Riguardare con cura

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Medici irresponsabili e uso dei social, il necessario armistizio civile ai tempi del coronavirus

Le vicende messinesi viste dalla Lombardia, ai confini dei focolai di Bergamasco e del Cremonese: “Siamo provati e in pena per il personale sanitario, costantemente con la preoccupazione di ammalarci, ma l’unico modo per affrontare questa emergenza è dignità e senso della misura”

Il nostro stile di vita si vede meglio quando siamo messi sotto stress dalle circostanze, perché in quei casi non abbiamo il tempo di recitare la particina che ci eravamo scritti, quella che all’incirca recitiamo quando le acque sono tranquille.

Le situazioni estreme ci rendono ciò che siamo veramente, perché accelerano tutti i processi e li privano del controllo. La partita tra i messinesi che si sono messi a caccia dell’untore e la comitiva di concittadini reduci dalle piste del Nord, dice proprio questo e denuncia un pericoloso slittamento verso climi incompatibili con le regole della convivenza.

L’uso inappropriato dei social network può essere causa di conseguenze anche gravi, non dimentichiamo i casi di suicidio indotto, e a me pare che si dovrebbe intervenire con misure repressive severissime. Qui non siamo di fronte a reati di opinione ma a vere e proprie effrazioni della vita altrui, aggressioni arbitrarie, lesive della sicurezza personale delle vittime, tuttavia dall’altra parte vi è una leggerezza che poteva e doveva essere evitata, la gente comune, che già se la passa male e rischia di perdere pure il niente cui è attaccata, fatica a sopportare l’idea che la Messina più agiata possa portare ospiti indesiderati a casa.

Vivo in Lombardia, proprio ai confini dei focolai di Bergamasco e del Cremonese, quello di Codogno dista una trentina di chilometri, scrivo proprio mentre affluiscono i dati di oggi, un triste rituale che sposta sempre più in avanti la data in cui dovrebbe verificarsi il picco, mentre aumenta la paura che l’avversario sia più distruttivo del preventivato. Qui siamo molto provati e in pena per il personale sanitario, ma proprio perché vivo nell’epicentro, dove è costante la preoccupazione, mi dichiaro certo che l’unico modo per affrontare questa emergenza, sia comportarsi con misura e spirito di solidarietà.

Se il comportamento dei gitanti diventa un modello imitato e se quello degli aggressori on line è la reazione standard, la Sicilia rischia il tracollo definitivo, il patogeno, prima di annientarci, romperà quello che sopravvive della vita civile. Mai come in questo momento dobbiamo sotterrare il pronome personale “io” e mettere finalmente in bacheca quel “noi” cui siamo allergici da millenni.

Abbiamo bisogno di diventare compagni di viaggio. Comunque sia andata, non possiamo dimenticare che una persona positiva al Coronavirus è una vittima, una persona malata, in uno stato di fragilità psicologica che la rende aggredibili, sia fisicamente che psicologicamente.

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Sparare nel mucchio per esasperazione non è ammissibile, non si può marchiare di infamia chi a quella gita non c’era nemmeno, ma per essere ancora più chiari non si può marchiare nemmeno chi c’era. Oramai il dado è tratto, stiamo imparando tutti quanti, e pagheremo un prezzo salato mentre lo facciamo, tiriamo una riga e ricominciamo. Uno contro uno vincerà il virus, tutti insieme non gli lasceremo scampo. Ora fermiamoci e lottiamo insieme. 

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Siamo abbagliati dalle mongolfiere e ci perdiamo la meraviglia di un insetto che cerca di tirare sera, la tenacia di un filo d’erba, gli affanni e i sorrisi dei nostri simili. Guardare con maggiore attenzione è una necessità, perché solo occhi più attenti e compassionevoli possono rendere più umano il nostro tempo

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