Cronaca

Il coronavirus non ferma la lotta di Paolo Chillé: dagli Stati Uniti una cura sperimentale per sconfiggere il tumore

Il 27enne è tornato a Messina lo scorso gennaio. In piena emergenza Covid-19 è costretto a recarsi al Policlinico per continuare la terapia. Il racconto della madre: "Affrontiamo questa nuova sfida con la determinazione di sempre"

Il coronavirus non ferma Paolo Chillè, il ragazzo messinese affetto da un raro tumore che non gli ha però fatto perdere la voglia di lottare. 

Insieme alla sua famiglia, Paolo è tornato in città lo scorso gennaio dopo oltre tre mesi di costose cure negli Stati Uniti, sostenute anche grazie alla generosità dei messinesi, capaci di donare 150mila euro con una raccolta fondi partita la scorsa estate.

Un grande gesto da parte di una città che non rinuncia mai ad aiutare il prossimo e che potrebbe consentire al 27enne di sconfiggere finalmente quel sarcoma fibromixoide con cui convive da quattro anni.

La speranza di una nuova cura

Da Los Angeles, i medici hanno scoperto una nuova terapia che potrebbe essere finalmente quella giusta. "Dopo una biopsia eseguita nel centro di Bverly Hills - racconta la madre di Paolo - gli specialisti sono riusciti ad individuare una cura sperimentale che Paolo deve iniziare al più presto. Prima però bisogna sconfiggere un'altra metastasi che al momento gli causa problemi nella deglutizione".

E proprio per questo Paolo si reca al Policlinico, nonostante i rischi dovuti al coronavirus. "Non ci ferma nessuno - spiega la madre - sappiamo che la situazione non è delle migliori, ma affrontiamo questa nuova sfida con la stessa determinazione con cui abbiamo iniziato . Utilizziamo le mascherine e tutti gli accorgimenti necessari per evitare il contagio, ci sono vari impedimenti ma stiamo per finire questo ennesimo ciclo di radioterapia".

La cura che Paolo dovrà iniziare a breve ha però un costo oneroso: 20mila dollari al mese. "Al momento siamo coperti fino a giugno - continua la madre del ragazzo - poi attendiamo il rientro in Italia di una ragazza conosciuta negli Stati Uniti. Sarà lei a portarci le altre medicine, sperando che il coronavirus conceda una tregua e che torni la possibilità di viaggiare. La cura è fatta di pillole che non possono essere spedite".

"Negli Stati Uniti si paga tutto, anche una flebo"

La famiglia Chillè durante la permanenza negli Stati Uniti ha fatto i conti con un sistema sanitario privatizzato e difficilmente accessibile se non a pagamento. "Sapevamo a cosa andavamo incontro - ammette la madre del ragazzo - ma siamo rimasti di stucco quando ci è stato chiesto di saldare il conto anche per una flebo di soluzione fisiologica somministrato a mio figlio. La sola ambulanza per trasportare Paolo in ospedale costava 5000 dollari e ancora mi ritrovo a pagare per i giorni in cui è stato ricoverato". 

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