Sabato, 13 Luglio 2024
Cronaca

"Illegittima la proroga delle concessioni balneari in Sicilia", la sentenza della Corte Costituzionale

Secondo i giudici, il legislatore regionale "ha violato la direttiva Bolkestein e l'articolo 117 della Costituzione", rafforzando "la barriera in entrata per nuovi operatori economici". Accolto il ricorso del governo nazionale. Miceli (Cna): "Effetti solo su pochi imprenditori"

"La proroga delle concessioni balneari nella Regione Siciliana è illegittima per violazione della direttiva Bolkestein". Lo ha deciso la Corte costituzionale, con una sentenza depositata oggi, che ha dichiarato "l'illegittimità delle norme previste dall'articolo 36 della legge di stabilità regionale del 2023", che aveva dato disco verde alla "proroga al 30 aprile 2023 del termine per la presentazione delle domande di rinnovo delle concessioni demaniali marittime a scopo turistico-ricreativo", nonché la proroga "alla stessa data del termine per la conferma, in forma telematica, dell'interesse alla utilizzazione del demanio marittimo".

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Secondo le associazioni che rappresentano le imprese del settore, però, la sentenza della Corte Costituzionale "ha un portata relativa" su gli oltre 3 mila concessionari siciliani perché - spiega Gianpaolo Miceli, coordinatore regionale Cna Balneatori - riguarda "solo quei pochi imprenditori che hanno fatto istanza di estensione della concessione dopo il 31 dicembre 2022". Il provvedimento dei giudici costituzionali, infatti, si riferisce alla legge di stabilità regionale del 2023, "con la quale l'Ars ha reiterato lo spostamento in avanti dei termini per le richieste di proroga da presentare sulla piattaforma telematica predisposta dalla Regione". I gestori degli stabilimenti balneari, per diradare le incertezze sul futuro, chiedono al governo nazionale "un'indicazione chiara sulla norma di riordino del settore". "Una norma - prosegue Miceli - che va condivisa con Bruxelles, che possa risolvere il corto circuito istituzionale generato dalle pronunce infinite sul demanio marittimo".  

A promuovere il ricorso alla Consulta era stato proprio il governo nazionale, che rimproverava al legislatore siciliano di aver ecceduto dalle competenze a esso riservate dagli articoli 14 e 17 dello Statuto speciale e di aver violato l'articolo 117, primo comma, della Costituzione, che vincola anche le Regioni autonome all'osservanza degli obblighi derivanti dall'Unione europea assunti dall'Italia.

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In particolare, nel ricorso si lamentava la violazione delle previsioni dell'articolo 12 della direttiva Bolkestein, nota anche come "direttiva servizi", che impone agli Stati membri dell'Ue, con efficacia diretta, di mettere a gara le concessioni demaniali in scadenza, vietando il ricorso alle proroghe automatiche "ex lege". Il differimento al 30 aprile 2023 del termine di cui si tratta, secondo il governo, "corrobora la proroga delle concessioni demaniali marittime fino al 31 dicembre 2033", pur avendo la legge statale 118 del 2022 abrogato, per incompatibilità con l'ordinamento dell'Unione Europea, due commi (il 682 e 683) dell'articolo 1 della legge 145 del 2018 (la Finanziaria per il 2019), che prolungavano la proroga fino a quella data, e nonostante le sentenze dell'adunanza plenaria del Consiglio di Stato del 2021, nonché quella della Corte di giustizia dell'Unione Europea del marzo 2023, che ha ribadito la contrarietà al diritto Ue dei rinnovi automatici delle concessioni aventi a oggetto l'occupazione del demanio marittimo italiano.

La Corte, nella motivazione della sentenza, ha sottolineato che "le norme siciliane impugnate perpetuano, limitatamente al territorio della Regione Siciliana, il sistema delle proroghe automatiche delle concessioni, più volte giudicato illegittimo dalla Corte di giustizia dell'Ue e oggetto di disapplicazione da parte della giurisprudenza amministrativa". In tal modo, hanno precisato i giudici costituzionali, le norme in questione si pongono "in contrasto" con l'articolo 12 della direttiva Bolkestein, e quindi con l'articolo 117, primo comma, della Costituzione.

Nel sottolineare poi che "il differimento dei termini previsto nelle norme impugnate dal governo non si riferisce alla vera e propria proroga delle concessioni demaniali fino al 2033, che trova origine nella legge regionale 24/2019, ma "solo alla presentazione delle domande di proroga", la Corte ha rilevato, in linea con le censure contenute nel ricorso del governo, che la rinnovazione anche della possibilità di presentazione delle domande "finisce con l'incidere sul regime di durata dei rapporti in corso, perpetuandone il mantenimento e quindi rafforza, in contrasto con i principi del diritto Ue sulla concorrenza, la barriera in entrata per nuovi operatori economici potenzialmente interessati alla utilizzazione, a fini imprenditoriali, delle aree del demanio marittimo".

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