film dimenticato e quasi vilipeso, dopo un ritorno alla scrittura con un lavoro certosino e appassionato dedicato ai fenomeni paranormali “certificati” dal credo popolare in riva allo stretto, quel “Fantasmi a Messina” firmato nel 1981 con lo pseudonimo di Ranieri d’Altarocca, che destò interesse e curiosità?

La figlia Patrizia: “Passava le notti a studiare grammatica e storia siciliana”

“Mio padre era un uomo poliedrico che trascorreva le notti a studiare la storia e la grammatica siciliana – ci racconta la figlia Patrizia che gentilmente ci ha aiutato, in esclusiva per MessinaToday, a far chiarezza sull’universo creativo del padre - a cominciare dal testo fondativo scritto a fine ottocento da Giuseppe Pitrè che gli servì anche per ricercare una maggiore aderenza del linguaggio della sceneggiatura del suo film rispetto agli ambienti raccontati”.

Su Quando i picciotti sgarrano è franca: “Sarà stata un opera dilettantistica ma fu girata con mezzi economici davvero limitati che avrebbero meritato il riconoscimento dello sforzo e del coraggio di scrivere storie sulla messinesità anziché critiche severe ad un figlio della città”. A finanziare il film – rivela colei che visitò il set del padre da ragazzina – fu la Cariddi Cinematografica fondata da due fratelli di cui non ricordo il nome ma anche e soprattutto l’autotassazione di un gruppo di persone variegato che mio padre seppe riunire attorno a sé, impegnandole in prove estenuanti sino a tarda notte”.

Le location

Quando i picciotti sgarrano è un film-fantasma sui cui non si fa cenno persino in testi accurati come il Dizionario dei Cult di Marco Giusti ed è difficile ipotizzarne una pur minima circolazione in sala. Tuttavia resta un prodotto a suo modo compiuto e onesto, dove coesistono diversi temi e stili registici. Ci sono puntate nel documentarismo, con una lunga sequenza di pesca al pescespada girata su una feluca, nel solco di Vittorio De Seta, con soggettive della macchina da presa sia dalla posizione dell’antenniere in cima all’albero maestro sia sulla passerella e a bordo lungo la costa di Grotte, accompagnate da un tema musicale di chiara ispirazione morriconiana firmato da Francesco Auditore, autore anche della canzone che accompagna i titoli di testa e di coda e attore una piccola parte; puramente documentarie sono anche le riprese della processione ferragostana della Vara, con un’attenzione seconda solo al pregevole inserto di tre minuti dedicatale da Nanni Loy nel film ad episodi “Made in Italy” del 1965 e, ancora, una breve sequenza in cui i giovani pescatori in libera uscita seguono il corteo di Mata e Grifone sul Viale San Martino, nonostante nel controcampo, in una continuità spaziale del tutto arbitraria, li si scopra seduti al Caffè Nais Bar di Viale della Libertà di fronte alla Passeggiata a mare. Nei dialoghi lasciati fuori campo, spiegano ad una fantomatica turista straniera come a sfilare siano i Giganti fondatori della città che una chiosa umoristica del copione aggiunge essere “usciti per veder se il sindaco ha fatto riparare le strade” (la battuta “politica” era dedicata al primo cittadino Antonio Andò). Non manca infine un’inedita “barcolana” ganzirrota filmata sul Pantano Grande con i Canterini Peloritani che si esibiscono sul ciglio dei laghetti.

Ci sono poi accenni di cinema civile alla Damiano Damiani, con la sfortunata battaglia per l’emancipazione delle cooperative dei pescatori ostacolati dal racket del boss che troneggia minaccioso nel set del vecchio mercato del pesce di Provinciale e che non esita ad usare la violenza col suo fido sicario, tale Malaspina, che accoltella un ribelle sulla spiaggia sotto lo sguardo omertoso di un anziano maestro d’ascia.

Qualche suggestione da indagine etnografica sulla Mala la fornisce un summit di capifamiglia che decretano una condanna a morte allungandosi a spegnere le candele con le dita per votare da una preziosa seduta lignea, che la figlia del regista interrogata a proposito, ci precisa trovarsi in una chiesa di Savoca, forse la stessa Chiesa di San Michele, tra le cui celebri mummie pomiciano inarrestabili i due amanti protagonisti (“i morti ci guardano” dice la tornita Enrica Saltutti, l’unica professionista del cast che in seguito reciterà in diversi pellicole del filone erotico-carcerario, “non vedi che ci invidiano” risponde tale Salvatore Giuliano Jr. che piombò sul set accreditandosi nientemeno come figlio del bandito di Montelepre. “Non sono proprio sicura che lo fosse” ci rivela cauta Patrizia Cappadonia).

Eros e dubbi sulla versione “alternativa”

Proprio un paio di scene erotiche non esattamente eleganti e molto spinte, aggettivo non casuale, tra la ambigua Tinuzza e il più ingenuo Renzo, una prima girata al riparo dei massi della spiaggia di Sant’Alessio dove li sorprende la fidanzata di lui che corre urlando sulla spiaggia sbucando dal sottopassaggio ferroviario in un scena melodrammatica degna di Catene di Matarazzo e un secondo amplesso filmato in interni, in una dimora da pescatori, hanno fatto delirare i filologi improvvisati su Internet su una presunta esistenza di una versione alternativa con inserti pornografici (una pratica in uso in quegli anni da parte di certi produttori di cinema commerciale minore) del tutto inesistente.

E’ indubbio che cercare la qualità della recitazione in un cast in gran parte selezionato tra le conoscenze personali del regista quando in postproduzione si arriva addirittura ad aggiungere intere conversazioni senza necessità di sincronizzarle con i labiali degli attori, ripresi appositamente da lontano o persino di spalle per questa specifica esigenza didascalica, è inutile, complice anche la scelta inevitabile in sede di edizione, di caratterizzare la lingua dei personaggi doppiandola in un siciliano classicamente cinematografico, con la cadenza agrigentino-palermitana nota al grande pubblico (del resto, che ci fanno degli improbabili “picciotti” di malavita dove nella realtà si continuava ancora a cianciare di “provincia babba”?). Così non si può che apprezzare l’aderenza puramente fisiognomica e naturale nel ruolo del vecchio pescatore Zio Tano, di Antonio La Rosa che, reduce da un film (Il siculo) girato quattro anni prima e mai uscito in sala, tornerà dopo questo secondo tentativo ad occuparsi in pianta stabile del suo negozio di forniture elettriche in città.

Il sapore di ogni fotogramma del film di Cappadonia resta però quello di una pietanza popolare messa insieme con passione, perseguendo impavidamente slanci autoriali (montando la sequenza di un trenino elettrico giocattolo con lo sferragliare di un convoglio in transito sulla monorotaia che si affaccia sulla spiaggia di Fondaco Parrino sulla riviera jonica) per giungere piuttosto a rivelare la propria abilità artigiana nel giustapporre le tante opzioni sceniche del set con un montaggio quasi acrobatico, come quando un suicidio degno di un romanzo d’appendice viene filmato a partire da una corsa disperata sotto l’Arco della porta d’ingresso del paese di Forza d’Agrò per finire sulla sommità del capo di Sant’Alessio da dove precipita il fantoccio di scena non prima di una fulminea soggettiva dello sguardo dell’autrice dell’insano gesto sui…laghetti di Marinello!

Un compedio turistico

Tanti altri scorci sono scelti da Cappadonia quasi come se si volesse stilare un compendio turistico per lo spettatore ignaro della magia di un territorio: dalla panoramica classica dal traghetto sulla Madonnina senza che importi che fuori dalla falce transiti una improbabile feluca, che torna nel suo scenario naturale a Faro sullo sfondo di Scilla, alla Passeggiata a Mare, alla cortina del porto percorsa da un calessino per turisti ancora in servizio, agli autobus dell’ATM, I Menarini bicolori divisi dalla banda giallorossa, che sfrecciano davanti alla Prefettura e al Nettuno, al cimitero di Pace, ai Colli San Rizzo dove si filma un duello rusticano solo un pochino rovinato dal… flash avvertibile del fotografo di scena, al piazzale di Palazzo Piacentini, il tribunale cittadino dove il Male la fa franca in questa storia di pesca e malavita che come recita l’avvertenza sui titoli di testa si svolge secondo “leggi di coerenza narrativa”.

La storia

Una storia di Mala dove un giornalista che ha “raccolto materiale sufficiente per fare un articolo esplosivo” viene abbracciato dal parroco come un condannato a morte e dove un boss di signorilità un po’ imbolsita ma intatta crudeltà torna a ritirarsi nella propria villa per chiudere il film con una greve ma folgorante battuta dedicata alla cameriera a palpeggiamento contrattualizzato.

La storia di Romolo Cappadonia ricorda Bowfinger, immaginario protagonista di una spassosa commedia americana con un regista che riusciva letteralmente a fare “le nozze coi fichi secchi” portando a compimento il proprio film godendosi persino gli sghignazzi dei detrattori. E così è andata, se si guarda col giusto spirito, la vicenda di Quando i picciotti sgarrano, invisibile produzione cittadina, che conobbe un’unica messa in onda nel 2007 in edizione ripulita dalle scorie del tempo su Sky e che oggi, capita di scovare nella sua versione integrale su Youtube, dove poi scompare per restare disponibile in spezzoni, come un sogno frammentato nel ricordo e nel corpo fisico della sua impresa, come fosse ”L’uomo con la testa in mano”, che a Messina videro camminare a ridosso del muro di cinta della Fiera, davanti alla Chiesa di S. Maria di Porto Salvo, come si racconta nel citato “Fantasmi a Messina” fatica, stavolta letteraria, firmata da Romolo Cappadonia, che si aggira oggi come uno spettro bonario ed  affettuoso al servizio “artistico” della sua città.

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