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Cronaca

Messinesi impietriti davanti ai rottami di quella Croma che raccontano la mafia meglio di chiunque altro

Davanti al teatro Vittorio Emanuele è chiusa, in una teca di plexiglass, l'automobile dell'eccidio di Capaci. Un pezzo di ferraglia ad alto potenziale simbolico. Che andrebbe piantato nel cuore della città

L'indicatore dei chilometri è rimasto fermo a quota 100mila. Una fotografia di quell'ultimo viaggio impressa nel cruscotto, tra le poche parti ancora riconoscibili della Fiat Croma saltata in aria per prima nella strage di Capaci. La storia è nota, almeno nei suoi tratti più superficiali, ma nessuno può rimanere impassibile davanti a quell'ammasso di rottami ridimensionati in una improbabile forma quadrata e inseriti in una teca di vetro, come si usa per i santi. Ma del resto non è azzardato pensare che la "Quarto Savona 15" (così il suo nome nel gergo poliziesco) sia a tutti gli effetti una reliquia da conservare e mostrare il più possibile al pubblico. Dentro non c'è nulla se non appunto rottami, ma fino alle 17.58 di quel 23 maggio 1992 su quei sedili, adesso accartocciati, viaggiavano Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, i tre agenti di scorta che hanno preceduto il giudice Giovanni Falcone in un destino già scritto e consumatosi sull'asfalto di un'autostrada.

La Croma da ieri è davanti all'ingresso del teatro. Recita in silenzio un monologo lungo trent'anni e riesce a spiegare meglio di chiunque, cosa è stata e cosa è ancora la mafia. Sono tanti i messinesi che lo hanno ascoltato, senza applaudire come di solito si usa fare quando si varca la soglia del "Vittorio Emanuele" e ci si accomoda in platea o in galleria. Altri lo ascolteranno ancora nei prossimi giorni. C'è tempo fino al 15 gennaio per avvicinarsi a quella teca che di sera, quando dei faretti la illuminano a mo' di vetrina, fa ancora più impressione. 

Così la Direzione Investigativa Antimafia ha scelto di celebrare i suoi trent'anni. Con l'immagine più forte che possa esserci, prima in una sequenza di foto e didascalie che arricchiscono la mostra allestita all'interno del teatro. Nel mentre si parla, si analizza e ci si confronta sulla capacità della mafia di cambiare e adattarsi, sulla scelta dei boss di riporre la lupara nel cassetto e indossare giacca e cravatta per somigliare sempre più a quei "colletti bianchi" che da decenni sono il punto di confine tra il lecito e l'illecito. Là fuori il motore turbo della Croma non emette alcun rombo, ma quel silenzio continua a parlare, mentre tutto il resto è contorno.

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