Riguardare con cura

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A cura di Domenico Barrilà

Viviana, Gioele e Daniele: una tragedia che parla di tutti noi, più di quanto osiamo pensare

“Forse una catena di fatalità si è accanita su di loro, ma non cadiamo nell’errore di collocare nel limbo dell’eccezionale questa vicenda, perché essa appartiene al quotidiano e la normalità è come la superficie del mare”

Esattamente venti anni fa qualcosa è cambiato nella mia vita e nel mio lavoro. 

Un magistrato lombardo mi chiese di guidare un collegio peritale che aveva un compito molto impegnativo da svolgere. Stabilire se la madre fosse in grado di intendere e di volere, ossia di capire ciò che stava facendo e avere la chiara volontà di farlo, mentre uccideva suo figlio, tre anni.

Mi aveva sconvolto, insieme ad altri particolari, la circostanza che il piccolo fosse stato annegato proprio nello stesso fiume in cui diversi anni prima si era suicidata la madre della madre, ossia la nonna. Era convinta, quella, che il suo bambino non avrebbe avuto la forza per affrontare le balze della vita, soprattutto se fosse accaduto qualcosa a lei. Dunque, lo “consegnò” a sua madre.

Anche Giorgio, così si chiamava quel bambino, esattamente come Gioele, era arrivato quando la madre aveva circa quarant’anni, frutti tardivi che possono incrociare donne più malinconiche e incerte, talvolta eccessivamente preoccupate del male che può annidarsi nelle nostre esistenze e forse per questo più scrupolose del dovuto. 

Per questa ragione, la mattina di sabato otto agosto di quest’anno, mi ero svegliato con un pensiero fisso e avevo scritto un messaggino alla direttrice di questo giornale, con la quale coltivo un’amicizia iniziata proprio l’anno in cui Marisa aveva ucciso Giorgio. “Temo che Viviana consegnerà Gioele al suo Dio”, le avevo comunicato. Una paura, mossa dall’assimilazione tra i due casi, che si contendeva dentro di me lo spazio con la speranza di un semplice gesto propiziatorio. Oggi sappiamo (quasi) per certo che a Sant’Agata di Militello Gioele fosse ancora con la mamma e che sia sceso con lei dopo l’incidente. E' l'ipotesi più plausibile secondo gli inquirenti. Viviana potrebbe dunque averlo perso di vista nella boscaglia e sarebbe salita sul traliccio per cercare di individuarlo. Travolta dall’angoscia, è una ipotesi, sarebbe rovinosamente caduta. Tuttavia, resta il mistero di dove fosse diretta l’automobile, perché il viaggio di madre e figlio probabilmente, almeno nella mente di Viviana, aveva una meta e uno scopo.

Chissà che non si trattasse della Piramide della luce, dove più volte aveva detto di voler andare. È noto che il tema religioso aveva preso campo nelle giornate di questa donna, dolce, romantica e sognatrice, travolta una slavina esistenziale che chiamiamo depressione, cui certo facevano compagnia sintomi ancora più impegnativi che avrebbero fatto da binario di scorrimento ai pensieri e ai comportamenti di queste terribili ore. In un’intervista al Corriere della Sera, Daniele racconta dei disturbi della moglie, di un breve ricovero, di terapie farmacologiche. Non saprei, francamente, se vi sia stato un qualche gesto autolesivo, informazione che oggi sarebbe difficile acquisire, dato il giusto riserbo calato su alcuni aspetti.

La pratica religiosa è una scelta rispettabile quanto tante altre, ogni luce è buona per accendere il buio, a meno che non nasconda strutture ossessive. Qualunque cosa noi facciamo, il dosaggio e le finalità sono importanti. La Bibbia non è un feticcio, se lo diventa dobbiamo interrogarci, si tratta infatti di un’opera straordinaria che, approcciata con equilibrio, apre la mente e avvicina al prossimo, diverso è il giudizio che diamo quando inclina alla chiusura e al magismo. Il Concilio Vaticano II voleva liberare il cristianesimo proprio da una visione esclusivamente mistico-consolatoria.  

Si dice che l’innesco delle paure e dei drastici cambiamenti di Viviana sia stato il Covid-19, ma intravvedo fragilità costituzionali, tenute da lei a freno con grande tenacia e probabilmente messe allo scoperto proprio dalla nascita di Gioele. L’attaccamento esclusivo al bambino era un indizio, come lo era quello di Marisa per Giorgio. L’amore, come il cibo, sembra faccia sempre bene, non sempre è così. Diverse persone della famiglia dicono che Viviana il bambino non lo lasciava mai a nessuno, traendone quasi indizi di un rapporto solido e positivo. Anche qui una precisazione, un indizio va letto all’interno di un corredo di segnali, da solo può non significare molto. A me sembra che qui vi siamo piccoli flussi di comportamenti concordanti.  

In queste ore correggo le bozze del mio prossimo volume, che parla proprio delle interazioni umane, nel capitolo sette, intitolato “Madre e figlio. L’alba luminosa del noi”, rifletto sulla diade madre-bambino. La madre dev’essere un ponte, che apre strade, trasmette al bambino fiducia verso il prossimo e lo accompagna verso gli altri.  Nessuno può dubitare che le intenzioni soggettive siano le migliori possibili, ma le ricadute nella realtà smentiranno i buoni propositi. Il barometro della normalità è il grado di interesse per il prossimo che istilliamo nel bambino, fuori da questo orizzonte dobbiamo mettere in preventivo problematicità.

Penso al destino di Viviana, già noto, e a quello di Gioele, ancora da scrivere ma forse già scritto, poiché, sebbene la mia speranza sia massima, la logica mi dice che, proprio in forza dell’attaccamento di cui dicevamo, difficilmente Viviana avrebbe lasciato che il suo bambino affrontasse la vita senza la sua mamma, ma noi non c’eravamo in quei momenti decisivi, quando forse una catena di fatalità si è accanita su di loro.

Mi sento vicino al marito Daniele, come dovrebbe esserlo chiunque non abbia esaurito tutta la compassione guardando la vita da dietro a uno schermo, come purtroppo accade in modo sempre più massiccio. Chi svolge la mia professione deve sempre mantenere vivo questo sentimento, la teoria e la tecnica vengono dopo, anzi solo la compassione può affinarle. Quest’uomo merita tutto il nostro rispetto, le prove a cui è stato sottoposto sono supreme.

Mi sento vicino ai genitori di Viviana, messi davanti un’apocalisse senza rimedio, solo chi è genitore può comprendere cosa significa amministrare dentro di sé il sacrificio di una figlia che avevi tenuto in braccio, accudito, educato, amato.

Mi sento vicino a tutte quelle famiglie che ogni santo giorno devono fare i conti con il nemico, spesso invisibile, inafferrabile, del disturbo mentale, fidando quasi unicamente su se stesse.

Non cadiamo nell’errore di collocare nel limbo dell’eccezionale questa vicenda, perché essa appartiene al quotidiano e tocca tutti. Allo stesso modo Viviana, Gioele e Daniele siamo noi, più di quanto osiamo pensare.

Non dimentichiamoli, li aiuterà a vivere ancora e aiuterà noi a riflettere, a non lasciarci mai sedurre dalla normalità, che è come la superficie del mare.

Una stella, vista da lontano, è una meravigliosa lampadina che allieta la notte, ma la sua temperatura potrebbe incenerirci.

*psicoterapeuta

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