Corsi d'Oro 1, la Cassazione conferma l'associazione a delinquere

Novità dalla Suprema Corte sull'appello al primo processo legato alla gestione dei fondi della Formazione Professionale, ancora uno sconto di pena per Elio Sauta. La Corte di Reggio Calabria chiamata adesso a pronunciarsi, il commento dell'avvocato Favazzo

Cassazione

Confermata l'associazione a delinquere, prescritta la truffa che era l'unico reato rimasto e rigettato il ricorso della procura sull'accusa di peculato d'uso. Sono le decisioni prese dalla Corte di Cassazione sul processo, concluso in Appello, Corsi d'Oro, la prima inchiesta sulla gestione dei fondi della Formazione Professionale che ha visto tra i condannati, tra gli altri, nel settembre 2018 in secondo grado, con sconti di pena, le mogli degli ex sindaci Francantonio Genovese e Giuseppe Buzzanca, Chiara Schirò e Daniela D'Urso, l'ex consigliere comunale Elio Sauta con la moglie Graziella Feliciotto, l'ex assessore comunale Carmelo Capone, rappresentante dell'Ancol, Concetta Cannavò, segretaria di Genovese. Erano state quattro le riduzioni di pena, una prescrizione e otto le conferme che vedono adesso ribadito in Terzo Grado che il reato di associazione a delinquere è stato commesso. Dopo il provvedimento della Suprema Corte restano ferme le condanne a 1 anno e otto mesi per Chiara Schirò, 2 anni e due mesi per la Feliciotto, otto mesi per Capone. Pena scesa a due anni e mezzo per Sauta mentre per gli altri sarà adesso la Corte di Reggio Calabria a doversi pronunciare.

L'indagine scattò nel 2013, l'anno dopo ci fu la seconda tranche che vide coinvolti l'ex deputato Genovese e il cognato e già parlamentare siciliano Franco Rinaldi tra gli altri imputati. Inchieste seguite dall'allora procuratore Sebastiano Ardita con l'ausilio di polizia e Guardia di Finanza e che si concentrò su noleggio, affitto di beni e servizi con le accuse di aver gonfiato le spese a proprio vantaggio economico pagate con i fondi regionali della Formazione professionale. 

L'avvocato Nino Favazzo, dopo il pronunciamento di ieri alle 22 della Cassazione, dichiara: "La Corte ha definitivamente chiuso sul “tema peculato” tanto caro alla accusa, ritenendo la insussistenza di tale ipotesi di reato, confermando la decisione già assunta in sede cautelare nel lontano 2013 e poi ribadita in tutte le sedi di merito. Per effetto di tale statuizione, sono state dichiarate estinte per intervenuta prescrizione anche le residuali ipotesi di truffa, ancora contestate agli imputati , con eliminazione delle relative frazioni di pena. Rispetto alla ben più articolata impalcatura accusatoria, residua, dunque, la sola ipotesi associativa, ma per la determinazione della corrispondente pena nei confronti dei soggetti chiamati a risponderne, il processo è stato rinviato alla Corte di Appello di Reggio Calabria. La dichiarazione di prescrizione per i reati di truffa non mi soddisfa, continuando a mancare gli elementi materiali minimi di tale reato, tanto che non è stato ancora possibile determinare l’ammontare del ritenuto danno a carico della Regione Sicilia. Per Il resto continuo a non condividere la soluzione adottata anche dalla Suprema Corte, che ha confermato la tesi della sussistenza di una associazione dedita a commettere truffe, sovrapponendo sicuri rapporti familiari e politici a non provati accordi criminali.

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Sul peculato - conclude il legale - avevamo da sempre avuto ragione nel sostenerne la insussistenza e sono convinto che, se la procura di Messina non si fosse arroccata su una posizione ritenuta non praticabile sin dalla primissima fase cautelare, questo processo sarebbe, già da tempo, giunto a conclusione, senza registrare la estinzione per prescrizione di tutte le ipotesi di truffa a vario titolo contestate”.

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