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Riguardare con cura

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A cura di Domenico Barrilà

Il ponte, il sindaco e il senatore leghista: per fortuna c'è un tutore a Messina

Confronto tra un senatore leghista della provincia di Messina e il sindaco della Città, a proposito del ponte sullo Stretto. Una vistosa differenza di stazza e di argomenti, tutta a vantaggio del primo cittadino, che gioca quasi senza avversario.

Un leghista messinese. Pensateci. Rappresenta un partito nato dall’odio verso i meridionali. Ero qui in Lombardia quando è stato fondato, atteggiamenti ed espressioni vomitevoli, di cui Matteo Salvini era una perfetta espressione.

“Chest chi l’e vun de lur”. Ci additavano così, i trogloditi leghisti e ora qualcuno gli stende il tappeto verde, a casa nostra.

Il professore di educazione fisica, intervistato per il Fatto Quotidiano dalla giornalista Elena Iannone, ricorda che quando lo studente Matteo Salvini parlava di meridionali “aveva la bava alla bocca. Io sono meridionale e per lui dovevamo andare via”. Al tempo l’idolo del leghista della provincia di Messina frequentava il liceo classico Manzoni di Milano. “I suoi distintivi -aggiunge il docente- erano la violenza verbale e l’arroganza. A 14 anni era esattamente come ora”. Posso capire, lo stile di vita è coerente, continuo. Ossia, se uno è una pippa a 14 anni continuerà ad esserlo fino all’ultima stazione, al massimo diventerà furbo. La furbizia, lo sappiamo, è uno scarto di lavorazione dell’intelligenza, ma l’intelligenza può essere prosociale, la furbizia mai.

In questa storia si coglie bene tale scarto.

Un prepotente non ascolta nessuno, vuole il suo giocattolo, anche a costo di generare una catastrofe, ignora la storia del territorio, la sua gente, non ascolta chi gli fa presente i rischi e le avventatezze, certificati da una documentazione piena di falle, talmente gravi che sarebbe rischioso persino costruire un campo da golf a quelle condizioni. Sorvola sulle osservazioni degli altri ministri, il suo stesso governo, perché lui, persona dai confini preoccupanti, vuole lasciare una traccia di sé, timoroso dell’oblio che gli spetta di diritto. Proprio lui che quando crollò il Ponte Morandi fece una passerella da giustiziere, insieme all’altra sagoma con la cravatta, l’allora ministro Luigi Di Maio, me li ricordo il giorno dei funerali, con quell’aria che “con noi non sarebbe mai successo”.

Ecco, la persona che si mette a fare le pulci al sindaco di Messina, è un fedelissimo di questo individuo lo “statista” che aizzava la folla e cercava di interrompere i consigli comunali quando si cercava di dare un luogo di preghiera alle comunità islamiche del territorio. Lo stesso che vuole imporre alla nostra gente un’opera estranea e, soprattutto, pericolosa, che deformerà per sempre luoghi di bellezza rara, collegando due povertà che attraverso il manufatto potranno scambiarsi giusto l’aria fritta. A proposito, mi piacerebbe sapere se il senatore leghista della provincia di Messina pensa di avere qualche idea dell’importo del pedaggio.

Lo stesso leader leghista fautore di quell’autonomia differenziata, che costruirà nuovi gradini tra Settentrione e Meridione. Già oggi al Sud si muore prima.

Ricordare al senatore leghista della provincia di Messina, come fa il sindaco, che pochi anni fa lo stesso Matteo Salvini derideva chi parlava di Ponte, è inutile, queste osservazioni valgono quando l’interlocuzione è alla pari.

Dunque, senza contare dislivello di forma e sostanza tra le posizioni del senatore leghista della provincia di Messina e il sindaco della città, che già basterebbero a chiudere il discorso, mi chiedo come potrei prendere in considerazione le parole di un signore siciliano che fa il senatore per un partito che promuoveva sentimenti di esclusione verso noi siciliani in Lombardia.

Mia moglie, come molti milanesi, si vergogna come una ladra della nascita e della presenza nella sua terra di un movimento razzista, piuttosto feroce coi terroni, invece il senatore leghista della provincia di Messina, quindi terrone pure lui nonché reclutatore di nuovi leghisti messinesi, si mette a fare lo spiritoso col sindaco della Città dello Stretto, prendendo le parti del leghista a cui la Sicilia serve per recuperare i tanti voti che perde altrove.

Nei giorni scorsi, Gianfranco Micciché, politico che rappresentava nell’Isola il suo datore di lavoro fattosi leader, pure lui milanese, aveva dato un’intervista a Felice Cavallaro, per il Corriere della Sera.

Traggo un paio di chicche, sembrano battute comiche, ma rappresentano l’essenza della tragedia irrimediabile in cui è immersa questa Regione spiegando, forse senza volerlo, i motivi per i quali la Sicilia è diventata un enigma privo di soluzione.

“Non puoi fare l’assessore o il presidente se non hai letto un libro. Io a casa di Schifani ci sono stato. In salotto, nello studio. Non un libro. A parte uno di Vespa, in un angolo”. “Questa è una Regione di amici degli amici senza idee e cultura”.

Inutile dire che sono tra coloro che sognano una bella Norimberga per i politici siciliani del dopoguerra, mi piacerebbe vederli mentre spiegano ai cittadini le loro raffinate tecniche di presa in giro; la grande capacità di ipnotizzare tanta povera gente con delle promesse surreali; come facevano a comprarsi i voti con cinquanta mila lire e poi con pochi euro (fortunati, quando ero piccolo bastava mezzo chilo di pasta, talvolta anche un chilo). Guardare negli occhi quelle mamme e quei papà mentre raccontano come mai loro, i familiari e gli amici ingrassavano con la politica mentre i figli della gente comune partivano prima per la Germania, poi per le Lombardia, poi per dove capitava.

Comunque, si tranquillizzi, il senatore leghista della provincia di Messina, per lui niente Norimberga. Nel caso, immagino una soglia di accesso, insomma c’è un limite a tutto. L’unica cosa che mi aspetto, dai leghisti messinesi, è che chiedano una bella targa con tutti i loro nomi da affiggere sotto un pilone del Ponte, chissà mai cambiassero idea se la faccenda di mettesse male.

Ci vuole un niente a dire che erano stati fraintesi.

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