Mille misteri sull'attentato ad Antoci, la Commissione Antimafia: “Si torni ad indagare per un debito di verità”

Dalle indagini affidati agli stessi soggetti coinvolti, ai protocolli non rispettati dalla scorta, alle dichiarazioni contrastanti fra il vice questore Manganaro e il sindaco Calì. Punto per punto, quello che non convince sull'agguato all'ex presidente del Parco. Compresa quella telefonata del senatore Lumia

L'auto sulla quale viaggiava il presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci

Indagini affidate ad uno dei poliziotti coinvolti nell’agguato, l’ex dirigente del commissariato di Polizia di Sant’Agata di Militello,  Daniele Manganaro.  Gli agenti di scorta Sebastiano Proto e Salvatore Santostefano interrogati solo un anno dopo i fatti e che avrebbero radicalmente trasgredito tutti i protocolli previsti in caso di attentati.

E poi, le dichiarazioni contrastanti dell’ex presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, il giornalista della Gazzetta del Sud, Nuccio Anselmo e l’ispettore Mario Ceraolo che non corrispondono in uno dei punti cruciali. Vale a dire: Ciraolo ha più volte insistito con Anselmo per fargli pubblicare articoli che insinuavano dubbi sull’agguato esibendo esposti anonimi - come scrive Antoci nella sua relazione consegnata all’Antimafia - o si è trattato di un solo incontro, casuale, in cui il giornalista, ha chiesto notizie sull’identità dei 14 indagati del procedimento rimanendo però a bocca asciutta?

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Sono solo alcuni dei punti oscuri, destinati a rimanere tali, dell’attentato all’ex presidente del Parco dei Nebrodi  dopo che la Commissione Antimafia dell’Assemblea regionale siciliana ha presentato la relazione conclusiva sull’attentato del 2016. Anche se la parola stessa  attentato – alla luce delle risultanze investigative dell’antimafia– rischia di sembrare quantomeno monca. Secondo il presidente della Commissione, Claudio Fava, infatti, l’ipotesi più accreditata è quella di una messinscena all’insaputa dello stesso Antoci. “Una vicenda – ha dichiarato Fava  che avrebbe meritato un’attenzione investigativa diversa”.

La notte dell'agguato

La sequenza dei fatti accaduti tra la notte del 17 e del 18 maggio 2016 è ricostruita dal gip Eugenio Fiorentino nel decreto di archiviazione emesso in accoglimento della richiesta dei pubblici ministeri della Dda della Procura di Messina del 3 maggio 2018.

“Nel corso della serata del 17 maggio Giuseppe Antoci – presidente dell’Ente Parco dei Nebrodi – aveva partecipato ad una riunione col sindaco di Cesarò  Salvatore Calì ed alcuni esponenti della giunta per parlare del recupero di una struttura alberghiera nel Parco dei Nebrodi. Al termine dell’incontro i due e Manganaro vanno a cena al ristorante Mazzurco.  Conclusa la cena, Antoci e gli uomini della scorta - a bordo della blindata– si avviano verso Santo Stefano di Camastra, dove il primo aveva la sua abitazione, mentre Manganaro col suo autista si intrattiene ancora dieci minuti col sindaco Calì.

Le morti “naturali dei due poliziotti, testimonianza choc della compagna di Granata

Intorno all’1.55, in contrada Volpe, la blindata è costretta a fermarsi per la presenza di alcuni massi sulla carreggiata. Quasi contestualmente, la fiancata sinistra, viene colpita con diversi colpi d’arma da fuoco, sparati da almeno due soggetti travisati e tuta mimetica, appostati sul lato sinistro della carreggiata.

Pochi istanti dopo, sul luogo dell’attentato, anche l’autovettura sulla quale viaggiavano Manganaro e l’assistente capo Granata, che si rendono conto di quanto sta accadendo e rispondono al fuoco costringendo alla fuga i malviventi.

Sul luogo verranno poi trovate due bottiglie molotov; cicche di sigarette che facevano ipotizzare una lunga attesa degli attentatori e numerosissimi bossoli espulsi dalle armi in dotazione al personale di scorta e di polizia.

Sui motivi dell’agguato, pochi dubbi da parte del procuratore Guido Lo Forte che parla subito di “mafia che rialza la testa” mentre Antoci riconduce alla sua azione contro la mafia dei pascoli, in particolare al cosiddetto “protocollo Antoci”, oggi costituisce parte integrante del vigente Codice Antimafia per la lotta alle  frodi comunitarie nel settore agricolo-zootecnico.

I dubbi dei giornalisti in commissione

Gli unici ad avere dubbi sono però alcuni giornalisti notoriamente curiosi, tre in particolare: Mario Barresi, Enzo Basso e Francesco Viviano. Quest’ultimo, sull’Espresso del 19 marzo 2017,  a proposito della caccia ai colpevoli dell’agguato ad Antoci, scrive che oltre poliziotti e carabinieri, pure i boss mafiosi cercavano i responsabili. Secondo la ricostruzione di Viviano gli storici clan dei Bontempo-Scavo e le altre famiglie che avevano avuto tra le loro file decine di arresti brancolavano nel buio e “se avessero avuto notizie,  avrebbero fatto giustizia a modo loro oppure – scrive Viviano - come spesso la storia della mafia insegna, avrebbero segnalato in maniera anonima agli investigatori gli autori dell’attentato per allentare la pressione nei loro confronti. L’unica segnalazione anonima che è arrivata fino ad ora è quella inviata a tre procure, Messina, Patti e Termini Imerese, al Ministero dell’Interno, al capo della Polizia e all’autorità Anticorruzione  – scrive Viviano su L’Espresso -  Vi si trovano accuse anche nei confronti del dirigente del commissariato di Sant’Agata di Militello, Manganaro che, secondo l’anonimo sarebbe anche “vicino” a esponenti politici del Pd e ad alcuni personaggi dell’Antimafia come il senatore Giuseppe Lumia.”

Chiarisce meglio il concetto durante l’audizione in Antimafia, il giornalista Enzo Basso, convocato per alcuni articoli pubblicati su Centonove in cui si mettevano in evidenza le: “Sono convinto - ha detto Basso ai deputati - che Antoci sia totalmente in buona fede. È un meccanismo altro che ha pensato probabilmente tutto questo… Il rapporto è tra Montante e Lumia. Antoci è una pedina”.

Anomalie sul caso Antoci, ma il gionalista Basso va in udienza per diffamazione

Di chi in questo caso?, chiede il presidente della Commissione Claudio Fava: “Certamente di Lumia – risponde il giornalista - Questa è una mia idea. Loro stavano facendo un investimento su Antoci… ben strutturato. Di solito si tende a creare una storia, si crea una bellissima storia e poi la si butta sul mercato”.

Una ipotesi, quella di Basso, rilanciata il 29 aprile 2019, durante la trasmissione Report, in un lungo servizio di Paolo Mondani sul caso Montante, che dedica passaggi significativi alla vicenda Antoci. Mondani ne spiega le ragioni anche in Commissione antimafia. In tre passaggi chiave:

“Un punto lo abbiamo notato subito: tra i testimoni dell’attentato risulta l’allora commissario Manganaro che è contemporaneamente lo stesso cui sono state affidate le indagini. Opportuno? Non opportuno? Io ritengo che non sia opportuno … Gli altri poliziotti presenti quella notte vengono sentiti solo nel  maggio 2017, cioè ad un anno dall’attentato”.

E poi: “Perché la mafia prepara tre molotov, mai usate in precedenza, a mio ricordo, dalla mafia? Perché lasciano i mozziconi di sigaretta ma non c’è un DNA compatibile? Perché hanno cura di non lasciare impronte sulle bottiglie molotov mentre lasciano i mozziconi? Raccolgono i tre bossoli di fucile sparati contro la blindata. Io mi chiedo: quando avrebbero avuto il tempo di raccoglierli siccome, dice Manganaro, lui arriva contemporaneamente agli spari? Non voglio ovviamente rivelare le fonti ma, senza mezzi termini, i carabinieri non sembrano affatto convinti che siano andate così le cose, esattamente come i poliziotti che ho incontrato”.

La cena rebus e le vedette mafiose

Il vice questore Daniele Manganaro-2Non aiutano a far chiarezza anche tante contraddizioni fra le dichiarazioni rese dal vice questore Daniele Manganaro (nella foto) e il sindaco Calì. Divergenti su più fronti, comprese su quella cena che precede l’agguato. Manganaro racconterà agli inquirenti, con annotazione del 25 maggio 2016, che il sindaco Calì gli aveva confidato mentre andavano a cena, che aveva notato vicino al palazzo comunale in cui si svolgeva la manifestazione: “alcune vedette dei gruppi mafiosi”. Presenze inquietanti anche  la sera, dove poi erano andati a cenare.

Ma Calì dice altro sia al Pm prima  che in Commissione antimafia, confermando solo di aver incrociato due personaggi noti alle forze dell’ordine mentre erano nelle rispettive auto e si erano salutati brevemente.

Discrasie rilevanti, secondo gli inquirenti e la commissione, perché la presenza di “vedette della mafia” certo avrebbe spinto Manganaro a mettere in guardia gli agenti della scorta di Antoci. Cosa che non è mai avvenuta, stando alla testimonianza di Proto e Santostefano. “Se qualcuno mi avesse detto qualche cosa del genere – ha detto Santostefano ai pm Monaco e Di Giorgio -  io mi pigliavo la personalità e gli dicevo: “Andiamocene, non possiamo stare qua (...) Sicuramente non me ne scendevo a cinquantacinque chilometri orari, mi chiamavo dieci pattuglie dei Carabinieri, altre quindici della Polizia e magari operavo in maniera differente. Cioè, avrei adottato tutte quelle tecniche per porre la personalità quanto più al sicuro possibile, non so se mi sono spiegato”.

E Lumia disse al sindaco: devi dire che c’è la mafia

Un equivoco quelle delle “vedette mafiose”?  Un misunderstandig – per usare una espressione della relazione antimafia – che si riallaccia con un altro episodio che riguarda il sindaco Calì.  Nei giorni successivi alll’agguato, il primo cittadini di Cesarò in alcune interviste attribuisce l’agguato “alla delinquenza locale e non certo alla mafia vera e propria”. Due giorni dopo cambia radicalmente idea e smentisce se stesso con altre dichiarazioni. Interrogato dai pm sul repentino dietrofront spiega che per la sua prima dichiarazione era successo un pandemonio. Lo aveva chiamato Antoci e anche l’ex senatore Beppe Lumia. Per dirgli cosa, chiede Fava? “Ma che stai dicendo? L’attentato c’è stato... Devi dire che c’è la mafia”.

Ma sono tanti altri, troppi, i dubbi che restano aperti sull’intera vicenda. Tanto da far concludere la relazione della Commissione antimafia con una frase inequivocabile: “Alla luce del lavoro svolto, delle tre ipotesi formulate, il fallito attentato mafioso con intenzioni stragiste appare la meno plausibile”.

Per la commissione antimafia, in particolare, non è plausibile che quasi tutte le procedure operative per l’equipaggio di una scorta di terzo livello, qual era quella di Antoci, siano state violate (auto blindata abbandonata, personalità scortata esposta al rischio del fuoco nemico, la fuga su un’auto non blindata, l’aver lasciato due agenti sul posto esposti ad una reazione degli aggressori).

Così come non è comprensibile la ragione per cui non sia stato disposto un confronto tra i due funzionari di polizia, Manganaro e Ceraolo, che su molti punti rilevanti hanno continuato a contraddirsi e ad offrire ricostruzioni opposte.

È insolito infine che sull’intera ricostruzione dei fatti permangano versioni dei diretti protagonisti divergenti su più punti dirimenti: gli aggressori erano due o più di due? Sono stati visti mentre facevano fuoco o no? Sono stati visti fuggire nel bosco o no? Sono stati esplosi altri colpi dopo che il presidente Antoci era stato messo in salvo?

A giudizio della Commissione restano attuali le tre ipotesi formulate in premessa: un attentato mafioso fallito, un atto puramente dimostrativo, una simulazione. Ipotesi, tutte, che vedono Antoci comunque vittima.

L’auspicio dell’Antimafia “è che su questa vicenda si torni ad indagare per un debito di verità che va onorato”. Qualunque sia la verità.

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