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Lunedì, 17 Gennaio 2022
Cronaca

Presunta evasione fiscale, il pm chiede tre anni di carcere per Cateno De Luca

In serata la sentenza sul processo in primo grado Caf-Fenapi. A giudizio il primo cittadino in un giorno cruciale anche per il suo futuro politico: "E' qualcosa che non auguro a nessuno"

Chi ha avuto modo di sentirlo in queste ore riferisce di un De Luca provato soprattutto psicologicamente, ma sereno. Oggi si chiude per il sindaco di Messina un processo importante, a quattro anni dal secondo arresto: la presunta maxi evasione fiscale da un milione e 750 mila euro scoperta dalla guardia di finanza dopo un'indagine sul patronato Fenapi, in cui secondo l’accusa è coinvolto tra gli altri imputati anche il sindaco Cateno De Luca.

Il giudice monocratico Simona Monforte dovrà decidere su una serie di accuse che ruotano intorno il reato di evasione fiscale, le fatture per le forniture con una galassia di società che secondo la Procura erano comunque riconducibili a De Luca, e l’attività effettiva dei patronati.
De Luca, assistito dagli avvocato Carlo Taormina, Giovanni Mannuccia e Massimo Brigandì, entrerà in Tibunale verso l’una e ha spiegato che uscirà da lì solo dopo aver sentito la sentenza che però potrebbe anche non arrivare in serata.

Il pubblico ministero Massara ha chiesto una condanna a  tre anni per De Luca, due per Giuseppe Ciatto e l’assoluzione per tutti gli altri imputati, nonché la prescrizione per alcuni reati.

Come vive una persona in attesa di giudizio lo ha spiegato stamani in una delle sue dirette facebook commentando la vigilia di un giorno importante per il suo futuro personale e politico.

“E qualcosa che non auguro a nessuno – ha detto soffermandosi più in generale sul tema della giustizia -  anche perché sei indeciso su come vivere queste fasi. Ho visto gente rimasta talmente traumatizzata da un procedimento penale che non è riuscita più ad uscire da casa e dopo anni è stato assolto, ho visto altri con la famiglia distrutta perché salta tutto, equilibrio, serenità. Conosco gente che si è ritirata dalla politica per anni in attesa del verdetto e altri che hanno che hanno tentato di proseguire come nulla fosse ma non sono riusciti a sostenere l’onda dell’infamia. Siamo pochi- ha detto - quelli che hanno continuato a vivere normalmente, tra virgolette. Normalmente che significa? Che la certezza della tua onestà ti ha portato a vincere il pregiudizio, i colpi di lama taglienti che hai subito non solo dal tuo avversario politico ma dalla gente che ti giudica comunque un delinquente. Non è presunzione, è la certezza di quello che tu hai vissuto e sai di non avere a che fare con quello che ti viene ascritto. Ma i tempi della giustizia sono lunghi – ha spiegato -  questa è la cosa che diventa incompatibile con un uomo, se tu hai sbagliato venga accertato subito e paghi perché non c’è peggior pena dell’attesa”.

Oggi dunque l’attesa sentenza di primo grado.

“Noi il nostro dovere lo abbiamo fatto – ha concluso - che è quello di collaborare con gli avvocati perché la verità che non riesci a mettere in evidenza in un’aula di tribunale ti porta a subire la condanna. Tante condanne sono frutto di errata attività processuale perché non basta essere innocente ma occorre anche saperlo metterlo in evidenza e dimostrarlo con tutti gli elementi di prova”.

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