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Cronaca

Chiesto il giudizio immediato per i due aggressori del comandante Giardina

La Procura vuole accelerare i tempi del processo per i due uomini, padre e figlio, indagati per aver colpito l'agente durante un controllo contro l'ambulantato selvaggio

La Procura vuole accelerare i tempi sul processo a Salvatore e Carmelo Centorrino, padre e figlio indagati per l'aggressione al comandante della polizia metropolitana Giovanni Giardina. L'agente era stato picchiato lo scorso ottobre durante un controllo contro l'ambulantato selvaggio in via La Farina. Poche ore dopo i due sono stati arrestati dopo essersi spontaneamente presentati alla caserma Zuccarello accompagnati dal legale Filippo Pagano. Adesso si va verso il giudizio immediato anche se l'udienza non è stata ancora fissata in attesa della notifica dell'atto. 

La vicenda

I due arrestati ieri, erano stati visti la mattina del 19 ottobre, da Giardina e dal collega durante una attività di controllo contro l’ambulantato selvaggio. Intorno alle 9, Carmelo Centorrino, era vicino all’autocarro, intento a vendere castagne e uva ed era stato riconosciuto in quanto già sanzionato in precedenza.

Giardina gli aveva intimato di andarsene e i due si erano allontanati. Quando il comandante torna sul posto, mezz’ora dopo circa, trova il nastro bicolore che aveva apposto per interdire la sosta in quell’area rimosso e il camion di Centorrino parcheggiato lì dove lo aveva trovato prima di farlo allontanare. Padre e figlio di nuovo intenti a vendere castagne.

A questo punto chiede i documenti al fine di elevare le sanzioni ma l’uomo va in escandescenze – ricostruiscono gli inquirenti – si avvicina al camion, prende la pinza e si scaglia contro il comandante. Quando Giardina riprende i sensi, i due sono già fuggiti.

Diversa la confessione dei due ambulanti. Agli inquirenti racconteranno che il commissario aveva usato toni minacciosi dicendo che avrebbe sequestrato tutto (“ti sequestro il camion, ti arresto, ti rovino” ) e che loro erano saliti sull’autocarro per andare via ma il commissario Giardina si era posto di fronte in modo da non farli avanzare.

Secondo il giovane ambulante, Giardina si sarebbe avvicinato dal lato del guidatore ed aperto lo sportello “per strattonare mio padre, urlandogli di scendere e dargli i documenti in modo che potesse sequestrare tutto”. Sempre secondo il racconto del ragazzo, suo padre scende dal camion con Giardina “che lo istiga e arrivano alle mani”. “Non saprei chi ha iniziato la colluttazione” è il racconto del giovane che parla di “tre persone su mio padre”, oltre il comandante Giardina, un collega senza divisa ed un altro vigile urbano in divisa, “sopraggiunto in un momento che non saprei indicare”.

Particolari, questi ultimi, che non trovano riscontro nemmeno nella confessione di Salvatore Centorrino. Anche lui parla di toni arroganti (“Mi diceva qua tu hai finito di lavorare”), ma ammette di averlo colpito per primo e di aver perso la testa per le richieste incalzanti. L’uomo ammette anche di essersene andato via al primo controllo solo il tempo necessario di fare il giro dell’isolato e di essere tornato lì per continuare la sua attività. Il nastro lo avrebbe tolto uno spazzino. Quando Giardina torna e insiste per farsi dare i documenti minacciando il sequestro del mezzo “ho preso una pinza in ferro che era all’interno del camion e ho iniziato a colpire Giardina più volte. Non saprei descrivere quali parti del corpo ho colpito perché ero totalmente fuori di me…”.

Poi la fuga. Col figlio si nascondono all’interno di diversi palazzi, prima di andare dal legale di fiducia per farsi accompagnare in caserma.

Non converge il racconto dei due su cosa hanno fatto dopo l’aggressione. Salvatore Centorrino racconta di aver visto la moglie nei pressi dello studio dell’avvocato, il figlio vicino la scuola del fratello dove le avevano chiesto di portare indumenti puliti. Nessuno parla del tragitto fino a Spadafora durante il quale raccontano dell’aggressione e di aver temuto di avere ucciso il comandante.

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