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Venerdì, 20 Maggio 2022
Cronaca

Sentenza Caf Fenapi, arrivano le motivazioni dell’assoluzione di Cateno De Luca

Il giudice Simona Monforte ha assolto perchè il fatto non sussiste. A smontare il castello di accuse consulenze e testimonianze: "Non è emerso alcun esplicito riferimento alla falsità delle fatture contestate né alla circostanza che le voci di spesa fossero state in realtà mai sostenute"

Un castello smontato pezzo per pezzo. Fino ad arrivare all'assoluzione "perché il fatto non sussiste". Quella del Caf Fenapi è stata una sentenza spartiacque non solo per gli imputati ma complessivamente per la vita politica e cittadina messinese. Ora, sull’assoluzione piena di Carmelo Satta e di Cateno De Luca, amministratore di diritto il primo e direttore generale il secondo, nonché nei confronti di Giuseppe Ciatto,  professionista incaricato alla redazione dei bilanci e alla predisposizione delle dichiarazioni fiscali, arrivano le motivazioni. 

Le accuse

L'inchiesta sulla presunta maxi evasione fiscale da un milione e 750 mila euro  prende le mosse da un accertamento ispettivo inizialmente focalizzato sulla ritenuta indeducibilità di due distinte voci di costo registrate nella contabilità del Caf Fenapi e relative fatture emesse dalla Confederazione Fenapi nazionale, suo socio unico, con la dicitura mantenimento sedi e costo personale in prestito, "non imputabili al Caf Fenapi, perché da esso non effettivamente sostenute, la cui esposizione nella dichiarazione annuale aveva implicato un aumento di costi, con correlativa riduzione indebita alla base imponibile, consentendo per tale via al contribuente la proporzionale contrazione del debito fiscale dichiarato e una corrispondente evasione fiscale".

Secondo la Guardia di Finanza, insomma, esisteva una modalità, ripetuta negli anni dal 2007 al 2013, che consentiva al Caf di evadere imposte per importi rilevanti con contestazioni che vanno dalla dichiarazione fraudolenta all’emissione di fatture inesistenti e perfino – all’origine dell’indagine – anche l’associazione a delinquere (che da subito però non ha superato il vaglio del Gup). Il lavoro degli avvocati Carlo Taormina, Tommaso Micalizzi e Giovanni Mannuccia, grazie anche alle consulenze sia dei tecnici di parte che di quelli nominati dal Tribunale stesso, ha impresso udienza dopo udienza la svolta, tranto che il pm Massara ha chiesto su nove imputati la condanna solo per due. 

I rimborsi

Il giudice Simona Monforte, nelle motivazioni della sentenza, ha infatti approfondito il contenuto della convenzione regolatrice dei rapporti tra Caf Fenapi e Confederazione Nazionale osservando “che la convenzione sottoscritta tra la società autorizzata all'attività di assistenza fiscale ed il socio unico fondatore Federazione Nazionale prevede la possibilità di quest'ultima di ottenere il rimborso dalla prima di costi sostenuti per garantire la messa a disposizione dell'attività di assistenza fiscale dei circoli affiliati, anche attraverso il funzionamento dei circoli territoriali. Pertanto, ciò che su base negoziale è escluso è l'accollo a carico del CAF Fenapi di costi diretti sostenuti dal singolo circolo, verso cui il primo è tenuto solo alla remunerazione dell'attività di assistenza in ragione del volume di pratiche inoltrate”. 

Per il giudice non è escluso il diritto della Confederazione Nazionale di conseguire un rimborso ad opera della società in ragione dei costi sostenuti per garantire il funzionamento dei circoli territoriali.

“…l singolo circolo” si legge ancora nelle motivazioni “faceva fronte con gli introiti ricavati dai tesseramenti degli utenti che ad esso si rivolgevano per ottenere assistenza nei vari settori di operatività, patronato e fiscale, nonché dalle remunerazioni connesse all'attività di assistenza fiscale espletata nel corso dell'anno; ciò non di meno è anche emerso che ogni singolo centro territoriale faceva sempre riferimento all'associazione nazionale per l'impiego della strumentazione (ad esempio programmi e software) necessaria per l'espletamento dell'incarico, nonché per la formazione del personale (tanto avveniva attraverso periodici corsi di formazione/aggiornamento organizzati dalla Confederazione) e finanche per la fornitura di cancelleria”.

I testimoni

È emerso come i costi non fossero certamente riconducibili agli esborsi sostenuti dal singolo circolo territoriale inerenti alla sede di ubicazione del centro assistenza (vale a dire canone locativo e spese per utenze) ed al personale impiegato (il quale era retribuito dal responsabile del centro territoriale), “atteso che a tali costi il singolo circolo faceva fronte con gli introiti ricavati dai tesseramenti degli utenti che ad esso si rivolgevano per ottenere assistenza nei vari settori di operatività, patronato e fiscale, nonché dalle remunerazioni connesse all'attività di assistenza fiscale espletata”. 

Le consulenze

Nelle motivazioni, un capitolo è dedicato alle consulenze. Alcune su incarico del pm Massara, come quella del dottore Antonio Ojeni, che evidenzia come in nessuno dei documenti di sintesi economico-finanziaria forniscano "indicazioni circa i criteri di determinazione e le modalità di calcolo dei rimborsi spettanti alla Fenapi nella duplice componente del costro per il personale in prestito e per il mantenimento delle sedi". Una identica conclusione è quella del dottore Corrado Taormina che ha firmato tre elaborati su incarico della Procura. "Il corso per il personale dipendente", scrive, "è stato interamente sostenuto dai circoli territoriali che sono risultati anche gli effettivi datori di lavoro...omissis...dato rilevante è che non risultano indicate somme in entrata rendicontate dai circoli afferenti a specifici contributi erogati dagli enti Fenapi per personale in prestito o in distacco". Il consulente ha pertanto concluso che "Il Caf Fenapi pur deducendo fiscalmente costi per il personale in prestito e/o distacco, considerandoli elementi negativi di reddito riportati nelle relative dichiarazioni per gli anni dal 2009 al 2013, di fatto non ha mi auto alle dipendenze personale che era di fatto in carico ai circoli. In realtà, da quanto emerso, tutti i dipendenti dei circoli Fenapi erano alle dirette dipendenze dei circoli medesimi che sono risultati i veri datori di lavoro che hanno effettivamente sostenuto il costo degli stipendi e dei relativi oneri previdenziali".

La testimonianza 

Oltre alle consulenze, un ruolo importante ha avuto la testimonianza di un teste sul funzionamento del sistema patronati.  “La deposizione resa dal teste Antonio Caputo - scrive il giudice -  responsabile del circolo Fenapi di Molfetta dal 2010/11 al 2014, in ragione della completezza della sua escussione che ha consentito di apprezzare tutti gli aspetti sin qui messi in rilievo”.  È stato lui a chiarire come sulla base della convenzione che annualmente veniva sottoscritta tra il circolo ed il Caf Fenapi (veniva corrisposta al circolo una remunerazione sub specie di "contributi sindacali", rapportato alla quantità di lavoro svolto, ovvero il numero di 730.  Secondo quanto accertato “i singoli circoli affiliati Fenapi, autorizzati all'apertura di uno sportello Caf deputato all'erogazione dello spécifico servizio di assistenza ed invio delle dichiarazioni fiscali modello 730, avevano diritto ad essere remunerati per detta attività secondo quanto previsto nelle convenzioni le quali stabilivano, fatta salva la franchigia commisurata alle prime dieci pratiche, un contributo predeterminato per ogni modello 730, che altro non era se non una quota parte della remunerazione ministeriale spettante al Caf autorizzato all'attività di assistenza fiscale e a questo corrisposta alla fine di ogni campagna fiscale. Pertanto, parte della remunerazione doveva essere versata al circolo, andando così a costituire per l'ente un costo”.

La valutazione del giudice

Il giudice Monfortein 35v pagine di motivazione ritiene, quindi, che a fronte di un'attività di assistenza fiscale effettivamente svolta "la necessità di far quadrare i costi indicati con i dati contabili a disposizione può essere indice di una quantificazione approssimativa e di una contabilità tenuta in maniera confusa, ma non può far ritenere di per sé la totale inesistenza delle operazioni economiche sottese, tanto più che dalle medesime conversazioni non è emerso alcun esplicito riferimento alla falsità delle fatture contestate né alla circostanza che le voci di spesa fossero state in realtà mai sostenute".

In conclusione, non ha ritenuto raggiunta "la prova dell'effettiva inesistenza degli elementi passivi del reddito esposti nelle dichiarazioni fiscali relative agli anni in contestazione, i reati di cui all'imputazione non possono dirsi integrati".

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