Cronaca

Il mare oltre le barriere, dalle macerie del teatro in Fiera la speranza di riqualificare il waterfront

La demolizione passo importante verso la valorizzazione di una bellissima area della nostra città. Le speranze di porre rimedio allo sfregio sul lungomare negato in nome della più becera e palazzinara edilizia

E’ stato doloroso per molti vedere buttar giù dalle ruspe il teatro in Fiera. Un simbolo della città ma anche della voglia di riscatto che si spera possa ora rinascere mettendo l’arte e gli artisti al primo posto e con la volontà di costruire un rapporto con la città che in questi anni è mancato.

Certo è che l’affaccio a mare recuperato in quel tratto è diventato spunto per riflettere sulla riqualificazione del waterfront marittimo, su una città a cui è stata negata la sua vera natura. 

“L’avvio della demolizione dell’ex Teatro Fiera di Messina - scrivono oggi i PortaVoce messinesi del MoVimento 5 Stelle Francesco D'Uva e Barbara Floridia - è un passo importante, sebbene nostalgico, verso il recupero e la valorizzazione di una bellissima area della nostra città. Siamo soddisfatti del lavoro che l’AdSP dello Stretto, guidata dal presidente Mega, sta portando avanti nell’ambito della riqualificazione del waterfront portuale con l’obiettivo primario di restituirlo alla cittadinanza”.

Ecco perché in un commento di Giuseppe Ruggeri.

E uscimmo a rivedere il mare

E uscimmo a rivedere il mare. Quando il casermone grigio dalle finestre esagonali di dubbio gusto post-moderno lo copriva, potevi solo indovinarne la distesa azzurrina o color del vino, secondo i venti. I più poetici riuscivano magari a vederlo sul serio, sulla scia dei versi dei miti della classicità, e così facendo si abbandonavano al sogno di una città adagiata sulle onde. Bellissima, com’era stata nei secoli prima che sismi naturali e antropici la dissestassero rivoltandola dal profondo e annullandone così la storia, le tradizioni e le origini.

E uscimmo a rivederlo quel mare agognato, sperato, vissuto all’ombra di una nostalgia sempre più struggente, via via che gli anni passavano e l’albero della vita metteva foglie sui suoi rami più alti. Mare di stenti e bagliori, di fatiche e trionfi, mare simbolo incarnato della “civitas locupletissima” che si affacciò al mondo per opera dei coloni che s’insediarono sulla Falce ancor prima della fondazione di Roma. Generazioni e generazioni trascorse sul filo di una memoria collettiva che sbiadiva sempre più, man mano che i fumi della contemporaneità offuscavano lo specchio che rifletteva l’ombreggiato viale Principe Amedeo popolato di fontane e piante secolari per oltre un chilometro. Un lungomare negato per decenni in nome della più becera e palazzinara edilizia che ha sovrapposto alla bellezza lo sfregio di fiumi e fiumi di cemento colati senza pietà sulla piattaforma naturale più bella della città.

Rivedendolo, dopo tanti anni in cui l’avevamo solo immaginato, fa uno strano effetto. Affiora da cumuli di macerie ancora da stoccare, si fa strada a fatica tra sterro e pietre aguzze che cercano ancora di nasconderlo alla vista, s’impone dietro i brandelli del muraglione ormai spianato e, così facendo, sembra sorridere rassicurante, sembra dire che, dal suo luogo d’origine, non si è mai allontanato. Che è sempre stato oltre la barriera, non si è mai fatto intimorire dall’oscura violenza dell’uomo che, evidentemente, non ce la faceva proprio più a specchiarsi, in quel mare.

Forse perché, nel suo ombelico profondo, vedeva riflessa tutta la sua umana fragilità.   

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