rotate-mobile
Riguardare con cura

Riguardare con cura

A cura di Domenico Barrilà

Il discorso di Giorgia, spia di un mondo tenebroso e senza speranza

C’è la pretesa, come nelle fiabe, del plauso imperituro e incondizionato della folla, l’incapacità di rassegnarsi all’idea che l’Italia non sia la propria personale comunità terapeutica, il proprio “tesoro”, al pari di quello di Gollum, giusto per restare nel mondo incantato del Signore degli Anelli così caro alla signora

La grandezza della missione che ci è stata affidata non consente di perdere tempo con le bassezze, e io personalmente sono molto più resistente di quanto i miei avversari si aspettino, e vedremo chi dei due arriverà alla fine”.

Non sono deliri di onnipotenza, ma poco ci manca. E come tutte le manifestazioni di questa natura, rischiano sempre di cadere nell’operetta, quando non sono pericolose.

Si tratta di parole terribili, minacciose, orrende, piene di sottintesi oscuri, che non mi è accaduto di ascoltare neppure nella baraccopoli in cui sono cresciuto, che certo non era abitata da accademici della Crusca.

Non sono state le sole pronunciate della presidente del consiglio italiano alla chiusura della festa del suo partito, espressioni che contengono una lucida quanto involontaria spiegazione della strada senza uscita imboccata dal Paese, finito nelle mani di una persona che divide, che non trova pace e continua la sua lotta contro i propri traumi infantili, violentemente rimestati di recente. C’è la pretesa, come nelle fiabe, del plauso imperituro e incondizionato della folla, l’incapacità di rassegnarsi all’idea che l’Italia non sia la propria personale comunità terapeutica, il proprio “tesoro”, al pari di quello di Gollum, giusto per restare nel mondo incantato del Signore degli Anelli così caro alla signora, che forse si è a lungo sognata come Lohengrin, figlio di Parsifal, mentre arriva dal mare, portata da un cigno.

Signora sveglia! Le leggende sono pericolose, quando smarriscono l’autocritica. “La grandezza della missione che ci è stata affidata”, mi lascia molto pensieroso.

Parole di sfida di una persona fuori ruolo. Permalosa, astiosa, che cova e poi non si tiene, capace di attaccare brutalmente influencer indifendibili, suoi pari, perché essa stessa si è costruita attraverso la capacità di narrarsi, ma anche di aggredire avversari politici, senza usare un filo di classe, nemmeno quella fisiologica dovuta al ruolo -inaudito- ricoperto.

Siamo diventati personaggi di una pièce teatrale di pessimo gusto. Ritorno in grande stile della commedia all’italiana. Ripenso al governo guidato da Romano Prodi, che poteva permettersi un ministro dell’economia come Carlo Azeglio Ciampi, e mi chiedo quanto sia diventata scalabile la politica italiana. Sembra che basti cominciare da ragazzi, si tiene duro, facile se aiutati da enormi spinte compensatorie e ambizioni ipertrofiche, si imparano tutti i trucchi, poi si è pronti per il vertice. Senza essersi mai impregnati di quello spessore “esterno” alla politica, il solo ingrediente che può fare di un mestierante un fuoriclasse, un vero servitore dello stato, un interprete della varietà presente in un gruppo umano composto da sessanta milioni di persone.

La politica come mestiere, dove ce la fai solo se sei stato a bottega in un partito, un tragico riduzionismo, dove manca la concorrenza, ossia la ricchezza, esterna. Dove per completare il processo e mettere al sicuro le proprie ambizioni bisogna ignorare ogni pietra di paragone che può sovrastare, ogni quercia che fa ombra.

Occorre escludere dalla graduatoria il talento che si muove nella società civile, ignorare chi i meriti se li è guadagnati fuori dalla politica, coloro che l’Italia l’hanno fatto e la fanno davvero grande, contrariamente a chi la offende con discorsi burini, che ci precipitano nel girone dantesco della mortificazione più umiliante.    

Oggi Prodi e Ciampi i palazzi del governo li vedrebbero al massimo nella giornata del Fai. Ora c’è Giorgia Meloni, col cognato e una nomenclatura ministeriale nella quale manca solo la regia dei fratelli Vanzina.

Nei giorni scorsi mi trovavo a Vimercate, in Brianza. Sono rimasto colpito dai nomi delle vie, molte delle quali intitolate a persone che si sono distinte durante la Resistenza, uomini e donne. In ogni via spiccava un pannello a colori, molto elegante, contenente la foto e informazioni biografiche della partigiana o del partigiano cui è dedicato il luogo.

Dentro di me sono scattati un immediato senso di riconoscenza e un riflesso di familiarità, come se quel luogo mi appartenesse da sempre. È questo l’impianto esistenziale che chiamiamo “identità”, costituito da ingredienti comuni e nobili, non certo da quelle tenebrose memorie responsabili delle più grandi tragedie dell’umanità, in nome delle quali si chiedono i voti facendo finta che si sta giocando alla democrazia, mentre in realtà si stanno vellicando sentimenti di esclusione, di rivalsa, di inospitalità, accompagnando la recita con moine che rimandano a uno strano cristianesimo, troppo simile ad una vera e propria caccia all’uomo, che però seduce persino sacerdoti in evidente, spaventoso, debito di fede. Ma forse anche di altro, di molto altro.

Il discorso di Giorgia, spia di un mondo tenebroso e senza speranza

MessinaToday è in caricamento