Cronaca

L'antimafia di Fava avvia le audizioni sul caso Antoci: “Fate presto, sono in pericolo”

Fra i primi ad essere convocati i giornalisti. C'è anche Enzo Basso, che sarà sentito il 24 giugno per l'articolo sul corvo e il documento anonimo che sarebbe stato inviato anche al Viminale. Il presidente: “Si faccia chiarezza subito”

Quattro giornalisti convocati dalla Commissione regionale antimafia per l’indagine sull’attentato all’ex presidente del parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci. La commissione guidata da Claudio Fava, ha cominciato le udienze per fare luce sull’agguato del 18 maggio del 2016 fra Cesarò e San Fratello.

Dopo Mario Barresi de La Sicilia di Catania, Paolo Mondani di Report e Francesco Viviano di Repubblica, il 25 giugno sarà la volta del giornalista messinese Enzo Basso, autore dell'articolo su 100Nove del 2017 che che insieme allìEspresso dava contezza per primo dell'esistenza di documenti anonimi inviati al commissariato di polizia di Sant'Agata Militello sui quali hanno aperto poi una indagine il ministero degli Interni e le procure antimafia di Catania e Messina. 

La storia comincia il 18 maggio di tre anni fa. Quando la blindata sulla quale viaggiava il presidente del Parco dei Nebrodi Antoci e Daniele Manganaro, vice questore di Messina, capo del commissariato di Sant’Agata di Militello, fu costretta a fermarsi per dei massi che ostruivano il passaggio. Tre spari furono esplosi nella portiera della blindata. La reazione di Manganaro scongiurò il peggio. Il caso fu archiviato dopo due anni di indagini senza esito:  rilievi sul luogo, intercettazioni e analisi del dna su alcuni mozziconi di sigaretta non diedero nessun risultato.

Nel frattempo arrivavano sui tavoli dei magistrati gli esposti anonimi che chiamavano in causa anche gli agenti di scorta e i poliziotti di Sant'Agata, ventilando l'ipotesi che la storia dell'agguato fosse solo una messinscena. Si era parlato anche di un documento di sei cartelle spedito perfino al Viminale  che raccontava fatti inediti  sui veleni nei Nebrodi. A scriverlo, certamente non gente sprovveduta, ma che mastica bene la materia giudiziaria. Il “corvo” entrava con maestria in quello che riteneva essere un finto attentato: “Vi siete chiesti - scriveva - che ci faceva alle 23.30 del 17 maggio l'autista del commissario Manganaro, Tiziano Granata, su un fuoristrada Suzuki targato FB056 sul posto dell'agguato? E come mai i colpi non sono ad altezza d'uomo?”. 

Circostanze mai del tutto chiarite e che continuano a creare scalpore, soprattutto dopo la notizia che la commissione antimafia - chiuso il caso Montante - abbia avviato questa nuova sessione di lavori per vederci chiaro.

Ad aggravare il quadro, le dichiarazioni oggi del procuratore di Patti Angelo Cavallo che smentisce sulle pagine della Gazzetta del Sud la notizia riportata dal quotidiano La Sicilia su una nuova indagine aperta sul caso Antoci.  “Non c’è alcuna inchiesta sull’attentato per uccidere Antoci alla Procura di Patti, ne a modello 21 ne a modello 45 - ha detto Cavallo alla Gazzetta - Ho letto nei giorni scorsi alcune notizie di stampa che ne parlavano, ma non capisco francamente come possa essere accaduto tutto ciò e non so chi abbia messo in giro queste voci”.

Per il presidente del Parco sarebbe un nuovo elemento di depistaggio e “mascariamento” ed ha invitato la commissione antimafia a mantenere la promessa di accelerare i lavori perchè “la mia sicurezza è in pericolo. Vogliono fermarmi in tutti i modi”. Antoci, sulle dinamiche dell'agguato e sui successivi esposti anonimi, riporta anche le motivazioni con cui i magistrati hanno archiviato tutto già a suo tempo:  “Pervenivano a questo ufficio plurimi esposti anonimi - scrivevano allora i magistrati  - che… tuttavia in ragione di quanto emergeva nell’ambito delle indagini svolte nell’ambito del presente procedimento penale apparivano prima facie calunniosi”.

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