Riguardare con cura

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Viviana e Gioele, una storia di impotenza e sconfitte che costringe a un lungo viaggio dentro di noi

La vicenda, tanto tragica quanto insospettabilmente quotidiana, si è ritagliata un posto importante nella sensibilità comune. Ricorda, per densità, clamore e dolore, quella che si portò via Alfredino Rampi. Due storie accomunate da un forte sentore di innocenza, di cose rubate ma anche di rabbia, sostenuta dalla certezza che poteva andare molto diversamente

La vicenda, tanto tragica quanto insospettabilmente quotidiana, di Viviana e Gioele, si è ritagliata un posto importante nella sensibilità comune. Ricorda, per densità, clamore e dolore, quella che si portò via Alfredino Rampi. Due storie accomunate da un forte sentore di innocenza, di cose rubate ma anche di rabbia, sostenuta dalla certezza che poteva, in entrambe le circostanze, andare molto diversamente.

Ora tutto sembra compiuto, eppure la frazione che manca all’appello è decisiva, almeno per gli aventi diritto, per coloro che amarono le due creature. Per essi c’è una bella differenza tra l’orribile scenario dell’omicidio-suicidio e altre possibilità, attenuate ma non per questo meno letali, all’interno delle quali quella madre non è agente attivo negli eventi ma li subisce, così come subiva il suo disturbo.

VIDEO | La lettera di Daniele Mondello a Viviana e Gioele: “Ho paura ma voi siete accanto a me”

Sapere modellerà i vissuti e il futuro di chi rimane, ma non cambierà la storia di una giovane famiglia. Vale, sebbene in forma minore, anche per gli investigatori e i “cercatori”, ognuno dei quali con quei disgraziati eventi stabilirà per sempre un rapporto intimo, a seconda del proprio impegno.

La fine di Viviana e di Gioele è una storia di impotenza e sconfitte, una dietro l’altra, che sono da distribuire in modo variabile, ma che bisogna fare ogni sforzo affinché non diventino un deplorevole tutti contro tutti, scenario di cui avvertiamo gli inconfondibili tratti caratteristici.

Una delle poche certezze è che i morti non tornano, almeno per quello che ne sappiamo, e la freccia del tempo non si può rovesciare. Ciò che si doveva perdere si è perso, conviene concentrarsi sul finale, sul quale forse i passi precedenti possono gettare qualche luce. Vediamo qualche snodo, di quel “prima”.

Viviana doveva avere un carattere impegnativo, mi sono ripassato diverse volte filmati e scritti, non saprei se il rapporto con Daniele fosse sbilanciato verso di lei, me vi era un evidente signoraggio sul bambino. Ma la complessità non è un difetto, tutt’altro, il fatto è che Viviana non stava bene, da mesi, come dicono le carte e le testimonianze, questo è acquisito e dato per certo da tutti. Il viaggio dall’epilogo tragico è la conseguenza di quei tratti caratteristi e del malessere psichico, le troppe irragionevolezze concorrono a portarci su questa pista.

Il disturbo mentale o comunque la sofferenza esistenziale, che doveva essere potente, una vera afflizione, rimane il vero e grande protagonista. Qualsiasi fatalità o gesto abbiano preso corpo in quella maledetta giornata, il modo in cui Viviana è arrivata deve è arrivata è conseguenza di un pensiero inquieto, discosto dalla realtà.

Nel primo dei precedenti articoli scritti per Messina Today, che fanno parte di una lunga, ininterrotta, riflessione, segnalavo che lo scontro in autostrada poteva avere eretto uno spartiacque. Non solo lo scontro oggettivo, ma le risonanze che si sono materializzate.

“L’incidente stradale in sé sembra banale, eppure qualcosa deve essersi mosso proprio a partire da quello, aggiungendo forse paure improvvise, irrazionali, forse proprio legate al bambino. Il comportamento di Viviana è significativo, abbandona il luogo dell’incidente, rifiutando le responsabilità adulte richieste dalla circostanza, per concentrarsi sul bambino, con il quale, come un coetaneo piccolo compagno di fuga, si dilegua, si mette al riparo lasciando che siano i ‘grandi’ a sbrigarsela”. Qualche riga dopo proseguivo così: “Viviana, che come tutte le mamme, conosce la fatica di mettere al mondo un figlio, proteggerlo da pericoli che le mamme spesso vedono moltiplicati, in quell’incidente vede minacciata la sua creatura, una minaccia esasperata dallo stato d’animo, da condizioni familiari e personali, tuttavia non si trovava per caso dove si trovava. Difficile poi giustificare di essere a 100 chilometri da casa, sarebbe forse scoppiato un pandemonio. Qui si impasta qualcosa”.

Quest’ultima affermazione sembrerebbe trovare conferma a valle. Il testimone, fattosi presente diversi giorni dopo, parla di quella mamma che cerca di guadagnare il sentiero, il bambino è in braccio a lei, tranquillo, con gli occhi aperti.

In condizioni normali, una madre lucida, dopo un incidente, soprattutto se il bambino può avere riportato dei danni, “cerca” il contatto con altri esseri umani, è disperata vuole soccorso, grida aiuto. Una persona orientata sa bene che la salvezza è nei soccorritori. Questo è ciò che istintivamente tutti faremmo, ma Viviana fa il contrario, rifugge l’incontro e va a nascondersi. Scappa dai due addetti alla manutenzione, indaffarati a deviare il traffico, fugge dalla persona che le chiede se necessita di aiuto, quell’uomo, oggi lo sappiamo, è l’ultima speranza prima del precipizio.

Si comporta, la mamma di Gioele, come se si trovasse all’interno di una narrazione fortemente coerente, eppure avulsa dalla realtà, forse un vero delirio. La paura, stavolta nella sua forma irrazionale, quella che prende nome di fobia, non la paralizza, anzi alimenta la sua fuga, così accelera come se avesse una meta, solo a lei nota, come solo a lei, questo è il terribile errore, spettava il poteva di salvare Gioele, tutto il resto è minaccia.

Quando Viviana si è lanciata dal traliccio, lo ripeto, il destino di Gioele doveva essere già compiuto, quale che sia stato il modo, la sua particolare forma di attaccamento non le avrebbe mai consentito di lasciarlo da solo, senza la sua mamma. Mi sentirei di dire che, comunque sia andata, il primo a soccombere è stato il bambino, a meno che non si fosse smarrito divenendo introvabile, in questo caso particolare l’angoscia della madre, vicina al calore bianco, avrebbe potuto indurla a cercare un punto di osservazione favorevole. Un’impresa già difficile quando si è sereni, estremamente laboriosa se c’è in gioco la vita dell’unico figlio e la concitazione si è oramai impossessata di tutto lo spazio interiore disponibile.

Oltre l’ultimo cancello virtuale che Viviana si è lasciata alle spalle, rifiutando l’aiuto del turista brianzolo, sarà difficile seguirla, anche per i bravi inquirenti e gli altrettanto bravi periti, per questo rimango convinto che solo conoscendo benissimo tutti i gradini precedenti sarà possibile articolare delle buone finzioni e sperare che almeno una di esse si possa trasformare in ipotesi. Bisogna sapere con certezza come tendeva a ragionare Viviana negli ultimi tempi, ma anche prima di quelli. Avere indizi sul suo stile di vita, ossia sui modi in cui tendeva a muoversi verso i propri obiettivi, è prezioso, perché quando il disturbo mentale ti sovrasta quei tratti si accentuano, diventano caricaturali, nel bene e nel male.

Infine, lo Stato. Per nulla assente, sta dispiegando competenze sopraffine e costose, se errori ci sono stati vanno ascritti a singole negligenze, più che probabili quando si muovono tante persone e l’indolenza sociale, la tentazione di nascondersi nella pancia del gruppo, nella calura estiva può diventare irresistibile. “Tanto sono già morti”. Tuttavia, la comunità nazionale e le istituzioni c’erano e ci sono, così come la compassione, ancora viva persino nella lontana Lombardia, dove abito da mezzo secolo. Viviana e Gioele, di strada credo ne abbiamo percorsa tanta in questo mese, quei cento chilometri sono un’inezia al confronto, Caronia è ovunque nella Penisola. Portano in giro domande su domande, in qualche modo vivendo oltre il limite temporale segnato dal loro decesso, divenendo parte della coscienza di un Paese che ogni dato sente il bisogno di ricordarsi che non ci sono isole, nemmeno la nostra Sicilia lo sarà mai.

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*psicoterapeuta e analista adleriano

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Siamo abbagliati dalle mongolfiere e ci perdiamo la meraviglia di un insetto che cerca di tirare sera, la tenacia di un filo d’erba, gli affanni e i sorrisi dei nostri simili. Guardare con maggiore attenzione è una necessità, perché solo occhi più attenti e compassionevoli possono rendere più umano il nostro tempo

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