Rubavano le auto e poi chiedevano il riscatto, misure cautelari anche a Barcellona Pozzo di Gotto

Uno dei tredici indagati era ristretto nella casa-lavoro del messinese perché destinatario di un altro provvedimento del giudice. I dettagli dell'operazione della Procura di Cosenza

Rubavano autovetture, le nascondevano in vari depositi clandestini e li restituivano ai possessori solo dietro pagamento di somme di denaro che andavano da 850 a 2000 euro.

Con queste accuse, i  carabinieri di Cosenza, coadiuvati da personale del 14° Battaglione Calabria, dello Squadrone Eliportato Cacciatori di Calabria, del Nucleo Cinofili di Vibo Valentia e della Compagnia di Barcellona Pozzo di Gotto, hanno dato esecuzione ad un’ordinanza dispositiva di misure cautelari nei confronti di 13 soggetti, di cui 2 associati alla casa circondariale in custodia cautelare, 9 sottoposti agli arresti domiciliari, 1 all’obbligo di dimora e 1 all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

VIDEO | L'operazione Gipsy Village

Particolarmente nutrita la rubrica delle fattispecie delittuose contestate dal GIP presso il Tribunale di Cosenza, su richiesta della locale Procura della Repubblica, che concerne 12 episodi tra furti e ricettazioni di mezzi (3 furgoni e 9 autovetture), 9 estorsioni consumate per la restituzione dei citati veicoli e 2 tentativi di estorsione, fatti perpetrati da gennaio 2019 a gennaio del corrente anno.

L’operazione rappresenta un seguito di quelle convenzionalmente denominate “Scacco al Cavallo” e “Scacco al Cavallo 2”, eseguite dai carabinieri di Cosenza il  16 novembre 2018 e 4 luglio 2019, nell’ambito delle quali erano già stati arrestati alcuni degli odierni indagati.

L’indagine – avviata dai militari dalla Stazione di Cosenza Principale dal mese di maggio 2019 e coordinata dal procuratore Mario Spagnuolo, e dal sostituto  Antonio Bruno Tridico – è stata condotta a seguito di una seria recrudescenza del fenomeno dei furti di veicoli.  

L’attività investigativa, ha consentito di documentare come il gruppo criminale, composto in gran parte da soggetti di etnia “rom”, attraverso un collaudato modus operandi, riuscisse a contattare i proprietari delle autovetture trafugate, costringendoli alla consegna di somme di denaro per la restituzione del mezzo.

Gli indagati, una volta individuato il proprietario del veicolo rubato, verosimilmente  mediante i documenti ritrovati all'interno del mezzo o a volte per l’iniziativa assunta dalla parte offesa, stabilivano il primo contatto nel quale invitavano la vittima a recarsi in via degli Stadi, all’interno del cosiddetto “Villaggio degli Zingari”, sede del quartiere dagli stessi completamente controllato. Ed è infatti “il villaggio Rom di via degli Stadi” il “teatro” da dove nasce e si sviluppa tale articolata filiera criminale, luogo indicato dal GIP presso il Tribunale di Cosenza, nell’ordinanza, come “la base logistica per lo svolgimento della predetta attività”, all’interno del quale i vari indagati operano con ruoli fluidi ed interscambiabili, essendo indispensabile la cooperazione di  più persone  per  la commissione dei furti, la custodia dei mezzi trafugati, la gestione dei rapporti con le persone offese, fasi che potevano essere condotte nella assoluta sicurezza della copertura data dalla complicità delle persone ivi residenti.

 Le parti offese venivano così agganciate sul luogo del furto o attraverso telefonate effettuate da cabine telefoniche pubbliche, con l’indicazione delle modalità per la restituzione dell’autovettura. Tra i tanti episodi documentati, vi sono anche casi in cui le stesse parti offese hanno deciso di recarsi direttamente nel quartiere di via degli Stadi, per chiedere a referenti ivi individuati di poter recuperare l’autovettura, consci di dover corrispondere una somma di denaro.

Nella gran parte dei casi, si è riscontrato che non occorreva neanche specificare che la restituzione dell’autovettura fosse condizionata alla dazione  di una somma di  denaro, né tanto meno di esplicitare minacce dirette, atteso che le vittime comprendevano da subito che si trattava di una richiesta estorsiva proveniente da soggetti muniti di sicura caratura criminale, per cui accondiscendevano immediatamente ad avviare una trattativa per definire il prezzo della “tangente”.

Il  passaggio  successivo  consisteva nello  svolgimento  della trattativa per stabilire l'entità del  prezzo  da pagare per  la restituzione che il più delle volte variava da 850 a 2.000 €.   Quindi – nei casi di estorsione consumata – i malviventi si facevano consegnare il denaro in contante e, solo all’atto della riscossione del provento dell’estorsione, indicavano il luogo di rinvenimento del mezzo, di cui chiaramente avevano la disponibilità materiale.   

Solo in limitati casi si è riscontrato, in assenza di una convergenza sulla somma da corrispondere, l’innestarsi di una spirale di minacce ed intimidazioni, sino ad arrivare al perentorio ultimatum alla vittima con la chiara manifestazione della volontà di procedere alla distruzione dell’autovettura.

Nell’ambito dell’indagine, i carabinieri hanno recuperato e restituito ai legittimi proprietari 36 mezzi proventi di furto, procedendo complessivamente a sentire a sommarie informazioni 52 vittime di furto, molte delle quali hanno fornito un quadro dettagliato con descrizioni di fatti e persone lucide, lineari e precise. Purtroppo per 4 vittime è stato necessario il deferimento in stato di libertà per “favoreggiamento personale”, in quanto, pur a fronte di elementi comprovanti le richieste estorsive ricevute, hanno negato l’accaduto, non fornendo alcuna collaborazione allo sviluppo delle indagini.

Questi i nomi delle persone sottoposte a misure cautelari: Fioravante Manzo, 30 anni; Cosimo Passalacqua, 27; Francesco Mario, 41, Giuseppe Morcavallo, 39, Francesco Berlingieri, 26, Antonio Bevilacqua, 41, Pierpaolo Tormento, 29, Elio Stancati, 68, Armando Bevilacqua, 33, Domenico Francesco Marchese, 26, Domenico Caputo, 47, Massimo Bevilacqua, 43, Francesco Bevilacqua, 31.

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I collegamenti con Barcellona Pozzo di Gotto dipendono dal fatto che uno dei soggetti raggiunto da provvedimento cautelare era ristretto presso la casa lavoro di Barcellona Pozzo di Gotto dove era stato trasferito due settimane fa perché destinatario di un altro provvedimento del giudice.

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