Mercoledì, 28 Luglio 2021
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“Io me lo ricordo, che cos’era Centonove”, storia di un giornale coraggioso rimasto nel cuore di chi l'ha visto nascere

Le durissime lotte per la sopravvivenza della testata attraverso le pagine del libro “Bancarotta” di Enzo Basso recensite da chi ha fatto parte di quella banda di giovani giornalisti che lì ha mosso i primi passi. Un ricordo appassionato e l'amarezza di aver visto cancellare “la storia scritta”

Io me lo ricordo, che cos’era Centonove, me lo ricordo bene. E ricordo altrettanto bene chi erano le persone che lo avevano pensato, ci avevano creduto, lo avevano concepito e fatto nascere e crescere. Sono più o meno ventotto anni fa, ma fa più impressione se si dice che è passato più di un quarto di secolo. Mi ricordo di Enzo Basso e del suo entusiasmo, come della sua capacità di vedere dove quasi nessuno arrivava; di Graziella Lombardo, di Luciano Barbagallo, del disegnatore Guglielmo Bambino e di tutta quella banda di giovani cronisti – tutti più giovani di me – che poi si sono fatti strada in quel mondo duro e difficile. Ricordo quale attesa avesse provocato, la nascita di una voce alternativa a quella che in città deteneva il monopolio dell’informazione: tanto che in fretta nacquero altre testate, altri settimanali e perfino un quotidiano, ma si capiva subito che avevano il fiato corto, con buona pace di alcuni giornalisti che in quelle operazioni, secondo me, ci avevano messo tutto il loro impegno e la loro buona fede.

Cos’era Centonove me lo ricordo bene perché ci fui dentro fin dall’inizio: ricordo anzi con gratitudine che proprio Enzo Basso - appassionato di archeologia, che aveva realizzato il servizio su Morgantina per Repubblica - fu quello che mi permise di giocare a fare il giornalista. Giocare, sì, perché stringi stringi era questo: con un pugno di letteratini come me, io riempivo un po’ di pagine culturali. Libri, fattacci di storia locale, rievocazioni, scoperte archeologiche. Il lavoro sporco lo facevano altri; altri scoperchiavano pentole che sobbollivano sottovoce, praticamente in silenzio, e così Centonove cominciava a dare fastidio a chi, fino a quel momento, aveva potuto fare indisturbato i propri sporchi lavori. Centonove l’ho visto nascere nelle stanzette di viale Principe Umberto, e diventare grandicello a via del Bufalo: e l’ho visto all’opera all’epoca dell’omicidio di Matteo Bottari e della scoperta del “verminaio Messina”. Messina, la città babba. E poi la guerra mossa da Angelo Giorgianni, e infine, ciliegina sulla torta, il caso di Antonello Montante, l’ex presidente di Confindustria siciliana condannato a quattordici anni di carcere per aver creato un sistema illecito finalizzato alla costruzione di dossier da utilizzare a fini di ricatto. Talvolta mi capitava di partecipare alle riunioni di redazione, alla domenica mattina, e pianificare i numeri successivi tra un caffè, un viennese e tante Marlboro. Poi il lavoro mi ha portato lontano da Messina, e smisi la frequentazione del giornale, con cui continuai a collaborare saltuariamente, ma sempre con grandissimo piacere.

bancarotta-3Queste e mille altre cose racconta Enzo Basso nel suo libro di recente uscita, Bancarotta, edizioni Ide. Il libro alla seconda ristampa e ora anche nelle librerie, racconta la storia di un giornale che è risultato scomodo fin dalle sue prime uscite, e che per questa sua scomodità si è attirati gli strali dei poteri che era andato a “sconcicare”. È stata una guerra continua: a volte una guerra sorda, silente; altre volte con deflagrazioni che facevano paura. Soprattutto quando ci fu il grande salto, la trasformazione da giornale di provincia a testata regionale: le lotte vane per accedere a finanziamenti sempre negati e sempre accaparrati da altre testate come il “giornale color salmone” che, pur non vedendo mai l’edicola, veniva stampato in un numero incredibile di copie che lo faceva rientrare tra i meritevoli di sovvenzioni. Quello stesso giornale che, se non ricordo male, parlando proprio di Centonove aveva fatto ricorso alla metafora delle pulci che avevano la tosse.

Enzo Basso racconta le durissime lotte per la sopravvivenza del giornale, ma anche delle altre società create per diversificare le attività, ché non è cosa facile tenere in piedi un giornale senza finanziamenti e con paurosi ritardi nei pagamenti da parte degli enti pubblici che acquistavano paginate di pubblicità istituzionale. Società nate per dare e mantenere il lavoro a tanti giovani giornalisti siciliani: giovani che grazie a quel lavoro si erano sposati e avevano messo su famiglia.

Tutte queste cose Basso le racconta compiendo un doloroso atto di denuncia per come Centonove è stato assassinato, per come una voce indipendente è stata violentemente messa a tacere: e solo ogni tanto, nelle centosessanta pagine del libro, affiora – quasi a respirare - il travaglio umano e familiare che il protagonista ha dovuto affrontare. La violazione e la cancellazione di un’intera vita professionale, il voltafaccia di tanti che fino a ieri avevano giurato lealtà. Un tritarifiuti che ingoia e sminuzza anche tutto quello che afferisce alla sfera personale più intima: il tentativo, vano suppongo, di mantenere tranquille la moglie e le figlie in mezzo alla tempesta che lo travolge, e il veder cancellati venticinque anni di lavoro e di vita. Nel resoconto del sopralluogo che Enzo Basso fa con il fotografo Isolino in quella che è stata la sua ultima sede, la nuova società non ha fatto ancora in tempo a eliminare i resti di una vita cannibalata, ma il grosso del lavoro era già stato fatto da qualcun altro, da chi aveva voluto cancellare “la storia scritta”: spariti i fascicoli rilegati di Centonove, nessuna traccia dei manoscritti dei romanzi composti a vent’anni: Giacomo, Un uomo stanco, La corriera di Caltagirone. E la consapevolezza che forse i romanzi si riscrivono, la vita no.

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