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Riguardare con cura

Riguardare con cura

A cura di Domenico Barrilà

Capitali della cultura, grazie Bergamo: un salto di un secolo in pochi anni

Viaggio nel luogo dove il lavoro si è fatto arte

Bergamo capitale italiana della cultura 2023, insieme a Brescia. Due potenze economiche costruite con la fatica, perché è così che si fa, ma è di Bergamo che voglio parlare, una città che frequento da sempre, ma che sento “mia” solo da 8 anni.

Otto anni fa è diventato sindaco Giorgio Gori, un progressista, e l’aria è cambiata. In meglio, molto. Subito un gesto, restituire le panchine pubbliche a chi aveva voglia di servirsene, anche ai migranti. Un’azione semplice, da fabbro, smontare un divisorio che rendeva impossibile stendersi ai poveri cristi che non avevano altri posti dove riposare, e all’improvviso una città diffidente, a tratti inospitale, diventa un luogo che si ritrova e ti fa venire voglio di tornare, non solo per il panorama che si gode da Bergamo Alta, ma perché ora sembra più casa tua. Ti viene persino naturale interessarti all’Atalanta, malgrado trovi il suo allenatore una sorta di forma a priori dell’antipatia.

Molti dei miei pazienti vengono da quella città, sovente da famiglie che la rispecchiano, non troppo loquaci, trascorsi affettivi “sorvegliati”, ruvidità spesso involontaria, culturale. Gente spesso buona, che non sempre sa di esserlo, e operosa, che vuole esserlo, perché non riesce a fare altrimenti.

Un caro amico che si cura del loro diabete da quasi 40 anni, quasi sempre in ospedali pubblici, mi racconta le ferite di vite spinte al massimo, con alzatacce molto prima dell’alba. Mi capita di portare uno dei miei figli a prendere un aereo a Bergamo, a ore impossibili, prestissimo, percorro la A4 in direzione Venezia. In senso contrario le 4 corsie già sono piene zeppe di bergamaschi che corrono verso Milano coi loro furgoni, l’unico sveglio è l’autista. Artigiani di valore impagabile, dopo un’ora saranno distribuiti sui cantieri di Milano, per farla ancora più grande. Senza bergamaschi e bresciani sarebbe anche meno bella.

Ma Bergamo è soprattutto un luogo che assomma eccellenze culturali enormi, una pila di nomi e cognomi provenienti da ogni ambito dello scibile, senza contare il patrimonio di opere d’arte presenti sul territorio, dai capolavori di Lorenzo Lotto, distribuiti in diverse chiese, fino alle meraviglie che dimorano all’Accademia Carrara, compresa l’ultima, quella che mi saluta quando arrivo alla fine del percorso, l’umanissimo e malinconico ritratto di Santina Negri, opera di Pellizza da Volpedo.

Le cose appena dette rappresentano un frammento di questo luogo, e non tengono conto della provincia, sono reduce da una bella gita con due cari amici bergamaschi al santuario di San Patrizio, in valle Brembana, la cui costruzione è iniziata nel XIV secolo, audacemente appoggiato su uno spuntone di roccia e rimastovi senza una crepa fino a oggi. Ma anche questo è un solo granello di polvere, basti pensare che esiste un mensile molto serio, “Orobie”, che da oltre trent’anni racconta la montagna bergamasca e sembra non avere ancora iniziato.

Lo scorso anno sono stato invitato dal preside di una scuola di Bergamo, l’Istituto Tecnico Paleocapa, una città nella città, con un numero enorme di studenti, preparati e ambiti, le aziende se li contendono ancora prima che arrivino al diploma. Quel luogo rappresenta la sintesi perfetta di una macchina che si autoalimenta, preparando per tempo, e con cura, il presente e il futuro.

Negli anni, Bergamo si è anche “sbigottizzata”, trovando la strada di una laicità che può farle solo bene, i suoi seminari, maggiore e minore, sono vuoti, ma questo, lungi dall’essere desolante, la sottrae a ipoteche che un tempo furono grevi.

Per questo e per tanto altro, Bergamo merita di essere capitale italiana della cultura, proprio perché qui il lavoro è cultura, almeno quanto l’arte. Anzi, siamo nel luogo in cui il lavoro si è fatto arte, generando una prosperità che non diventa mai volgare, nemmeno quando nelle eleganti strade della Città Bassa tanti fanno passerella.

Tuttavia, questo non sarebbe bastato senza una persona capace di collegarlo, di portarlo, al contempo, a una sintesi e un salto di scala, e qui arriva il sindaco attuale, persona civile, europea, progressista, amato dalla sua gente che tre anni fa lo riconferma senza ombra di dubbio.   

Comincia da quelle panchine sottratte alla vergogna l’ascesa di Bergamo verso questo ambito riconoscimento, che tutti le dobbiamo fino dal tempo dei Mille, tra i quali numerosissimi erano i bergamaschi.

Mi piace concludere con una notazione partigiana. Proprio la vicenda dell’evoluzione della città lombarda, dimostra che destra e sinistra non sono la stessa cosa, vi corre la stessa differenza che passa tra una porta chiusa e una porta aperta, con tutto ciò che comporta scegliere l’una o l’altra, che presuppongono due diverse umanità.

Capitali della cultura, grazie Bergamo: un salto di un secolo in pochi anni

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