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Cronaca

Accusato di due rapine confessa: "L'ho fatto per pagare le medicine a mia madre"

Il ventenne difeso dall'avvocato Caroè sarà ascoltato oggi accusato dei due colpi messi a segno nell'agosto scorso

“Apri la cassa che t’accido”. L’espressione napoletana e poi un’altra frase con invece il marcato accento messinese aveva fatto credere a una delle vittime che il rapinatore stesse simulando per nascondere le sue vere origini. 

Invece era proprio di San Giorgio a Cremano il giovane che si trova ora ai domiciliari con braccialetto elettronico e l’accusa di essere l’autore di due rapine effettuate in città ad agosto, in particolare al bar Nice di piazza Vittoria e da Bernava, sulla Statale 114,  a Pistunina. Identiche le modalità con cui ha agito, compreso l’uso della pistola rivelatasi poi a salve. Il ragazzo si introduceva nel locale, travisato da passamontagna o calzamaglia ed esibendo la pistola minacciava i dipendenti chiedendo loro di consegnare non solo il contenuto della cassa ma anche gli effetti personali.

Con gli inquirenti ha già ammesso le proprie responsabilità confessando di aver agito in un momento di debolezza, spinto dalla disperazione per le difficoltà economiche. “I soldi mi servono per acquistare anche medicine per mia madre sofferente di cuore che da diversi anni è vedova e vive insieme ai miei fratelli”.

Lui invece viveva da circa due anni a Messina, con la fidanzata e i genitori di lei. Ed è dalla casa della fidanzata che esce sotto il sole di agosto per compiere la prima rapina. Prende l’autobus per arrivarci. Poi una pistola a salve, qualcosa da mettere in testa e per coprire il braccio dove ha tatuato il nome del papà che ha perso quando era piccolo.

Troppo magro il bottino al bar Nice quel giorno e con la stessa tecnica decide di mettere a segno un altro colpo, stavolta da Bernava, il giorno dopo. Per disfarsi dell’arma va al mare, si butta in acqua e lascia la pistola tra le onde, diversi metri lontano dalla spiaggia. Poi, direttamente alla stazione dove acquista un biglietto per tornare a Napoli, dalla mamma.

La confessione arriva quando gli inquirenti hanno già chiuso il cerchio. A dare una svolta significativa, le telecamere di videosorveglianza dei negozi e della zona. Ma anche l’analisi dei tabulati del traffico telefonico che ha consentito di isolare l’utenza telefonica del giovane che risultava agganciata alle zone interessate alle rapine in orari perfettamente compatibili nonché verifiche nel profilo facebook per estrapolare l’immagine del viso e compararla con quella che risultava dalle telecamere. Anche l’uso di una fascia nera al braccio, dove aveva tatuato il nome del papà morto, è stato per gli inquirenti un ulteriore elemento di conferma: voleva evitare di mostrare elementi che lo avrebbero reso riconoscibile.

Il 21enne napoletano è stato dunque raggiunto da una ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Eugenio Fiorentino. Oggi sarà sentito, assistito dall’avvocato Giovanni Caroè, per l’interrogatorio di garanzia che si svolgerà in videoconferenza.

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