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Sabato, 30 Settembre 2023
Riguardare con cura

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A cura di Domenico Barrilà

La strage degli operai: Kevin Laganà è morto qui, a Messina

Il 22enne travolto dal treno a Brandizzo non è morto per caso, ma nessuno stabilirà nessi tra l’epilogo tragico della sua giovane esistenza e le responsabilità di chi in tutto questo tempo si è sistemato le proprie faccende. Aggravando la situazione di questo luogo agonico e triste dove la disoccupazione è al 34% e la popolazione è calata di 18 mila unità in dieci anni

Il cognome mi aveva fatto pensare che Kevin ci appartenesse, che fosse nato e cresciuto da qualche parte in quella città che amiamo e che non sopportiamo con la stessa intensità.

Poi è arrivato il messaggino di Dino Calderone e il mio dubbio è diventato certezza.

Anche io, come tantissimi messinesi, a quell’età ero già al Nord a guadagnarmi da vivere, facendo all’incirca ciò che faceva Kevin Laganà, originario del rione Giostra.

“Intuivo che fosse messinese. Penso ai suoi genitori e alla superficialità di chi scherza con la vita altrui”, così avevo risposto a Dino. Poi siamo passati oltre, ponendoci mille domande e altrettante considerazioni.

Lui mi dice che per tasso di disoccupazione, Messina è la prima tra i grandi comuni con il 34%.

Io, istintivamente, mi chiedo se gli occupati, quelli “fortunati”, guadagnano stipendi che somiglino a ciò che dovrebbero essere. Dubito.

Dino aggiunge che negli ultimi dieci anni la popolazione è calata di 18 mila unità e che i nati sono la metà dei morti.

Qui forse non siamo soli, la denatalità è un fenomeno diffuso, ma da noi è figlia dell’agonia economica e sociale di cui siamo preda.

Dino mi dice di sentirsi in colpa come cristiano per questo fallimento che investe la città, gli replico che noi ci angustiamo ma i veri responsabili dormono sereni, parlo di coloro che si tramandano il potere di padre in figlio, che rastrellano tutto il lavoro disponibile per se stessi, per gli amici e i parenti, e che comandano da sempre, sovvertendo logiche e destini. Forse Kevin non sarebbe stato su quel binario di notte, se la politica messinese nei decenni avesse servito i messinesi e non se ne fosse servita.

Kevin non è morto per caso, ma nessuno stabilirà nessi tra l’epilogo tragico della sua giovane esistenza e le responsabilità di chi in tutto questo tempo si è sistemato le proprie faccende, aggravando la situazione di questo luogo agonico e triste, soprattutto perché è sopraffatto dai distacchi.

Se Kevin è stato costretto a fare esattamente ciò che io avevo fatto mezzo secolo fa, significa che nel frattempo le cose sono peggiorate e chi in questi cinquant’anni è stato al potere dovrebbe rispondere, invece di essere rieletto come se avesse creato prosperità e benessere.

Chiedo ai messinesi di imparare a porsi delle semplicissime domande, basta volerlo, ma forse è scomodo perché gli idoli politici locali sono quelli che loro stessi creano e votano, e che altrove nessuno prenderebbe sul serio, considerato il livello delle classi dirigenti che si susseguono da noi. Per questo, è inutile piangere e disperarsi per la fine di Kevin, non siamo credibili, perché quel ragazzo ha cominciato a morire tutte le volte che abbiamo votato non per il bene di tutti bensì per ricevere qualche elemosina da chi usa la politica cittadina lucrando sul nostro bisogno di lavoro, sulle nostre speranze, sulle nostre necessità essenziali. Ha iniziato a morire tutte le volte che abbiamo girato le spalle al grido di dolore dei nostri concittadini, ingaggiando una guerra tra poveri per accaparrarsi quelle briciole che chi comanda lascia ai disperati.

Kevin è morto a casa nostra e per causa nostra, è morto perché né lui né la sua famiglia si sono potuti permettere il lusso di scegliere se restare oppure andare.

Partire o morire, che nel caso di Kevin si è trasformato in partire e morire.    

Conservo un sogno. Vedere tutti coloro che dal dopoguerra si sono alternati alla guida della città, sfilare silenziosamente davanti alla platea composta della miriade di messinesi rovinati dall’incapacità e dalla disonestà dei loro governanti, sentire il peso del giudizio delle loro vittime, espiare per il resto della loro vita.

Quel treno lanciato nella notte è stato solo l’esecutore materiale, i mandati sono qui, a Messina e ci resteranno fino a quando lo vorranno i messinesi, quindi per sempre, perché la miseria unita alla fatica di portare a casa il minimo necessario, li rende pigri, indolenti, rassegnati, impedendo loro di reperire il tempo necessario per regolare i conti, ossia per impegnarsi direttamente nell’esercizio del potere, trasformandolo in quello che qui non è mai stato, un servizio.

Proprio su quella fatica di vivere contano i governanti per reiterare le loro promesse vigliacche, seguite da nuove promesse ancora più iperboliche, tanto loro il problema del pranzo e della cena l’hanno risolto e i loro figli non partono per chissà qual nord. La mangiatoia può sfamare anche loro.

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