Tesoro all'estero di Genovese, non c'è il riciclaggio

Il Gup cancella il reato, restano le violazioni fiscali per l'ex deputato e il suo entourage. Solo il notaio Paderni ha scelto il rito abbreviato. Storia di una inchiesta parallela ai Corsi d'Oro, partita da Milano

Francantonio genovese

"Non luogo a procedere" perché "il fatto non sussiste". Si cancella così con un colpo di spugna il reato di riciclaggio sul tesoro all’estero poi fatto rientrare in Italia dall’ex deputato Francantonio Genovese. Il gup Monica Marino ha confermato nell’udienza preliminare solo le violazioni fiscali per l’indagine avviata dalla Guardia di Finanza nel 2014. Una indagine che aveva portato al sequestro di cento milioni di euro e altri dieci indagati: oltre il deputato ed ex sindaco di Messina anche la moglie Chiara Schirò, il figlio Luigi, la sorella Rosalia, i cognati Franco Rinaldi ed Elena Schirò, il notaio Paderni, l’unico che ha scelto il rito abbreviato, e i nipoti Daniele Rizzo e Marco Lampuri oltre la società L&A Group Srl.

Per i reati legati alla violazione fiscali c'è il rinvio a giudizio per  Francantonio Genovese, Luigi Genovese, Rosalia Genovese, Marco Lampuri, Franco Rinaldi, Chiara Schirò, Elena Schirò, Daniele Rizzo. Il processo inzierà il 20 marzo davanti al giudice monocratico della seconda sezione penale.

Per il notaio Paderni, l’unico a scegliere il giudizio abbreviato, la Procura - i pm Fabrizio Monaco e Antonio Carchietti - ha chiesto la condanna a due anni e mezzo di reclusione. Il giudice ha rinviato per la decisione al 20 settembre.

Una indagine, quella per evasione fiscale e riciclaggio, che si è innestata su quella mirata alla gestione dei corsi professionali, una serie di corsi già accreditati e finanziati acquisite da imprese riconducibili a Genovese, nel momento in cui l’assessorato alla formazione professionale era guidato dal defunto professore Mario Centorrino.

Ma da cosa nasce la scoperta del “tesoretto” da sedici milioni di euro scoperto dalla Procura di Milano nei conti della filiale italiana del Credit Suisse? Da una segnalazione alla Guardia di Finanza del direttore generale dell’Agenzia delle Entrate Aldo Polito. Un elenco con 351 nomi che avrebbero movimentato nel corso del 2005 ingenti somme di denaro all’estero, procurando una evasione fiscale di quasi un miliardo di euro. Tra questi, personaggi come l’ex “prestanome” di Bettino Craxi, l’architetto milanese Silvano Larini, finanzieri come il messinese Salvatore Mancuso, titolare di un conto da un milione e mezzo di euro, e immobiliaristi come Luigi Zunino, l’imprenditore della società Risanamento, che si è visto portare via dalle banche metà del patrimonio. Il meccanismo? Alcuni clienti con i conti a più zeri, venivano contattati dai manager della banca elvetica e invitati ad aderire alla formula “Life e Pension International”, una polizza assicurativa, che poi prendeva la via prima del Liechestein e poi quella delle Bermuda, dove la consociata aveva sede. Le polizze assicurative non erano ancora sequestrabili.

Questo tipo di triangolazione permetteva di evadere l’eurotassa e poi di fare rientrare i soldi in paesi a fiscalità vantaggiosa.


L’inserimento di questi nella “black- list” e la caduta del segreto bancario, dopo l’esplosione dello scandalo Falciani, hanno poi fatto il resto.

Il troncone principale dell’inchiesta era a Milano, ma parte del faldone che riguarda l’ex sindaco di Messina Francantonio Genovese, finisce nelle mani dei magistrati messinesi mentre è agli arresti per i Corsi d’oro.

In quei giorni aveva destato perplessità una precisazione dell’avvocato Nino Favazzo, inviata alla stampa: “Da quanto mi risulta le somme oggetto dell’indagine sono relative al 1970, quando Genovese era poco più che bambino”.

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