Patti&affari, assoluzione anche in appello per il sindaco Aquino

Dichiarato inammissibile l'appello del pm. Confermata la sentenza di primo grado anche per gli altri imputati. Ritoccate con sconti di pena sette condanne

Mario Aquino

Assoluzione anche in appello per il sindaco di Patti Mario Aquino al processo “Patti&Affari”, dato dall’inchiesta del 2015 della squadra mobile di Messina sulle lobby dei servizi sociali che portò all'arresto di 7 persone e all'emissione di 39 avvisi di garanzia per reati contro la pubblica amministrazione.

L’appello del procuratore di Patti Angelo Cavallo è stato dichiarato inammissibile anche per gli altri imputati e i giudici di secondo grado hanno confermato il verdetto del giugno 2019, ritoccando solo sette condanne.

Processo Patti&Affari, assolto Aquino e gli ex assessori

Tre anni dunque per Salvatore Colonna (6 anni e 4 mesi in primo grado), assolto Michele Cappadonna e Giuseppe Catalfamo.

Sconto di pena ad un anno e sei mesi a Tindaro Giuttari e Luciana Panassidi. Stralciata invece la posizione di Maria Tumeo per la quale è stata riaperta l’istruttoria: saranno sentiti alcuni testimoni. Confermate le condanne ad un anno per Giuseppe Giarrizzo e Carmelo Ranieri.

L’accusa, per il sindaco Aquino aveva chiesto la condanna 6 anni di reclusione.

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La revisione della sentenza era stata chiesta per Giuseppe Mauro Aquino, sindaco di Patti; Antonino Lena, ex vice sindaco; Francesco Gullo, ex vice sindaco nell’amministratore Venuto; Nicola Molica, ex assessore ai Servizi Sociali ed oggi presidente del Consiglio; Renato Cilona, ex primo cittadino di Librizzi; Tindaro e Nicola Giuttari, padre e figlio, rispettivamente imprenditore del settore delle cooperative sociali ed ex consigliere comunale; Salvatore Colonna, impiegato comunale condannato in primo grado a 6 anni e 4 mesi per alcuni capi d’imputazione; Luciana Panissidi, funzionaria del Comune di Patti; Cappadona Michele, imprenditore nel settore delle cooperative sociali; Di Dio Calderone Gaetano; Caleca Antonino e Tumeo Maria, tutti assolti con la formula «perché il fatto non sussiste».

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