Cronaca

Mafia e caso Cattafi, ricorso "straordinario" in Cassazione

Condannato a maggio in via definitiva come organico a Cosa Nostra. Le motivazioni passano in rassegna alcune contraddizioni e opacità nelle dichiarazioni dei pentiti che negli anni lo hanno chiamato in causa

Ricorso straordinario in Cassazione per la sentenza della Corte di appello di Reggio Calabria che ha condannato Rosario Pio Cattafi per associazione mafiosa nell’ambito del procedimento Gotha 3.

L’avvocato barcellonese, attualmente detenuto a Milano-Opera, ha presentato ricorso tramite il suo legale Salvatore Silvestro passando in rassegna alcune contraddizioni e opacità nelle dichiarazioni dei pentiti che negli anni lo hanno chiamato in causa.

La Corte di Cassazione aveva rigettato a maggio 2023 il ricorso e confermato la sentenza di condanna a sei anni per associazione mafiosa "almeno fino al 2000" emessa dalla Corte d'appello di Reggio Calabria con una decisione definita “storica” che aveva messo il sigillo anche su trent’anni di misteri e dichiarazioni di collaboratori di giustizia.

Nel ricorso, la cui trattazione si terrà il prossimo 29 febbraio davanti alla quinta sezione penale, viene contestata la mancanza di prove concrete dell’organicità di Cattafi alla mafia barcellonese.

Chi è Saro Cattafi, il mafioso che sussurrava allo Stato

“La prova della partecipazione all’associazione è ricavabile dal compimento di una o più attività significative nell’interesse dell’associazione (Cass. Pen. Sez. 2 13.03.2019 n. 18559); condotte che, come vedremo, una volta emendato l’errore di fatto che ha determinato l’impugnata decisione, manifesteranno la loro assoluta insussistenza”, scrive il legale che passa in rassegna anche le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia come quelle di Carmelo Bisognano, Carmelo D’Amico e Giuseppe Alfio Castro. Quest’ultimo “ha reso dichiarazioni su Cattafi dopo mesi dall’inizio della collaborazione e solo dopo aver ascoltato in diretta le delazioni esternate da Bisognano durante il processo Vivaio”, scrive il legale, mentre “nonostante D’Amico sia stato sempre fermo, nel corso della deposizione, nel precisare che Cattafi aveva il compito di gestire i rapporti, per conto della cosca, con i cd. “colletti bianchi”, senza essere un colletto bianco, nel senso che Cattafi era, a tutti gli effetti, “un uomo d’onore, un associato”, lo stesso ha affermato di non averlo mai incontrato e che le sue sono conoscenze de-relato inesplorabili dall’imputato e dal suo difensore“. Anche Bisognano, scrive Silvestri, “ha, sempre e comunque, ribadito di non aver avuto contatti diretti con Cattafi, e quindi le sue sono conoscenze indirette, rispetto alle quali emerge o l’impossibilità di procedere alla verifica delle fonti originarie (per intervenuto decesso) o la straordinaria sconfessione dei relativi dati, spesso connotati comunque dall’assoluta risibilità dei contenuti“.

Tema principale è anche il concetto di contiguità e partecipazione all’associazione di tipo mafioso. “La "mera contiguità compiacente", la "vicinanza" o "disponibilità" nei riguardi di singoli esponenti, anche di spicco, del sodalizio mafioso, non qualificano la condotta del partecipe (in termini, Sez. 5, n. 12679 del 24/01/2007, Mercadante, Rv. 235986) – si legge nel ricorso - Va, peraltro, ribadito il principio secondo cui la mera frequentazione di soggetti affiliati al sodalizio criminale per motivi di parentela, amicizia o rapporti d'affari, ovvero la presenza di occasionali o sporadici contatti in occasione di eventi pubblici e in contesti territoriali ristretti non costituiscono elementi di per sè sintomatici dell'appartenenza all'associazione, ma possono essere utilizzati come riscontri da valutare ai sensi dell'art. 192 c.p.p., comma 3, quando risultino qualificati da una abituale o significativa reiterazione e connotati dal necessario carattere individualizzante”.

Al processo sono costituiti parte civile anche i Comuni di Barcellona Pozzo di Gotto e Mazzarrà S. Andrea, l’impresa Sicilsaldo srl, il Centro studi Pio La Torre e l’associazione nazionale Familiari vittime di mafia, rappresentati dagli avvocati Alvaro Riolo, Ugo Colonna, Giusi Troni, Ettore Barcellona e Fabio Repici.

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