Martedì, 18 Maggio 2021
Cronaca Gazzi / Viale Gazzi

"Io in prima linea nel reparto di malattie infettive, vi racconto l'inferno del coronavirus", la storia di Nicoletta

La testimonianza della giovane infermiera in servizio nel centro covid al padiglione B del Policlinico. "La gente fuori non capisce quanto sia difficile vedere persone di 40 anni lottare fra la vita e la morte"

Il motore che riesce a far sostenere il carico di lavoro ed emotivo del coronavirus è prendersi cura dell'altro, utilizzando al massimo le proprie possibilità per scongiurare, in ogni modo, il rischio della morte. Ad assumersi questa responsabilità ogni giorno nei reparti di malattie infettive sono gli eroi in tuta bianca anti-covid, mascherina e visiera.

Fra la paura e la speranza, racconta la trincea degli infermieri dei reparti di malattie infettive Nicoletta Spuria. Poco più che trentenne ha cominciato a prestare servizio al centro covid del padiglione B del Policlinico di Messina, diretto dal primario Giuseppe Nunnari, nel pieno della seconda ondata, quella che più di tutte ha sconvolto la città di Messina per il numero di contagi e di decessi giornalieri. 

"La realtà del coronavirus è un inferno e non si riesce a capire in tutta la sua problematicità se non dentro un reparto", racconta l'infermiera. "Ci sono anziani è vero, ma anche tante persone di 40 anni che stanno male, non respirano bene e stanno con il casco sotto ossigeno ad alti flussi". Nicoletta lavorava in una Rsa e ha deciso di partecipare al reclutamento per il nuovo personale da inserire nei reparti covid dei presidi ospedalieri. 

"La mia era una realtà completamente diversa. Ma ho deciso comunque di fare un cambiamento professionale nonostante il rischio altissimo di contrarre il covid" - spiega. "Non mi sono mai pentita della mia scelta perché la voglia di combattere questa malattia è più forte della paura che si prova tornando a casa, con il terrore di contagiare anche la mia famiglia". Una vera e propria vocazione, senza la quale sarebbe impossibile svolgere, soprattutto in piena pandemia, questo lavoro. 

Procedure rigide, quelle a cui il personale degli ospedali è sottoposto per ridurre al minimo il rischio di contagio. "Da quando entri nello spogliatoio a quando esci per tornare a casa devi prestare la massima attenzione - continua - E non è nemmeno facile prenderti cura dei pazienti perché oltre a dover stare con la tuta tutto il tempo devi anche ridurre al minimo il contatto con loro ed è questo il problema maggiore, perché non puoi nemmeno stare nelle stanze oltre il tempo necessaro, quindi ogni rapporto umano è ridotto a zero". 

Solitudine, paura, un quadro clinico che può cambiare da un momento all'altro. La routine nei reparti covid non segue mai un andamento stabile perché tutto può cambiare da un momento all'altro. "Spesso vorresti riuscire a dare una parola di conforto in più ai pazienti, regalare un sorriso o un piccolo gesto perché sono persone che stanno sole per settimane e oltre alla malattia, per loro, subentra anche il malessere psicologico che nasce dal non vedere i propri cari e, per chi non sa usare la tecnologia, non c'è nemmeno la possibilità di vederli in videochiamata" - dice Nicoletta. 

A essere decisiva è la collaborazione fra tutte le forze dei reparti, quindi la task fforce di medici, infermieri e anche degli operatori sanitari. "I veri e propri eroi sono gli operatori socio sanitari - precisa Nicoletta - Perché sono ancora più a contatto di noi con i pazienti e se ne prendono cura con gesti che, per esempio per gli anziani, li rassicurano. In questi casi anche esser cambiati, lavati, è una forma di conforto fondamentale e grazie a loro, che sono davvero in prima linea e rischiano ancor di più di esser contagiati, i pazienti sentono un briciolo di normalità". 

Ma il fantasma della morte è quello che aleggia fra i 30 pazienti con cui si confronta giorno per giorno Nicoletta. "Quando perdi qualcuno torni a casa sconvolto pensando a chi poteva ancora vivere serenamente ma è stato stroncato dal covid. Provi rabbia, impotenza, pensi che non c'è niente più da fare ma non puoi lasciarti andare all'ansia o alla frustrazione perché il giorno dopo si ricomincia e devi essere più forte di prima" - conclude. 

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