Martedì, 19 Ottobre 2021
Cronaca

Gettonopoli, tre minuti in aula? Posson bastare a patto che siano produttivi

Le motivazioni della sentenza d'appello nei confronti di ex consiglieri comunali che si è concluso nel 2018 con 15 condanne e due assoluzioni. I giudici puntano l'attenzione sulle “presenze” in consiglio. Che non si misurano solo con il tempo ma con i fatti. E sui danni alla collettività...

Nei giorni scorsi i giudici della Corte d’appello hanno depositato le motivazioni del processo d'appello sul caso Gettonopoli.  Al centro del processo  i risultati dell’indagine condotta nel 2015 dalla Digos con riprese video ed intercettazioni che ha puntato l’attenzione sulle presenze “veloci” dei consiglieri comunali nelle commissioni  consiliari di Palazzo Zanca. 
Nelle 56 pagine della sentenza i giudici spiegano il perchè della sentenza di secondo grado che ha previsto 15 condanne e 2 assoluzioni totali.

Nel provvedimento la Corte d'appello, presieduta dal giudice Alfredo Sicuro, passa in rassegna tre situazioni che sono state evidenziate nell'indagine e nel processo: quella in cui i consiglieri  si allontanavano subito dopo aver attestato la presenza e prima ancora che la seduta venisse dichiarata aperta; le sedute andate deserte per mancanza del numero legale, infine le sedute cui i consiglieri sono stati presenti in aula durante i lavori pochi minuti. In particolare i giudici si sono soffermati anche sulla soglia dei "tre minuti", la presenza per una manciata di minuti dei consiglieri, che era stato evidenziato durante le indagini

Esaminando l'ipotesi in cui il consigliere si è allontanato dalla sala della commissione prima dell’inizio della seduta e senza ritornare, secondo i giudici “è impossibile parlare di partecipazione”. “In questi casi non ha senso di parlare di partecipazione “effettiva” - scrivono - per la semplice ragione che il consigliere interessato era presente in un tempo indefinito anteriore all’inizio della seduta, ma non mentre questa aveva luogo”. “E’’ indiscutibile - secondo i giudici- che se i lavori della commissione non sono ancora iniziati, i soggetti che si sono allontanati non possono prendervi parte e non hanno diritto al gettone”.

Diversa è invece la questione della partecipazione alla seduta anche per un periodo breve. Sono i cosiddetti “tre minuti” che erano stati usati come parametro nell’inchiesta. “In astratto-scrivono i giudici - è evidente che anche una partecipazione di qualche minuto può assumere un rilievo ai fini dei lavori di una commissione, se non attraverso un intervento formale, quantomeno con l’attività di relazione con gli altri consiglieri, mentre taluno potrebbe prendere parte alla medesima seduta per ore, disinteressandosene totalmente. Non è, dunque, possibile in mancanza di un parametro certo, valutare in concreto se il consigliere, fisicamente presente alla seduta via abbia anche “effettivamente partecipato”. Per questo motivo il parametro della permanenza per almeno tre minuti “appare anche a questa Corte del tutto arbitrario”.

Infine la terza ipotesi quella in cui i consiglieri , dopo aver firmato, andavano via senza attendere la verifica del numero legale. Allontanandosi prima della verifica secondo i giudici “hanno lucrato il gettone di presenza disinteressandosi totalmente della possibilità che, con la loro effettiva partecipazione, la seduta avrebbe potuto regolarmente avere luogo”.

I giudici ripercorrono poi il processo concludendo che “Il danno patito dalla collettività - scrivono- non si caratterizza solo nell’aver versato il gettone di presenza a chi non ne aveva diritto, ma anche nell’aver visto le commissioni deliberare senza il contributo di chi era apparentemente presente o, peggio, nell’aver visto rinviate per mancanza del numero legale sedute che , con la presenza di tutti i firmatari, potevano essere legittimamente tenute”.

Il caso Gettonopoli al Comune scoppiò a novembre del 2015. Il processo di primo grado nei confronti di consiglieri comunali dell’epoca si concluse nel luglio del 2017. Contro le condanne fu presentato ricorso in appello. A dicembre 2018 la sentenza di secondo grado che riduceva alcune condanne e disponeva anche due assoluzioni.

Questa la sentenza della Corte d’Appello pronunciata  dicembre 2018: Carlo Abbate 1 anno 6 mesi e 10 giorni, Pietro Adamo 1 anno, 2 mesi e 20 giorni, Amadeo Pio 1 anno, 5 mesi e 10 giorni, Angelo Burrascano 1 anno, 4 mesi e 10 giorni, Antonino Carreri 1 anno, 2 mesi, Andrea Consolo 1 anno e 3 mesi, Giovanna Crifò, 1 anno e 5 mesi, Nicola Salvatore Crisafi 1 anno, 7 mesi e 20 giorni, Nicola Cucinotta 1 anno e 3 mesi, Carmela David 1 anno, 3 mesi e 20 giorni, Paolo David 1 anno, 7 mesi e 10 giorni, Santi Sorrenti 1 anno e 3 mesi, Fabrizio Sottile 1 anno e 6 mesi, Benedetto Vaccarino 1 anno e 9 mesi, Santi Daniele Zuccarello 1 anno e 6 mesi. Per tutti è stata disposta la pena sospesa. Assolti totalmente Libero Gioveni e Nora Scuderi.

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