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Riguardare con cura

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A cura di Domenico Barrilà

Dal ponte Morandi a quello sullo Stretto con il ministro del guard-rail

Ammetto che se potessi dire ciò che penso davvero di Matteo Salvini, ministro della Repubblica (vedete voi), dovrei abbandonare ogni possibile chiave di lettura scientifica, perché neppure la scienza possiede pinze così sofisticate per acchiappare misteri così profondi, inspiegabili quanto i segreti di Fatima.

Li ricordo, lui e Di Maio, recarsi nel luogo del disastro, quando crollò il Ponte Morandi, con il ghigno accusatorio e rassicurante al contempo, “adesso ci siamo noi, mica i farabutti di prima, vi rimboccheremo le coperte tutte le sere e cadrete in un sonno ristoratore”.

Adesso anche il ministro -provo un certo disagio a pensare che lo sia, ma non immaginate quale disagio mi provocano i siciliani che votano Lega- c’è finito pure lui tra “quelli di prima”, proprio a causa del Veneto, dove il suo partito, la Lega, comanda dai tempi dell’antico testamento, e lui è il capo delle infrastrutture; quindi, sono padroni e signori di quei pezzi di ferro arrugginiti dove, a occhio non ci potevi appoggiare neppure una bicicletta, altro che un pullman carico di persone.

Lui però è brillante, come tutti gli scugnizzi prestati a imprese più grandi, enormemente più grandi di loro, che recitano parti improvvisate, a braccio, si è inventato che il problema sono le batterie elettriche degli automezzi. È come se un camion vi investisse frontalmente e il ministro raccontasse che la vostra auto aveva il pomello del cambio non originale.

E sì, è un ministro della Repubblica. Proprio così. Lo stesso che va in giro a baciare il Rosario, una violenza bella e buona perché, ne sono sicuro, la Madonna non presterebbe mai il consenso, ma poi, diciamolo, oggi la Signora delle signore, medio orientale avrebbe avuto un destino diverso. Viaggerebbe su un gommone.

È ancora quello che una volta, quando sentiva la parola terrone (io c’ero) aveva la stessa reazione che mostrano gli orsi dei fiumi quando vedono un salmone che cerca di risalire la corrente, sempre lo stesso che ora (visto che i terroni votano) se la prende coi poveracci che vengono da fuori. E intanto si fa un’altra limonata col Rosario, ma solo per ricordare che lui è cristiano, cioè si sente parte di una religione che considera tutti gli uomini fratelli, senza che uno straccio di vescovo dica pubblicamente che dovrebbe essere scomunicato. Quando mi capita di parlarne con qualcuno di loro, tirano in ballo la loro coperta di Linus. “Vede dottore, bisogna essere prudenti, discernere con saggezza”, in altre parole non compromettersi. Conosco un amico che, stanco di queste ammuine, si è sbattezzato. “Se il vangelo dice il vero, Salvini vaneggia, se invece nessuno delle gerarchie lo contesta, con nome e cognome, allora è il Vangelo ad avere torto, e io la domenica preferisco andare a fare colazione in giro per la Lombardia”.

Quando si sbattezzò, il sacerdote che dovette compiere la procedura, gli chiese. “Mi permetta di domandarle se per caso è colpa nostra, di noi consacrati intendo”. Gli rispose che era la conseguenza di riflessioni antiche e cicliche, ma a me disse: “Domenico, mi faceva tenerezza, era inutile infierire”. In Lombardia, per la cronaca, tantissimi preti votano la Lega, anzi la prima Lega incubò proprio nelle parrocchie della Valle Seriana.

Ma torniamo al ministro dei Guard Rail, solo per dire che dovrebbe essere quella la sua competenza, ma con la tuta catarifrangente, scarpe antinfortunistiche e casco, mentre li imbullona. Invece non è così, purtroppo, fa il ministro, e ora deciderà pure il destino degli abitanti dello Stretto, sfregiando il loro territorio con un ponte che, mi spiace dirlo, crollerà, sarà solo questione di tempo, ma crollerà. La Terra parla, e anche chiaro, basterebbe ascoltarla, invece di pensare ai voti.

Lui, il ministro, forse non ci sarà più, ma in compenso su quel nastro ci saranno mamme, papà, bambini, che per allora viaggeranno tutti a bordo di macchine con batterie elettriche, e quindi colpa loro.

Ma questo lui, innamorato non ricambiato del Rosario, l’aveva detto e gli andrà riconosciuto.

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