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Martedì, 24 Maggio 2022
Riguardare con cura

Opinioni

Riguardare con cura

A cura di Domenico Barrilà

Mafie e criminalità, per vincere la violenza collettiva occorre combattere quella familiare

"La diffusa convinzione seconda la quale la violenza tenderebbe a generare violenza, raramente viene applicata al terreno educativo, dove invece sarebbe quanto mai opportuno concentrare l’attenzione, perché è proprio lì che le percosse possono dare luogo a conseguenze, differite sul tempo, assai negative per l’interesse dell’individuo che le subisce e dei gruppi sociali che lo ospitano"

L’inclinazione alla violenza domestica, il mio lavoro mi suggerisce tale nesso, è principalmente correlata con precisi modelli culturali e tende a trasmettersi da una generazione all’altra per contagio ambientale. Il suo laboratorio per eccellenza è la famiglia.

Quando celebriamo giornate come quella dedicata alle vittime delle mafie, dovremmo ricordacene altrimenti ogni esecrazione rimarrà priva di effetti pedagogici e civili. In quella tragica parolina, “mafie”, foriera di lutti, imbarbarimenti e regressioni di interi mondi, purtroppo c’è anche qualcosa di nostro.

Un individuo abituato a considerare normale uno strumento correttivo basato sulla violenza, oltre a subire la ricaduta fisica e morale della stessa, acquisisce una “memoria predisponente”, alla quale certamente è libero di opporsi, ma che altrettanto certamente si porterà dentro come una miccia pronta ad incendiarsi. 

La diffusa convinzione seconda la quale la violenza tenderebbe a generare violenza, raramente viene applicata al terreno educativo, dove invece sarebbe quanto mai opportuno concentrare l’attenzione, perché è proprio lì che le percosse possono dare luogo a conseguenze, differite sul tempo, assai negative per l’interesse dell’individuo che le subisce e dei gruppi sociali che lo ospitano. 

Questo passaggio rende chiaro quanto sia improprio il termine “violenza privata” per indicare una situazione familiare in cui i genitori usano la coercizione fisica come strumento educativo, perché gli effetti che ne conseguono riguardano tutti, soprattutto gli innocenti, ossia persone al di fuori dallo scenario dove quelle violenze si praticano.

Proiettare oltre la dimensione “privata” la lettura delle conseguenze di una percossa inflitta a un bambino o a un ragazzo, è uno sforzo che dovremmo provare a compiere, perché in gioco ci sono interessi che superano il perimetro familiare, qualche volta enormemente. 

Disciplina senza lacrime, dunque, un traguardo possibile solo se il potere discrezionale dell’educatore cessa di essere arbitrio e si trasforma in servizio, anche spezzando precedenti catene di violenza, perché, come si diceva, chi percuote, molto probabilmente, è stato a sua volta percosso. 

Parafrasando un celebre detto che riguarda la storia degli ebrei, chi percuote un bambino sta percuotendo il mondo intero, perché nella testa della piccola vittima quel gesto sarà catalogato come “possibile”, dunque replicabile. Quando la violenza appresa in famiglia diventa replicabile, non potremo mai dire quale sarà la misura di quella replicabilità, tuttavia, considerato che la violenza nel mondo non è un ospite minoritario, una risposta possiamo forse intravederla.

*psicoterapeuta

Da Vocedelverbostare

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