Lunedì, 20 Settembre 2021
Riguardare con cura

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A cura di Domenico Barrilà

Mariolina e Alessandra, Barrilà: "Una tragedia che nasce dall'equivoco del possesso”

Uno sguardo psicoanalitico sull'insostenibile sofferenza di chi arriva ad uccidere i propri figli. “Nessuno si deve sentire obbligato a diventare genitore, a meno che non sia preparato a perdere subito ciò che crede di avere conquistato. Deve bastare il privilegio di potere educare una creatura, deve contare, come scrisse uno sfortunato ragazzo, il semplice dono di averla conosciuta”

Mariolina, come aveva scritto, si è portata con sé Alessandra.

Se le cose stanno così, le indagini sono ancora in corso, Alessandra è stata uccisa da una madre che, come purtroppo accade di frequente, si sentiva proprietaria della vita della figlia.

Un anno fa, non molto distante da Santo Stefano di Camastra, tragedia e personaggi non dissimili, anche allora una madre e un figlio. Anche qui, secondo la procura, l'ipotesi più accreditata è quella dell'omicidio-suicidio.

Anche se fossero due casi isolati sarebbero troppi, ma non sono isolati, molte mamme si sentono proprietarie dei figli, anche per comprensibili ragioni biologiche, tuttavia, quando la pretesa coincide con una fase di fragilità, di malessere, di sofferenza, si possono verificare conseguenze estreme. In provincia di Messina, nel volgere di una manciata di mesi, sarebbe accaduto due volte, perlomeno in versione tragica, credo che questi eventi siano la degenerazione di un tipo di cultura molto presente.   

Non importa neppure quali possono essere le motivazioni retrostanti lo spaventoso gesto di Santo Stefano di Camastra, peraltro lucidamente premeditato, o quello che sembrerebbe accaduto ai poveri Viviana e Gioele, perché niente può giustificare l’uccisione di un figlio, se non uno stato d’animo fortemente infiltrato di pensieri e sensazioni sbagliate e impermeabili all’autocritica, dunque lontani da quella condizione che chiamiamo normalità.

Guardo le foto di Alessandra e di Mariolina, e mi monta una rabbia irrefrenabile, leggo ciò che scriveva la madre sul profilo Facebook il 19 maggio di quest’anno, parole da cui traspare con chiarezza la sua concezione del rapporto educativo, e la rabbia cresce, non me ne voglia questa sfortunata genitrice. “Quando un genitore ti chiama più volte al cellulare non lo fa perché vuole darti fastidio, è solo che la sua anima freme nel saperti a casa sano e salvo. Un genitore non ti dà mai il peggio né te lo augura. Un genitore ti ama e ti supplica di avere una vita migliore e più felice della propria".

Sembra che il mondo sia una selva dove le imboscate sono perennemente dietro l’angolo, ma soprattutto affiora la visione padronale della madre, che si auto percepisce come unica fonte di sicurezza della figlia, dunque lontano da lei non possono che esservi pericoli.

Forse è stato proprio il naturale bisogno della figlia di ampliare il proprio spazio di libero movimento a innescare nella genitrice il timore di perdere il proprio ruolo e, mi permetto dire, anche il proprio potere.

Se io non posso più controllarla non andrà da nessuna parte, sembra dire l’omicida, alla stregua di quei fidanzati e mariti che, abbandonati dalla compagna, decidono di sopprimerla.

Mi spiace Mariolina, non riesco a giustificarla, il padre che è in me non lo consente e ancora meno il professionista, perché cercare di spiegare gli eventi non può mai significare chiudere gli occhi su un modello di genitorialità immaturo, capriccioso, geloso, esclusivo, completamente dimentico del primato del figlio, della sua dignità, dei suoi diritti.

L’importante che la madre stia tranquilla, la prole si deve adattare, anche a costo di ridurre i propri sogni.

Venti anni fa mi occupavo di un ragazzo di 18 anni, completamente paralizzato dalla gabbia che aveva costruito intorno a lui la madre. “Quando le chiedevo se potevo uscire con il motorino, mi rispondeva che la notte aveva sognato che morivo in un incidente!”.

Un’altra persona, una ragazza schizofrenica di 20 anni, aveva disegnato davanti a me un quadratino con un puntino all’interno: “Il puntino sono io, il quadrato mia madre”.

Cara Mariolina, purtroppo con lei arrivo tardi, ma vorrei dire a chi può leggermi, che nessuno si deve sentire obbligato a diventare genitore, a meno che non sia preparato a perdere subito ciò che crede di avere conquistato. Deve bastare il privilegio di potere educare una creatura, deve contare, come scrisse uno sfortunato ragazzo, il semplice dono di averla conosciuta.

*psicoterapeuta, analista adleriano

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