Martedì, 28 Settembre 2021
Cronaca

Gare truccate e mazzette nella sanità, arrivano 7 condanne: 6 anni e 8 mesi a Candela

Il processo, celebrato con l'abbreviato, è nato dall'inchiesta "Sorella Sanità" di maggio dell'anno scorso che aveva svelato l'esistenza di un giro di tangenti per l'affidamento di servizi per oltre 600 milioni di euro. Gli imputati dovranno restituire 2 milioni e mezzo all'Asp di Palermo. Il giudice ha assolto solo l'imprenditore Angelo Montisanti

La gare per affidare appalti nella sanità siciliana sarebbero state mere formalità: per aggiudicarsele, infatti, sarebbe bastato conoscere gli uomini giusti nei posti giusti e poi pagare. E' con questo meccanismo, basato su tangenti e corruzione, che a livello regionale sarebbero stati distribuiti servizi per circa 600 milioni. Oggi pomeriggio il gup Clelia Maltese, al termine del processo che si è svolto con il rito abbreviato, ha inflitto sette condanne, a cominciare da quella a 6 anni e 8 mesi di carcere per Antonio Candela, ex manager dell'Asp di Palermo e poi commissario per l'emergenza Covid fino al momento dell'arresto, e ha invece deciso di assolvere un unico imputato, l'imprenditore Angelo Montisanti, difeso dagli avvocati Marcello Montalbano e Claudio Livecchi.

Il giudice ha sostanzialmente accolto le richieste del procuratore aggiunto Sergio Demontis e dei sostituti Giovanni Antoci e Giacomo Brandini, che avevano coordinato l'inchiesta "Sorella Sanità" della guardia di finanza che, a maggio dell'anno scorso, aveva scatenato un terremoto anche nei palazzi della politica. Le pene inflitte sono un po' più basse di quelle invocate dai pubblici ministeri. Il giudice ha anche stabilito che gli imputati debbano restituire oltre 2 milioni e mezzo all'Asp di Palermo che, assieme all'assessorato regionale all'Economia, si è costituita parte civile nel processo. I danni dovranno essere quantificati separatamente.

Nello specifico, ai due "pentiti", Fabio Damiani, ex manager dell'Asp di Trapani, e all'imprenditore Salvatore Manganaro, vicino a Damiani, che dopo gli arresti avevano deciso di collaborare con i magistrati, il gup ha deciso di riconoscere l'attenuante per le dichiarazioni e il contributo resi: il primo è stato condannato a 6 anni e mezzo (è difeso dagli avvocati Vincenzo Zummo e Sergio Monaco) e l'altro a 4 anni e 4 mesi. La Procura si era opposta al riconoscimento dell'attenuante per Damiani.

Il faccendiere Giuseppe Taibbi (assistito dagli avvocati Ninni e Giuseppe Reina), legato a Candela (difeso dall'avvocato Giuseppe Seminara), è stato condannato a 5 anni e 8 mesi. Sette anni e 2 mesi sono stati inflitti all'imprenditore Francesco Zanzi, 5 anni e 10 mesi ciascuno a Roberto Satta (difeso dall'avvocato Pasquale Contorno) e a Salvatore Navarra (assistito dall'avvocato Giovanni Di Benedetto).

Un altro imprenditore, Ivan Turola, aveva deciso di patteggiare la pena nei mesi scorsi. Anche Manganaro e Satta avevano chiesto di patteggiare, ma l'istanza non era stata accolta.

Dalle intercettazioni era emerso per esempio che un'azienda romana, "Tecnologie sanitarie spa", per essere favorita nell'aggiudicazione di una gara da 17 milioni avrebbe versato quasi 230 mila euro di tangenti, inviando i bonifici a una ditta riconducibile a Taibbi che a sua volta, secondo l'accusa, avrebbe prelevato la somma in più tranche in contanti e l'avrebbe consegnata, durante "incontri riservatissimi", a Candela. Alcuni di questi appuntamenti sarebbero avvenuti nella Riserva di Capo Gallo e i pm non avevano esitato a definirli "incontri con modalità mafiose".

In un'altra circostanza, a novembre del 2018, le microspie avevano captato lo sfogo di Candela con Taibbi dopo che il presidente della Regione, Nello Musumeci, aveva deciso di lasciarlo senza incarichi, preferendogli a capo dell'Asp di Palermo Daniela Faraoni. Taibbi suggeriva di avviare un'operazione di dossieraggio su vari personaggi della sanità siciliana, con rivelazioni "scottanti" da sottoporre poi agli allora vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini. In questo contesto, l'assessore Ruggero Razza veniva definito come "il bambino", che Musumeci avrebbe dovuto "levare dai coglioni".

I finanzieri avevano poi captato le conversazioni legate alle presunte pressioni di Damiani per essere nominato a capo dell'Asp di Trapani. Attraverso Turola, durante un incontro in un bar di via Principe di Belmonte, si sarebbe cercato di arrivare al presidente dell'Ars, Gianfranco Miccichè, attraverso suo fratello Guglielmo (nessuno dei due era stato indagato). In questa circostanza, Manganaro commentava "Turola è il pupo e Miccichè è il puparo". Il presidente dell'Ars aveva respinto con forza ogni coinvolgimento nella vicenda e minacciato querele nei confronti dei giornalisti.

Fonte: PalermoToday

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