Riguardare con cura

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A cura di Domenico Barrilà

I progressisti e Meloni, quando l'intelligenza deve fare i conti con la furbizia

Se la presidente del consiglio è quella brutta copia di Tina Pica che abbiamo visto in azione nello spot sulle accise, spetta all’opposizione dimostrarlo ai cittadini tutti i giorni, attraverso una strategia seria, calibrata sul personaggio, in modo da costringerlo a mostrare le carte

Probabilmente il centrosinistra non riesce a interpretare il lato banale di Giorgia Meloni, un oceano inesplorato di cui si trovano tracce di tutto il suo percorso personale e della sua fragilità politica.

Il presidente del consiglio è persona suscettibile, permalosa, come tutti gli individui gravati da forti sentimenti di inadeguatezza, quand’anche mascherati a dovere. Si è forgiata all’interno di una storia di abbandoni, in cui è forte la presenza-assenza di un padre spregiudicato. La sua fuga mortifica e diventa giudizio di valore, una tara da cui affrancarsi a ogni costo.   

Se da una parte bisogna fare i complimenti all’interessata per la tenacia con cui si è issata sopra ostacoli che potevano dare luogo a esiti molto diversi, dall’altra occorre registrare come il continuo lottare, mosso da un obiettivo di elevazione costante e inarrestabile, abbia forgiato un’intelligenza sbilanciata verso la furbizia e il familismo. Ciò è apparso subito chiaro, con la nomina a ministro del marito della sorella. Pochi giorni prima aveva precisato che “non siamo il paese delle banane”, come se stesse parlando dei suoi avversari.

L’arte di sopravvivere e il formidabile sentimento di rivalsa in tante persone che provengono da realtà difficili, si trasformano in ricerca esasperata di compensazioni, che a loro volta diventano allenamento costante alla competizione, con relativa e sopraffina capacità di volgere situazioni modeste a proprio vantaggio, usando l’arma migliore, il vittimismo.

L’episodio del pagamento del conto presso un ristorante albanese, lasciato in sospeso da turisti italiani, diventato un caso dopo lo sciocco intervento di un politico dell’opposizione, è l’esempio dello zelo populista-nazionalista mischiato a una cultura da libro cuore. Se la reputazione dei vari paesi dovesse dipendere dalla testimonianza dei loro turisti, penso che dovremmo ribaltare tutte le graduatorie utilizzate sinora. Proviamo a immaginare il presidente degli Stati Uniti che paga i conti dei suoi connazionali all’estero o che raccoglie le cacche dei cani degli americani in vacanza in Europa.

Aspettiamo la raccolta del grano in pantaloncini e maglietta.

Quelle persone trasgressive avevano un interlocutore preciso, la legge albanese, e non rappresentavano nessuno al di fuori di se stesse. Evidentemente nella testa della presidente tale cesura non esiste, al suo posto un brodo indistinto di miti, emozioni e matriarcato

Senza contare che certi gesti si fanno, magari per interposta persona, e si tace, ma a pensarci bene quella mossa ricorda la generosità -esibita, spettacolare, padronale- di Silvio Berlusconi di cui, che piaccia o meno, Giorgia Meloni è allieva oltre che figlia “rifiutata”, sempre dall’imprenditore milanese. Nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera prima dell’uscita della sua biografia, la politica di FdI lamentava di non essere mai stata capita dal padrone di Forza Italia, denunciando, come tutti i dipendenti dell’imprenditore milanese, il desiderio di essere notata dal capo. Chissà che i lineamenti spregiudicati del creatore di Mediaset, non gli ricordino qualcosa del padre naturale. Forse non è un caso se dopo i recenti funerali di Stato dell’ex presidente del consiglio, Giorgia Meloni si sia impegnata a “non deluderlo”.

L’attrazione verso i potenti è notevole in Giorgia Meloni (come nel suo partito), proprio a causa della sua sete di riscatto, che l’ha sempre condotta a guardare verso l’alto, fino a farsi venire il torcicollo. Intendiamoci, la furbizia è un tratto caratteristico di tutti i politici, persone risolute e tenersi in eterno il livello conseguito, a qualsiasi costo, ma vi sono degli attori che riescono a dare alla furbizia la dignità di arte sublime.

Se la sinistra vuole tornare al potere deve attrezzarsi, autoimporsi di giocare “anche” sul terreno della banalità, non per sposarlo ma per ritorcerlo contro le sue fonti, altrimenti sarà schiacciata dall’abilità attoriale della presidente del consiglio, perché le apparenze producono più voti della verità, soprattutto quando il tuo avversario, se l’obiettivo è la sopravvivenza, non teme rivali.

Meloni sopravvivrà non perché sia una grande politica, ma perché non si è mai staccata da quella bambina che l’aveva giurata al padre e mirava a dimostrargli che si era sbagliato allontanandosi da lei e dalla sua famiglia verso la quale lei oggi è così protettiva. Per questo la sua energia è illimitata.

Era accaduto qualcosa di simile quando, in novembre, si era portata la figlia a Bali. Anche allora la Meloni l’aveva buttata sull’epica della maternità, stucchevole e banale, ma efficace.

Bisogna trovare la capacità di trasformare le sue pretese veterotestamentarie, sollecitate da incidenti autobiografici, in caricature, cosa che gli elettori spagnoli sono riusciti a fare benissimo, bocciando la mistica personale della testimonial italiana di Vox, annientando il partito di ultradestra iberico che sembrava già avere vinto le elezioni.

Così dev’essere anche in Italia, la caricatura è già stata disegnata dall’interessata stessa, che ogni giorno aggiunge particolari nuovi, bisogna solo fotocopiarla e distribuirla agli italiani, magari ricordando loro che le farneticazioni contenute nel libro del generale tal dei tali, erano in parte presenti nel discorso di Marbella perché fanno parte, al di la dei modi in cui vengono espresse, di una cultura arcaica in cui il mondo coincide con la caverna, dove la donna (leggasi famiglia) e il territorio sono gli unici orizzonti legittimi.

Se la presidente del consiglio è quella brutta copia di Tina Pica che abbiamo visto in azione nello spot sulle accise, squallido, truffaldino, imprudente quanto un autogol, spetta all’opposizione dimostrarlo ai cittadini tutti i giorni, attraverso, però, una strategia seria, calibrata sul personaggio, in modo da costringerlo a mostrare le carte. La Meloni è abilissima a giocare con le emozioni degli elettori, soprattutto di coloro che si sentono minacciati dai cambiamenti, un gioco pericoloso che potrebbe fare più danni di quanti riusciamo a immaginare, perché porta alla demonizzazione e poi all’aggressione di ogni espressione non conforme alle povere caselle che costoro difendono gelosamente, ma rappresentano solo un’umanità minore, timorosa e travolta dalle superstizioni.

Arrivare a capire se oltre, alle gag di Tina Pica, nella bisaccia della presidente c’è dell’altro, oggi è fondamentale, perché se non ci fosse il Paese potrebbe cominciare ad avvitarsi in una spirale difficile da fermare. I segnali ci sono già, visibili e inquietanti, a cominciare dal palesarsi di una corte dei miracoli sdoganata dal vento di destra, a forte suggestione fascista. Un bestiario fatto di generali che farneticano sulla diversità, richiamando climi da anni Trenta in Germania e in Italia, di collaboratori che riscrivono in proprio la storia della strage di Bologna, e di altre amenità. Ma potrebbe essere solo l’inizio, ecco perché l’opposizione deve fare un salto di scala, provando a raccontare agli italiani, vecchi e nuovi, in che pasticcio ci siamo messi, quali personaggi e quali culture sono alla guida del Paese

I progressisti e Meloni, quando l'intelligenza deve fare i conti con la furbizia
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