Cronaca

Affitti alle stelle, burocrazia lumaca, personale introvabile: ecco come chiudono i ritrovi e i nuovi sono nel limbo

Sempre più numerose le saracinesche che si abbassano per i motivi più disparati ma accomunati tutti da una crisi economica crescente che colpisce soprattutto le piccole imprese dell'ambito della ristorazione costrette a reinventarsi o a chiudere i battenti per sempre. E per chi, invece, vuole investire in questo ambito le cose non vanno meglio

Saracinesche che si abbassano una dietro l'altra, ritrovi storici costretti a reinventarsi o a chiudere definitivamente l'azienda e nuovi imprenditori, invece, che vorrebbero investire in città ma spesso sono costretti a spostarsi in provincia. Sono due facce della stessa medaglia a Messina, tredicesimo comune italiano, in cui è sempre più difficile mantenere in vita la propria attività a causa di problemi che chi chiude lascia inevitabilmente in eredità a chi, invece, vorrebbe riaprire quelle stesse saracinesche o di nuove trovandosi però davanti un percorso tortuoso ed estremamente dispendioso. 

Basta fare un giro sul viale san Martino dove, una dietro l'altra, si sono spente le vetrine di locali che per decenni sono stati punto di riferimento del settore e che, dopo l'innegabile crisi generata dalla pandemia, non sono riuscite più a riprendersi. Locali come il bar Roberts o il Prestige, giusto per citare i più noti, hanno deciso di cessare definitivamente la propria attività, nonostante la clientela ormai consolidata negli anni e la localizzazione centrale del proprio locale. Chi per motivi di rinnovo della licenza, chi per lavori di adeguamento insostenibili, chi per la difficoltà di sostenere il costo dell'affitto. 

Bar chiusi a Messina

Problemi, questi, che non risultano di immediata soluzione, soprattutto perché richiedono la collaborazione da parte di diversi attori in gioco e che, poi, ricadono inevitabilmente sui nuovi imprenditori intenzionati a rilevare le attività ma ben presto demotivati nel farlo. Dai locatori che si accontentano di tenere sfitto il locale pur di non venire incontro alle esigenze dei potenziali inquilini trovando un accordo economico che possa accontentare tutti, alla lenta e farraginosa burocrazia, legata tanto all'ambito comunale che quanto agli adeguamenti richiesti dalle normative nazionali, chi apre o che chi ha già una attività avviata, deve affrontare spese e potenziali stop a fronte di eventuali opere di ristrutturazione e rinnovamento. 

Per sbarcare il lunario, facendo fronte all'aumento delle tasse e dei prezzi delle materie prime, della luce e del gas, non resta per le imprese che alzare i prezzi del prodotto finito, con un conseguente e considerevole abbassamento della qualità di quanto venduto. A pagarne le conseguenze non sono altro che i clienti, sempre più scoraggiati a restare in città e costretti, per trovare il giusto compromesso fra qualità/prezzo, ad andare in provincia. Ed ecco che gli spettri delle botteghe chiuse, quelli di aziende che non riescono a stare in piedi più di tre mesi si aggira sempre più indiscusso in città. 

Un fenomeno, questo, che a macchia di leopardo interessa tutte le zone della città. Dal centro, alla periferia, comprese la litoranea nord e a quella sud. Nonostante le misure messe in campo dalle amministrazioni per riuscire a risanare, infatti, intere aree cittadine, che passano dalla restituzione di decoro alle strade, e comprendono anche l'aumento di servizi nei trasporti, sono sempre più soli gli imprenditori che riescono a resistere. Dulcis in fundo, anche le maestranze, formate e professionalizzate, sono sempre più rare in un ambito in cui orario e compenso camminano su due binari paralleli. 

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