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Uno “sgarro” alle famiglie mafiose, dopo 20 anni si fa luce sull'omicidio Costanza: arrestato Domenico Virga

L'esponente di spicco di Cosa Nostra incastrato dalle rivelazioni del pentito Barbagiovanni. La vittima aveva cercato di estorcere denaro ad un imprenditore ritenuto vicinissimo al boss Bernardo Provenzano

Uno sgarro imperdonabile alle famiglie mafiose a cui aveva chiesto soldi. Si fa luce dopo vent’anni sull’omicidio di Francesco Costanza, commesso nella strada tra San Fratello ed Acquedolci nel settembre del 2001.

E’ stato arrestato ieri sera dalla Squadra Mobile, su richiesta della Procura di Messina, Domenico Virga, 58 anni, elemento di spicco di “cosa nostra” e, segnatamente, del mandamento di San Mauro Castelverde-Gangi, quale mandante dell’omicidio.

VIDEO | Il momento dell'arresto del boss Virga

Costanza aveva 48 anni quando fu trovato morto, il 29 settembre del 2001,  in contrada Cartolari di Acquedolci, colpito da diversi colpi di arma da fuoco esplosi con una pistola cal. 7,65 e poi finito con alcuni colpi di pietra al capo.

La vittima, gravitante negli ambienti della criminalità organizzata di Mistretta e inserito nel contesto malavitoso delle famiglie al confine tra Messina e Palermo, era già stato oggetto di molteplici azioni investigative della Direzione Distrettuale Antimafia messinese.

A dare una svolta alle indagini, le recenti dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carmelo Barbagiovanni, inteso “U muzzuni”, attualmente detenuto, esponente della famiglia mafiosa “dei batanesi”, riconducibile a “cosa nostra” ed operante principalmente sull’estremo versante tirrenico della Provincia di Messina.

Barbagiovanni, ha fornito una precisa descrizione del contesto in cui esso è maturato e delle efferate modalità di esecuzione, autoaccusandosi di tale azione criminosa.

Il  collaboratore, si è autoaccusato dell’omicidio commesso insieme a Sergio Costanzo, classe ’74, assassinato nel 2010 nelle campagne di Centuripe con diversi colpi di fucile, uno dei quali esploso ai genitali.

Secondo gli inquirenti, Costanza fu ucciso perché aveva richiesto a titolo di estorsione del danaro a ditte impegnate in lavori nel comprensorio territoriale insistente ai confini tra le province palermitana e messinese, alcune delle quali riferibili all’imprenditore Michele Aiello di Bagheria, ritenuto vicinissimo al capo di cosa nostra Bernardo Provenzano e già implicato nella vicenda giudiziaria delle talpe in procura a Palermo che ha altresì visto il coinvolgimento dell’allora Presidente della Regione Siciliana, membri delle forze dell’ordine ed esponenti della sanità privata dell’Isola.

Cstanza, aveva formulato pretese estorsive nonostante fosse già stata effettuata la cosiddetta  “messa a posto” ed in seguito alle “lamentele” di Aiello, il Giuffrè, sensibilizzato da Provenzano, si rivolse a Virga per risolvere la questione il quale, a sua volta, interessò della cosa i referenti della famiglia mistrettese.

La Squadra Mobile di Messina, con il coordinamento della Dda ha, quindi, avviato una serratissima attività di riscontro alle dichiarazioni di Barbagiovanni, accertando come le stesse siano perfettamente sovrapponibili a quelle rese, circa 20 anni prima, dal collaboratore di giustizia Giuffrè Antonino (inteso “Manuzza”, elemento di assoluto rilievo di cosa nostra palermitana, già capo mandamento di Caccamo e vicinissimo a Bernardo Provenzano) e, più di recente, da Carmelo Bisognano, uno dei più autorevoli rappresentanti della famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto, avendo per anni ricoperto il ruolo di leader indiscusso di quella particolare articolazione del clan “dei barcellonesi” meglio conosciuta come gruppo “dei mazzarroti”.

I collaboratori hanno riferito del summit all’esito del quale fu decisa l’eliminazione di Costanza, svoltosi qualche settimana prima dell’omicidio in un casolare abbandonato sito in Tusa.

Alla riunione presero parte elementi di assoluto rilievo delle famiglie mafiose operanti nella zona posta a confine tra le province di Palermo e Messina. Oltre Costanza, anche Domenico Virga (nipote del boss Peppino Farinella) per i palermitani, Sebastiano Rampulla (fratello del più noto Pietro, “artificiere” della strage di Capaci del ‘92 e oggi deceduto) per i mistrettesi, Carmelo Bisognano per i barcellonesi e Carmelo Barbagiovanni per i batanesi.

All’incontro furono chieste a Costanza spiegazioni sia in merito a somme di danaro da lui trattenute nonostante fossero destinate a compagini mafiose palermitane che alla richiesta del “pizzo” a ditte già “protette” dalle stesse.

Non ritenendo convincenti le giustificazioni, i presenti al summit decisero di ucciderlo affidando l’incarico ai batanesi. Barbagiovanni, commise l’omicidio in concorso con Sergio Costanzo.

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