Riguardare con cura

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A cura di Domenico Barrilà

Migranti e dintorni, perchè questa politica rischia di distruggere il Paese

L’uscita infelice, salviniana e fascistella, contro il pronunciamento del magistrato catanese a proposito degli extracomunitari, è una bella cartina di tornasole sui principi che animano il governo. La separazione dei poteri è un concetto duro da assimilare se vieni da una certa cultura. E se con comprendi la differenza tra una famiglia e un partito

Ogni volta che Giorgia Meloni apre bocca, mostra tutti i presupposti su cui si appoggiano il suo pensiero, la sua visione della politica, dei poteri, della società, aspetti che il suo parrucchiere e la sua estetista non possono correggere, perché impiantati in profondità.

L’uscita -infelice, salviniana e fascistella- contro il pronunciamento del magistrato catanese a proposito di migranti, è una bella cartina di tornasole. La separazione dei poteri è un concetto duro da assimilare se vieni da una certa cultura. Ma è difficile capire simili altezze quando non si riesce comprendere la differenza tra una famiglia e un partito, differenza che, purtroppo, neppure gli elettori capiscono, considerato che l’Italia è il paese delle raccomandazioni e delle contiguità, abitudini in cui neppure a sinistra si scherza, ma non fino al parossismo, come accade nel partito della premier.

Sarebbe interessante domandarsi come oggi si possano scalare tutti i gradi fino al vertice, occupando cariche che paiono oggettivamente inaudite rispetto al talento manifestato. Cerco di spiegarmi partendo dall’esperienza personale e dico subito che fare politica non è difficile, credetemi, se vi impegnate con costanza e vi applicate a tempo pieno o quasi, arrivate dove desiderate. Per questo sperimentiamo equivoci come quello incarnato da Giorgia Meloni, che rappresenta un’esemplificazione perfetta di quanto cerco di dire.

Si è messa a fare politica da ragazzina, in modo quasi esclusivo, sospinta da una motivazione personale feroce, imparando bene la parte, come sarebbe accaduto a ciascuno di noi perché la politica si apprende solo facendola. Questo spiega anche la figura di Matteo Salvini, che nessuno degli imprenditori che conosco assumerebbe presso la sua azienda, uno di loro, scherzando ma mica troppo, mi dice che gli costerebbe meno se lo pagasse per stare a casa.

In Meloni c’è l’aggravante, non piccola, che lei e i suoi compagni di viaggio sono fascisti. Infatti, se retro proiettassimo le posizioni che ciascuno di noi rappresenta oggi e le sovrapponessimo a un dato periodo storico, io la chiamerei responsabilità ascendente, avremmo con certezza la nostra collocazione allora. Di certo Giorgia Meloni e i suoi sodali avrebbero militato in uno schieramento preciso, non certo dalla parte degli Alleati o della Resistenza, ecco perché alcune ricorrenze ce la mostrano con il grugno.

Dev’essere terribile il suo stato d’animo in quei momenti, se dovesse esaltare la Resistenza si sentirebbe come un celiaco dopo che è si mangiato un piatto di pastasciutta e un panettone intero.   

Da ragazzo è accaduto anche al sottoscritto di bruciare le tappe, facevo il manovale a Milano e studiavo all’università di Padova. Nel 1976 ero diventato segretario di un partito in una cittadina di 20 mila abitanti, alle porte della metropoli, non ero il genio della lampada, eppure nel 1983 mi era stata offerta la candidatura alla Camera. Rifiutata perché aveva appena iniziato il mio lavoro, ero sposato da non molto ed eravamo in attesa del primo figlio.

La facilità derivava dal fatto che avevo preso sul serio l’impegno e ce la mettevo tutta, inoltre avevo poca concorrenza perché le persone più dotate e in carriera non avevano tempo per la politica, la stessa cosa che accade anche oggi, ragione per cui quelli scarsi si trovano la strada spianata.

Fate scorrere come su un gobbo i nomi di oggi, pensate a Donzelli, a Salvini, a Lollobrigida, a Crippa e avanti così. Ma la cosa non riguarda solo la destra, possiamo parlare di alcuni consiglieri regionali del Pd in Lombardia o in altri strati delle istituzioni.

È stato molto più difficile impormi nella mia professione e nell’editoria, non si può neppure impiantare un paragone.

Inoltre, allora il livello era comunque più alto di quello attuale. Sono stato consigliere e assessore ai servizi sociali nel mio comune, prima ancora di compiere 30 anni, e mi sento di dire che il 90 per cento dei politici di oggi non avrebbero neppure potuto aprire bocca. Negli anni Settanta abbiamo trattato con quella che allora si chiamava Azienda Elettrica Milanese (AEM), che chiedeva di potere quadruplicare la potenza di una centrale termoelettrica collocata nel territorio di Cassano d’Adda, il comune nel quale vivo da mezzo secolo, portandola da 75 a 320 Megawatt, sono stati lunghi anni di studio e di confronto, ricordo interventi dei miei colleghi che sembravano tesi di laurea. La metà delle cose che credo di sapere devo averle imparate in quelle dure giornate di studio, tra modelli matematici, venti prevalenti, concentrazioni di CO2, elettrofiltri, centraline di rilevamento, impatto della salute delle persone. Parliamo di oltre 40 anni fa, quando l’ambientalismo era agli esordi e la legge Merli, sulla tutela delle acque, era appena stata approvata.

Fatta questa lunga premessa, ci rimane una conclusione. Se non torniamo tutti a impegnarci in politica, soprattutto le persone di maggiore talento, rischiamo il collasso -non è una frase a effetto- definitivo del Paese e nessuno potrà accampare alibi.

Sarei dell’avviso di rendere obbligatorio per tutti ragazzi delle superiori e delle università un periodo di servizio civile nelle istituzioni, non solo negli uffici ma anche a fianco degli organi elettivi e della  politica.

Ci sono tanti giovani in grado di dare contributi originali al rinnovamento della politica, perché la loro presenza spingerebbe fuori quelle figure parassitarie che vi mettono piede e non se ne vanno via più, ammorbandoci la vita.

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