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Cronaca

Violenza fisica e psicologica, l'allarme del Cedav: "Centinaia di telefonate l'anno da donne sempre più giovani"

La testimonianza della presidente del Centro Donne Antiviolenza, Maria Gianquinto, quotidianamente impegnata nella tutela delle vittime di maltrattamenti e nel loro reinserimento dopo il trauma. "Ancora forte la vittimizzazione secondaria operata da stampa e tribunali", ha detto

Maggiore consapevolezza da parte delle donne sulla necessità di denunciare i maltrattamenti, ma considerevole abbassamento dell'età delle vittime di violenza, fisica e psicologica. A lanciare l'allarme sulle richieste di aiuto che ogni giorno vengono gestite a Messina è la presidente del Cedav Maria Gianquinto che insieme a MessinaToday ha tracciato un bilancio dell'attività sul territorio.

"Nell'ultimo anno è in crescita il dato relativo all'abbassamento dell'età delle donne che si rivolgono al nostro centro denunciando prevalentemente atti persecutori e stalking", ha dichiarato. "Le richieste delle donne di età più adulta, invece, sono sempre più focalizzate sul bisogno di trovare strumenti di indipendenza economica o di autonomia abitativa che consentano loro di andare via di casa", aggiunge. 

Donne in età compresa fra 20 e 50 anni che, con una media di 200 telefonate con richieste d'aiuto ricevute dal centro, o tramite segnalazioni al 1522 o tramite denuncia alle forze dell'ordine, sono tutte accomunate dall'esigenza di ricevere sostegno e una via d'uscita da situazioni di violenza, più o meno gravi. "La gestione del caso di violenza avviene dalla fase della richiesta d'aiuto fino a quella successiva all'emergenza - spiega ancora l'avvocata Gianquinto - Il percorso di sostegno comincia dopo la segnalazione tramite supporto psicologico, sociale e, se necessario, anche legale". 

Se la donna, però, deve essere allontanata, allora insieme al Comune il Cedav individua una casa rifugio segreta dove indirizzarla. "In parallelo si passa alla fase di recupero dell'autodeterminazione e dell'indipendenza della vittima - prosegue la presidente del Cedav - Durante questa fase le donne possono usufruire, durante un periodo che va dai 6 ai 12 mesi, anche dell'accoglienza in case di semiautonomia dove vengono reintegrate alla vita sociale e aiutate a inserirsi nel mondo del lavoro". 

A richiedere grande attenzione è la rielaborazione della violenza subita nonché la ricostituzione della fiducia verso gli altri da parte della vittima. "Bisogna comprendere che il maltrattamento ha diverse sfaccettature di cui il femminicidio rappresenta il gesto estremo - sottolinea Gianquinto - Il maltrattamento in famiglia, lo stalking, lo spregio con l'acido sono tutte forme di violenza che non hanno distinzione sociale ma che possono interessare tutti in maniera trasversale". Ne sono una dimostrazione i casi più eclatanti che si sono verificati a Messina. Dall'omicidio di Omayama, a quello di Alessandra Musarra fino a Lorena Quaranta. 

"Negli anni passati erano molte le donne che si rivolgevano a noi perché ormai stanche dai matrimoni lunghi in cui erano vittime di maltrattamenti fisici e psicologici - spiega ancora l'avvocata - Ora sono le donne giovani a chiedere aiuto e questo dimostra il fallimento di una generazione non educata al rispetto del partner". Una educazione che passa dal supporto di una rete di attori che devono a loro volta avere competenze e formarsi in linea con i requisiti per poter trattare la violenza di genere. 

"Anche il modo di raccontare la violenza da parte della stampa fa la differenza - sottolinea Gianquinto - Spesso le donne attraversano una vittimizzazione secondaria dove, oltre alla violenza subita, devono, ad esempio durante un processo, giustificare la vita passata o mediaticamente subiscono una ricerca di dettagli della propria vita non legati con il fatto di violenza". Ed è proprio la cultura maschilista, ancora estreamamente persistente in Italia, che le è anche costato condanne da parte della Corte Europea. 

"Non bisogna abbassare mai la guardia - conclude Maria Gianquinto - Io credo, per esempio, che le scuse dei genitori di Filippo Turetta al padre di Giulia Cecchettin rappresentino un primo passo di civiltà e questa è una giusta ottica con la quale cominciare a elaborare una visione alternativa alla narrazione della violenza che non passi per la giustificazione di essa o per la sua minimizzazione". 

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