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A cura di Domenico Barrilà

Cacciatori non in mio nome, dalla Sicilia alla Lombardia una battaglia di civiltà

Le iniziative portate avanti dalle associazioni ambientaliste nei Tribunali amministrativi sono un capitolo importante degli sforzi che saremo chiamati a compiere per la salvezza dell’intero Pianeta. Ecco perchè

Come accaduto nei giorni scorsi in Sicilia, a seguito di un ricorso presentato dalle associazioni ambientaliste, anche il Tar Lombardia sospende l’attività venatoria fino al 7 ottobre. Un gemellaggio virtuoso, segno di sensibilità che si stanno diffondendo, grazie alla forza di un volontariato competente che ad oggi sembra l’unico antidoto vero alla distruzione del Pianeta.

Giorni di civiltà, quelli guadagnati dai ricorrenti, che vanno di traverso ai signori della caccia ma che danno piacere a chi non sopporta più chi prova gusto nel sopprimere vite non umane, così, per divertirsi, salvo piangere lacrime da coccodrillo quando un cinghiale, scampato a una fucilata imprecisa, ferisce mortalmente un cacciatore, com’è accaduto pochi giorni fa in Liguria.

A presentare ricorso contro il calendario venatorio lombardo era stata la Lega abolizione caccia (Lac), che etichetta l’apertura della caccia in Lombardia come il “tentativo di un saccheggio infinito della biodiversità che per qualcuno è irrilevante. Cambia tragicamente il clima, cambia la sensibilità delle persone. Ciò che non sembra cambiare mai è una certa politica trasversale a quasi tutte le forze politiche che continua a sostenere pratiche insostenibili”.

La Federcaccia Lombardia, e come potrebbe essere diversamente, chiede un provvedimento d’urgenza alla Regione, che consenta di proseguire le mattanze, almeno fino a quando il Tar si riunirà, il 7 ottobre, per assumere una decisione definitiva, e la Regione, naturalmente, annuncia di stare lavorando per accontentarli, all’incirca come accade in Sicilia. Un voto vale più di tante vite, anzi vale più del presente e del futuro della Terra. Che squallore.

La scarsa sensibilità degli amministratori di destra per i diritti in generale è nota, difficile aspettarsi atteggiamenti diversi, ma tale ignavia dovrà sempre più fare i conti con soggetti che guardano il mondo con occhi diversi, cogliendone sofferenze che altri si ostinano a negare o a guardare con un fatalismo vigliacco, che certo non riserverebbero a circostanze in cui a subire la barbarie degli umani fossero i loro figli.

La sacrosanta campagna contro la caccia è un capitolo importante degli sforzi che saremo chiamati a compiere per la salvezza dell’intero Pianeta. Una disputa che, paradossalmente, vede schierati umani contro umani, parte dei quali ignari del pericolo che incombe sulla nostra specie. Umani contro umani, dicevamo, ma le vittime sono fuori dalla nostra specie, animali e piante, parte di un sistema che possiede senso solo se considerato nella sua interezza e possiede futuro solo se tutti lo capiscono. Per questo ai massacri di animali non umani seguiranno, sta già accadendo, perdite di vite umane, perché la Terra non ci sopporta più e chiede conto, ogni giorno più sfacciatamente.   

Non si venga a dire che la caccia è un’attività vecchia di millenni, dunque legittima, perché “quella” caccia era necessaria alla sopravvivenza, esprimeva un rapporto sacro tra il desiderio di vivere e il dovere di rispettare ciò che si era costretti a sacrificare. Quei cacciatori non depredavano, non si divertivano, ma raccoglievano con rispetto il sangue di chi permetteva loro di continuare a esistere. La caccia degli uomini di oggi, invece, è barbarie, che ci obbliga a prendere posizione a favore delle creature innocenti che vengono sacrificate al capriccio di chi è rimasto privo dell’ingrediente che ci fa umani, la compassione, e che per questo non può ricevere la nostra, neppure quando cade sul campo.

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