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Cronaca

Cambia nome in Tribunale e diventa "lei": "Così ho ritrovato me stessa"

Una sentenza che in tre mesi pone fine ai tanti ostacoli di chi si presenta come donna con generalità da uomo e viceversa. Ora racconta la sua battaglia: "Una sentenza nel rispetto della dignità umana"

Una sentenza che fa la storia della giurisprudenza per la rapidità con cui il collegio della prima sezione civile del Tribunale di Messina, composto dalla presidente Caterina Mangano, dall'estensore Corrado Bonazinga e dal giudice Viviana Cusolito, in soli tre mesi ha autorizzato la modifica dei dati anagrafici di una ragazza.  È il caso della battaglia condotta da una giovane studentessa universitaria che, difesa dall'avvocato Silvia Maio, ha ottenuto ufficialmente il riconoscimento del cambiamento della sua identità dal maschile al femminile.

 "Ho vissuto l'ingresso al tribunale con pressione perché sapevo di trovarmi davanti a persone che avrebbero deciso del mio futuro", racconta a MessinaToday la giovane. "Ma per la prima volta in aula i giudici hanno tenuto conto della sofferenza che le persone provano quando restano imprigionate dalle lungaggini burocratiche ed è questo che rende questa sentenza e questo processo innovativi e davvero rispettosi della dignità umana", spiega ancora. 

"Dal semplice posto di blocco, all'acquisto dei biglietti aerei, tutto diventa complicato per chi ufficialmente è registrato secondo un genere, ma è nella realtà un altro", prosegue ancora. A supportare la richiesta anche una documentazione medica e psicologica che hanno dimostrato la fondatezza della richiesta del cambiamento di identità di genere quale autentico bisogno della giovane. 

"Non importa che ci sia stato o no un intervento chirurgico perché quello afferisce l'intimità di una persona ed è una scelta soggettiva - prosegue la ragazza - Ci sono persone, ad esempio, che cambiano genere ma non vogliono sottoporsi alla chirurgia e persone che invece vanno fino in fondo come farò io, ma la sfera pubblica passa per documenti ufficiali senza i quali la quotidianità è vissuta dietro sofferenze incredibili". 

A pendere sui casi analoghi è la legge del 1982 ormai datata e troppo generica perché non tiene conto del cambiamento dei costumi della società, lasciando all'arbitrio dei tribunali l'interpretazione e la sua applicazione durante i processi che, in molti casi, richiedono anche anni prima di arrivare alla fine.

"L'Italia sta facendo molti passi avanti ma li sta facendo lentamente e l'anno in cui questa legge è stata scritta lo dimostra - spiega ancora - Il mondo si è radicalmente stravolto e probabilmente questa normativa rispecchia una mentalità antecedente a quella attuale, tuttavia è giusto che il cambiamento venga sancito dall'istituzione del tribunale per dimostrarne la solidità ma serve necessariamente una abbreviazione dei tempi". 

La ragazza frequenta l'Università e all'interno dell'ateneo usufruisce del "programma alias". "Mi sono iscritta tramite documenti al maschile ma nell'ambiente accademico sono ufficialmente riconsociuta come donna e questa per me è una grandissima possibilità perché elimina il disagio di dover spiegare chi sono soprattutto con i docenti", sottolinea. 

"Non cambiamo per capriccio ma per bisogno, e di casi analoghi di persone tormentate ce ne sono tanti, ma i tempi devono cambiare", conclude. 

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