Ventinove anni di Lelat, Garufi: “Il nostro Mario simbolo di speranza, ma c'è una città annebbiata e spenta da cocaina e alcool”

La presidente festeggia la nascita della comunità di recupero e l'uscita dal tunnel di un giovane uomo. Ma lancia l'allarme sull'escalation di dipendenze. Soprattutto fra i giovanissimi

Anna Maria Garufi

Una chiave d’argento placcata d’oro. Un simbolo, insieme alla pergamena, per entrare in una nuova vita passando dalla porta principale stavolta. Lontano dai vicoli ciechi che sono stati la sua croce e il suo tunnel per anni. Almeno dieci, fino a quando non ha capito che se non si fermava era la fine.

Ieri, Mario ha festeggiato la sua nuova vita dopo un programma di recupero dalla tossicodipendenza durato quattro anni. Ed è stata festa alla Lelat con tanto di messa celebrata da padre Tanino Tripodo, direttore della Caritas alla presenza anche dell'arcivescovo monsignor Giovanni Accolla. 

Una festa doppia perché era anche quella dei ventinove anni della comunità di recupero fondata e gestita dalla presidente Anna Maria Garufi, anima della comunità, che ha ripercorso le tappe di tutti questi anni al fianco di  giovani e meno giovani che decidono di farsi aiutare. Dai primi passi nel suo studio, agli anni nella sede prima di San Filippo e poi di Bordonaro, fino ad oggi con venti persone che tutti i giorni, dalle 9 alle 5, lavorano in comunità per la propria rinascita.

Movida pericolosa, multe per alcolici e prostituzione

Un momento di riflessione profonda sulle esigenze della comunità terapeutica e non solo. “Sì, perché non smetto di pensare a quanto sarebbe importante attivare l’altra metà della comunità, quella che dà spazio al residenziale – spiega la presidente Anna Maria Garufi – così i tempi di recupero per le persone che seguiamo sarebbero certamente più brevi. Ci aiuta tanto comunque  la possibilità di prendere in carico tutta la famiglia. C’è una prima fase di accoglienza, poi il primo livello di recupero nella quale si lavora sulle proprie angosce, poi il secondo livello, detto di sganciamento, in cui ricominciano a fare anche qualche lavoretto e infine il reinserimento che purtroppo è l’aspetto più complicato in una città in cui la disoccupazione è alle stelle. Mario, ad esempio, è bravo con i lavori di muratura, ma sono lavori saltuari...”.

Ma come è cambiata in questi anni la Lelat? “Più che la Lelat è cambiata la dipendenza – spiega la presidente -  anzi le dipendenze perchè hanno sempre più facce e non accennano a diminuire. Diminuisce invece, eccome, l’età di chi gli stupefacenti li consuma. Non ha idea fra i giovanissimi quanto è cresciuto il fenomeno, con farmaci che sono droghe a tutte gli effetti e che possono acquistare su internet. Io sono ancora scossa dal caso di  una ragazzina di 13 anni strafatta di crac. E vive putroppo in un contesto familiare degradato. Anche se questo non è indicativo, la droga fra i giovanissimi è davvero trasversale da un punto di vista sociale. Di recente ho seguito il caso del figlio di un onorevole, anche lui giovanissimo. Il padre non l’ha mandato in comunità però, per evitare che si possa scoprire. Sa, il buon nome”.

Un allarme, quello delle droghe, sia come traffico che come consumo, lanciato ripetutamente in questi mesi anche da tanti esponenti delle forze dell’Ordine, durante varie operazioni antidroga. Anche nei blitz di polizia municipale e carabinieri di stanotte, l'esempio di una deriva sempre più pericolosa.   

Ragazzini ubriachi fradici devastano cassonetti, semafori e lampioni

Il termometro della Lelat? “Dice che la febbre è da cavallo. Su due fronti in particolare, Il primo è anche quello dell’alcool consumato dai giovanissimi. Cominciano con la solita birretta per darsi un tono e poi finiscono in coma etilico ogni sera. L’altro, evidente, è la crescita del consumo di cocaina. Una droga prestazionale che sta crescendo in maniera esponenziale negli ambienti considerati “insospettabili”, ma c’è una intera città ormai annebbiata e spenta dalla cocaina, perché non viene riconosciuta come dipendenza ed è sempre più consumata negli ambienti dei liberi professionisti, dei manager, da politici che vogliono sentirsi sempre al top. Ci cercano per il recupero solo se costretti dalla famiglia, o perché ha commesso un reato e devono scegliere fra il carcere e la comunità e allora scelgono inevitabilmente noi. Come accaduto con un docente universitario”.

E le nuove dipendenze? “Quelle le patiamo come risvolto alle tossicodipendenze classiche ma non le curiamo in comunità perché le dipendenze sociali come gioco,  shopping o sesso compulsivo, sono riconosciute come patologia ma non sono ancora convenzionate”.

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