"Compare, sembrava Gomorra", quando il 'fruttivendolo' Irrera chiese conto e ragione al clan Santapaola

Tra i retroscena dell'operazione Cesare, il confronto tra l'uomo che ha preso le redini del boss Luigi Galli e la mafia catanese. Il ritratto di un emergente: dal maltrattamento dei cavalli alle intimidazioni agli ambulanti

La mafia a Messina c'è ed è viva e in salute, tanto da poter mettersi alla pari con le più potenti famiglie catanesi che orbitano intorno al clan Santapaola. Una chiave di lettura ben evidenziata dal gip Maria Militello nelle duecento pagine di ordinanza dell'operazione "Cesare" con cui la Dda ha dato un duro colpo alla criminalità peloritana dedita al traffico di droga e alle corse clandestine di cavalli.

Tutto ruota attorno alla figura di Giuseppe Irrera, fruttivendolo di professione, ma di fatto reggente del clan di Giostra legato alla figura del boss Luigi Galli, suo parente. Irrera dimostra una versatilità sorprendente nel gestire i propri interessi. Passa con disinvoltura dall'intimidire gli ambulanti di Giostra, dicendosi pronto a "buttare all'aria con il muletto" i loro camion utilizzati per la vendita, a rivendicare i suoi diritti in casa del clan Santapaola. Ed è proprio su quest'ultimo episodio che il giudice pone la sua attenzione. 

Lo sgarro durante la corsa clandestina di cavalli

Nell'agosto 2016 Irrera decide di andare a Catania e battere i pugni sul tavolo chiedendo conto di uno sgarro subito durante una corsa clandestina di cavalli.  A Castiglione di Sicilia i fantini messinesi sfidano quelli catanesi, in palio il prestigio che solo la vittoria può regalare e migliaia di euro frutto di scommesse illegali. La gara viene vinta dalla scuderia che fa capo al catanese Sebastiano Grillo detto Iannuzzo, secondo gli inquirenti vicino alla famiglia Santapaola-Ercolano. A distanza di pochi giorni, un filmato finisce però nelle mani di Irrera: le immagini mostrano un motorino, con a bordo tre persone, accostarsi al calesse della "squadra" etnea e spingere per aumentare la velocità e favorirlo nella corsa.

Un illecito che Irrera non riesce a mandar giù decidendo quindi di chiedere la ripetizione della gara. Per farlo è necessario andare a parlare di persona con i catanesi. Qua non si deve dormire, qua si deve chiamare e andare subito [...] 60mila euro ci siamo giocati. La trasferta ai piedi dell'Etna va fatta, ma serve prudenza. Segue infatti una lunga consultazione tra Irrera e i suoi sodali, registrata fedelmente dagli investigatori. Il reggente del clan Galli cerca quindi un appoggio: Dobbiamo essere sicuri di avere a Catania qualcuno di spessore.

Il viaggio viene organizzato nei dettagli all'interno della rivendita di frutta e verdura di viale Giostra. Irrera è più che mai deciso, ma alcuni gli fanno notare i rischi suggerendo di evitare dissapori tra le famiglie catanesi, considerando che una parte di soldi delle scommesse erano finiti proprio nelle casse dei Santapaola. Irrera non vuole sentire ragioni: io questa non me la tengo. L'incontro ci sarà. 

Il colloquio nella casa-bunker del nipote di Santapaola: "Ho rivisto Gomorra, era un macello"

Il 13 agosto 2016 Irrera raggiunge quindi Catania, lì, come svelerà in seguito ai familiari, si rende conto dei diretti interessi della criminalità organizzata etnea sulle corse clandestine di cavalli. Il suo interlocutore è Roberto Vacante, marito di una nipote del boss Nitto Santapaola. Il colloquio avviene in una casa-bunker circondata da vedette e telecamere che Irrera raggiunge scortato in motorino dai catanesi dopo aver lasciato la sua macchina in centro, così come racconta il giorno dopo ai suoi. Ci hanno fatto lasciare le macchine al bordello del tram, e loro ci hanno portati con le motociclette, abbiamo fatto un mare di strada [...] Le sentinelle [...] hanno fischiato e si apre un cancello che tu vedi un corridoio, in una traversa che si apre un cancello chiuso, con i soldati fuori [...] Io ho rivisto il film Gomorra, era un macello. [...]  Qua se non sia mai Dio fanno bordello [...] ci sparano, ci smantellano il cervello.

Alla fine Irrera raggiunge l'obiettivo: la gara verrà ripetuta con investimento di denaro della sola famiglia catanese. Una prova di forza della mafia messinese, sottolineata dal gip Militello. "Solo un'associazione - si legge nell'ordinanza - che ha raggiunto una certa fama di forza e capacità di intimidazione è in grado di rapportarsi con l'associazione mafiosa dei Santapaola, facendo valere le proprie pretese". 

Si evidenzia così ancor di più come le gare clandestine siano tra i principali interessi dei clan di Giostra. Un sistema che assicura guadagni per migliaia di euro, tenuto in piedi grazie ad una precisa gestione delle scuderie in cui non manca neanche l'apporto di un professionista. Nell'inchiesta risulta infatti indagato anche il medico Salvatore Speciale, per aver sottoposto i cavalli a trattamenti sanitari invasivi a scopo non terapeutico.

"Mentre correva quel cavallo sembrava morto"

Animali vittime innocenti, costretti ad allenamenti estenuanti, iniezioni di sostanze dopanti per aumentarne le prestazioni e poi buttati in strada a gareggiare nel cuore della notte sulle strade della periferia messinese trasformate per l'occasione in ippodromo. 

La sofferenza inflitta ai cavalli è raccontata fedelmente da quello che avviene nell'ottobre 2016, durante la gara successiva a quella oggetto di disputa tra messinesi e catanesi, la scuderia che fa capo ad Irrera perde. Nei giorni successivi i commenti all'interno della rivendita di frutta e verdura permettono di capire cosa è avvenuto. Irrera commenta le scarse prestazioni di un cavallo che "mentre correva sembrava morto": Si è mangiato quattro milioni di globuli rossi. Il supplizio alla bestiola si sarebbe potuto evitare. Dalle carte del gip Militello emerge, infatti, che il veterinario Speciale aveva sconsigliato di far gareggiare il cavallo viste le sue condizioni. 

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