Giovedì, 23 Settembre 2021
Cronaca

Boss scarcerati per rischio Covid, tanti messinesi tornati a casa tra retromarce e polemiche

Lo scontro politico arroventato dopo la rivelazione di Nino Di Matteo nella trasmissione di Giletti. Ora si studia il modo per farli tornare in cella

Il ministro Alfonso Bonafede

Ci sono anche alcuni messinesi nella pattuglia di 367 detenuti che hanno presentato e ottenuto il riconoscimento degli arresti domiciliari per i rischi legati al “Covid 19”. Tra questi figura la primula rossa dei Nebrodi Gino Bontempo Scavo; un elemento di spicco della malavita barcellonese, Antonio Porcino, come Carmelo Vito Foti e altri elementi di minor rilievo come Scimone Cambria di Santa Lucia Sopra Contesse.

Le scarcerazioni sono diventate motivo di scontro politico, a seguito della polemica insorta tra l’ex Pm della Trattativa Stato-Mafia, Nino Di Matteo, magistrato che sotto la sindacatura Accorinti ha avuto riconosciuta a Messina la cittadinanza onoraria, e l’altro siciliano, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, originario di Mazara.

La polemica è sorta a seguito della rivelazione di Nino Di Matteo nella trasmissione La Piazza di Giletti: “Bonafede prima mi ha proposto il Dap e l’Ufficio Affari generali del Ministero, dopo due giorni ci ha ripensato…”.

Senza a tanti giri di parole, l’ex Pm che ora ricopre anche la carica di consigliere del Csm come indipendente della corrente di Davigo & Ardita, ha lasciato intendere che il ripensamento di Bonafede, quando Nino Di Matteo ha sciolto la riserva per dire che voleva andare al Dap, la direzione nazionale delle carceri, non fosse stata presa…in Bonafede: avrebbero concorso alcune intercettazioni nelle quali i boss si mostravano in disaccordo su questa nomina, che alla fine ha premiato il siciliano Prestipino, in servizio alla Procura di Reggio Calabria.

In verità, come è stato precisato a seguito della bufera politica che ha portato alle dimissioni del responsabile del Dap Francesco Basentini, le scarcerazioni facili che hanno interessato vari boss come il napoletano Zagaria e il carceriere del piccolo Di Matteo, Franco Cataldo, sono state tutte decisioni prese dai giudici di sorveglianza. Non solo per le raccomandazioni del Dap inviate in una dettagliata circolare a seguito delle rivolte scoppiate nelle carceri, ma anche su valutazioni dettate da precisi referti medici: l’ex deputato questore della Sicilia Ruggirello, agli arresti con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, è stato riscontrato affetto da Covid 19 e, se la figlia non avesse lanciato più di allarmato appello, rischiava di infettare anche molti altri detenuti “a rischio” nella celle sovraffollate di Rebibbia.

La polemica si è arroventata al punto che ora il ministro Alfonso Bonafede ha annunciato un passo indietro, dichiarando che tutti i detenuti in permesso di arresti domiciliari, in termine di sospensione della pena, dovranno tornare nelle celle.

E le polemiche portano anche a un giro di vite: prima di decidere i giudici di sorveglianza dovranno chiedere al capo della Dia, Cafiero De Rhao. Un comportamento schizofrenico, che svela la portata delle accuse politiche: Nino Di Matteo, era il candidato “5Stelle” alla Presidenza della Regione Siciliana: il salto nelle fila di Autonomia e Indipendenza, è stato un passaggio successivo alle polemiche sorte a seguito del processo sulla trattativa Stato-Mafia, sulla quale è di recente intervenuto ancora il professore Giovanni Fiandaca, ordinario di diritto penale all’Università di Palermo e garante dei detenuti in Sicilia, che in suo un suo articolato intervento ha rilevato come lo stesso Nino Di Matteo non abbia i fondamentali requisiti di serenità di giudizio per svolgere il delicato mestiere di magistrato: “L’intransigenza è cattiva consigliera” ha più volte rilevato il giurista.

Attorno a Nino Di Matteo che non è estraneo ad accuse feroci anche nella categoria dei magistrati cui appartiene, ha dichiarato che “le correnti del Csm possono essere equiparate alle logiche spartitorie delle organizzazioni mafiose”, si è stretto il gruppo di Davigo e Sebastiano Ardita, che ha dichiarato: “Quando io ero al Dap non è uscito un solo mafioso per motivi di salute”. E’ stato fatto notare però che all’epoca non c’era Covid 19.  

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