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Venerdì, 1 Marzo 2024
Riguardare con cura

Riguardare con cura

A cura di Domenico Barrilà

Docente indagato per atti sessuali con i suoi studenti, ma quei ragazzi non sono vittime solo del professore

La brutta storia maturata all'istituto Jaci apre più di uno spunto di riflessione su una comunità cieca che genera solo dolore. Ma il rischio dietro l'angolo è che si scivoli solo in piccanti considerazioni paesane, strada maestra per non porsi domande e continuare con le conseguenti omissioni

Per parlare degli abusi che avrebbero visto nel ruolo di vittime gli studenti dello Jaci e in quello dell’abusante un professore dello stesso istituto, occorre parlare di Messina, della sua -inimitabile, insopportabile, autolesionistica, letale- indolenza.

Un luogo dove manca da un anno e mezzo il garante per l’infanzia, dimessosi con una lunga lettera che i cittadini dovrebbero leggere e meditare, che ci ricorda quanto le istituzioni siano insensibili al disagio giovanile nel suo insieme.

Guai a quella politica messinese che si permette di criticare famiglia e scuola, prima di porsi domande sulle proprie omissioni e sulla qualità dei servizi di affiancamento a scuola e famiglia. Queste ultime non mancano di responsabilità, ma sono state lasciate sole, a mani nude.

Questa primavera sono venuto in città, ospite di un premio che interessava centinaia di giovani studenti. La sera avevo incontrato, già che c’ero, un nutrito gruppo di professionisti, di vari ambiti, alcuni con i loro affetti al seguito.

Sono stati due momenti intensi, ma chiusi in se stessi, come sempre accade quando intervengo a Messina, città emotiva all’ennesima potenza e, dunque, aprogettuale. Sarà anche l’ultima per qualità della vita, ma quanto a capacità di infiammarsi e spegnersi in frazioni di secondo, quando va bene, e poi dimenticare, rappresenta un’eccellenza. Il suo archivio collettivo è zeppo di documenti neanche aperti, di eventi neppure masticati, di traumi manco degnati.

Conosco questo triste basamento culturale. Il primo quarto della mia vita, quello in cui si formano le linee di indirizzo della personalità, è trascorso sulle sue strade, quelle periferiche, ma a Messina tutte le strade sono periferiche, come le persone, tutto è periferia in questa città, manca un centro morale e culturale intorno a cui aggregarsi, quello spazio vuoto è preda di personaggi ineffabili, che riescono a mettere mano sul poco lavoro disponibile trasformandolo nell’inafferrabile codino di quella giostra che il linguaggio popolare chiama “calcio in culo”. Un’illusione sulla quale costruiscono la loro immeritata fortuna, mentre i giovani se ne vanno, i genitori aspettano e la città si svuota della parte più sana.

Ebbene, tutte le volte è la stessa musica. “Riceverà molti inviti nelle nostre scuole, abbiamo bisogno di suo aiuto, siamo subissati di richieste dei suoi recapiti”, diceva dal palco la brava speaker del convegno. È seguito il silenzio di tutte le volte, che non può essere giustificato dall’impegno economico, perché il relatore non chiede nulla per aiutare la sua città d’origine. Il motivo vero è radicato nella pigrizia, nella strafottenza, nella rassegnazione, nella speranza che nulla cambi, perché se cambia qualcosa salta il gioco delle parti, in questa misera commedia dove ognuno si illude di avere trovato un grammo di sicurezza, soprattutto coloro che ricevono regolarmente uno stipendio, perché garantiti, anche, per grazia ricevuta.   

Potremmo dire che il 28 dicembre i messinesi se lo sono impresso nel Dna, il tempo di una scossa e poi si va oltre, a furia di andare oltre ci si dimentica di imparare da quello che accade, quindi si ricomincia sempre daccapo.

È così in politica, una sorta di teatro scespiriano, unico al mondo, capace di partorire personaggi indimenticabili. Purtroppo. È così all’Ateneo, segnato da un’inossidabile continuità. Le ultime elezioni per la carica di rettore sono un capolavoro di antropologia culturale. È così nella chiesa, dove pochi anni fa è stato umiliato e sacrificato un vescovo, nel silenzio generale, un silenzio metodologico, soprattutto rispetto ai mondi di cui sopra, mai nominati per “prudenza”.

Adesso in un noto istituto scolastico cittadino sembra sia accaduto il finimondo, fatti davvero gravi che coinvolgono la nostra gioventù e la scuola, ma credo sia lecito domandarsi da quanto tempo andavano avanti gli abusi di cui si parla e se non fosse mai arrivato all’orecchio di qualcuno anche un minimo spiffero. Se la cosa era nota anche a un solo adulto, dovrebbero venirci i brividi, se invece era passata inosservata, se le sue turbolenze erano sfuggite ai membri del sottoinsieme, la gravità si moltiplica per cento, perché significa che la comunità scolastica non è affatto una comunità, ma un semplice luogo di lavoro.

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Mi auguro non sia così, ci sarebbe da stare male. Io e molti coetanei siamo stati salvati, letteralmente, dagli insegnati messinesi di allora.

La scuola è, anzi sarebbe, il primo grande cancello di controllo del lavoro svolto in famiglia, ma se il doganiere è sopraffatto dagli affari suoi non vede nulla. Tuttavia, non lo si può nemmeno attaccare perché la scuola da sola è impotente, soprattutto quando la famiglia in essa vede solo un lasciapassare e, di riffa o di raffa, vuole il massimo, dalla scuola, non dai figli, pretendendo il “cento e lode” anche quando le prove Invalsi inviterebbero ad abbassare le ali.

Capisco il dramma di chi deve sopravvivere in un contesto che sembra un colabrodo e il poco che c’è va difeso coi denti, in un logorante tutti contro tutti dove il compromesso al ribasso è la norma e favorisce i furbi, quelli che sanno organizzarsi. Per prendere in giro una collettività individualista bastano quattro gatti, che a Messina sono assai più di quattro e sanno come lucrare sulle divisioni del gruppo, sui bisogni dolorosi dei singoli.

Quei ragazzi, vittime del professore, ma non solo, sono stati a lungo “invisibili” agli occhi di chi doveva vederli ma non li vedeva, questa è una colpa collettiva, nessuno deve chiamarsi fuori, inchiodare scuola e famiglia è troppo facile.

Invisibile, sempre che gli addebiti vengano accertati, lo è stato anche il professore, che pure qualche tratto fosforescente doveva averlo.

Tutti ectoplasmi privi di corporeità, ma i danni saranno tridimensionali ed esistenziali insieme, forse permanenti, soprattutto per i giovani direttamente coinvolti, mentre per gli altri si tratterà di piccanti considerazioni paesane, la strada maestra per non porsi domande e continuare a pensare di essere scaltri (marchio di fabbrica del messinese medio), ipotesi consolatoria che dev’essere tenuta viva con la necessaria premessa, ossia la cecità selettiva e le conseguenti omissioni.

   

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