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Archeologia, la Sicilia “scopre” un nuovo teatro antico: i resti di Halaesa

La missione francese che opera a Tusa dal 2016, ha identificato un anfiteatro, alcune case e botteghe su una panoramica collina con vista sul Tirreno. Un mistero lungo ventisei secoli. I primi scavi con Bernabò Brea, Scibona e la Tigano

La Sicilia può aggiungere alla sua lista un nuovo teatro antico: una missione archeologica francese, composta da ricercatori delle università di Amiens, Poitiers e Parigi, che opera nella zona dal 2016, ha identificato tra i resti dell'antica città siculo-greca di Halaesa Archonidea, a Tusa, in provincia di Messina, su una panoramica collina con vista sul Tirreno, un anfiteatro, alcune case e botteghe.

Tra le novità più recenti, come riferisce Michela Costanzi, docente di storia e archeologia greca all'Università di Amiens in un articolo sul nuovo fascicolo della rivista "Archeologia Viva", la scoperta, sull'acropoli meridionale, di un importante edificio che doveva essere a due piani con le pareti dipinte: forse la dimora di un ricco cittadino o un monumento di carattere religioso. Mentre, nello spazio a sud dell'agorà, alcune case e botteghe danno l'idea dell'orientamento degli assi principali della città.

Tuttavia è in una terza zona, quella sotto il muro a contrafforti sul versante nord-orientale della collina, che l'osservazione del paesaggio, la realizzazione di un primo rilievo microtopografico e l'applicazione di un preciso protocollo di prospezioni geofisiche hanno trasformato un'intuizione in certezza: la presenza di un teatro antico.

Alcuni gradini tagliati nella roccia madre lungo la cavea, la base della scena formata da un pavimento di lastre di pietra piatte, sedili in tufo, un muro della parodos (corridoio di accesso all'orchestra) permettono d'immaginare un teatro di grandi dimensioni. "Senza dimenticare infine la posizione geografica mozzafiato: sullo sfondo oltre la scena, il profilo delle Eolie e il colore del mare al tramonto assicuravano uno spettacolo davvero unico", spiega il professore Costanzi.

L’intuizione di un grande parco archeologico con anfiteatro nella zona di Tusa risale agli anni Cinquanta con Luigi Bernadò Brea che portò alla luce “la più bella piazza antica della Sicilia”. Fra i più grandi studiosi di quell’area anche l’archeologo messinese Giacomo Scibona, che in collaborazione con Gabriella Tigano concluse nel 1999 una campagna di scavi nell’agorà della città greco-romana dimostrando anche come gli alesini avevano scoperto l’abbattimento delle barriere architettoniche.

Se Cicerone definiva Halaesa Arconidea (da Arconide il signore di Herbita che la fondò nel 403 a. C.) “una delle città più importanti e ricche dell’epoca”, la stessa considerazione non ha avuto negli anni la politica che solo per espropriare i terreni, dal 1956 al 1970, ha lasciato passare 14 anni. Anni di silenzio archeologico spezzati da piccoli saggi, con fondi assegnati al lumicino per gli scavi.

I romani tenevano in grande considerazione Halaesa perché, quando sbarcarono nell’Isola nel 264 a.C, furono accolti a braccia aperte, al punto da riconoscere alla città “immunità” per tutta l’epoca repubblicana. Uno dei grandi misteri archeologici da risolvere era proprio  la localizzazione della cavea del teatro, a quanto pare oggi individuato. Una “polis” atipica quella di Halaesa, che riveste grande importanza nella storia archeologica e dell’epigrafia siciliana per avere restituito una grande quantità di iscrizioni, tra cui la “tabula halaesina”, due lastre che sintetizzavano tutta la proorità catastale della città nel II secolo a.C. Trasportate a Palermo le due lastre sarebbero poi state trasferite in Spagn, dove se ne    sono perse le tracce.

Halaesa fu abbandonata gradatamente in epoca bizantina: l’abitato di Tusa, a nord dell’insediamento, si fa risalire in epoca araba. Gli scavi ad Halaesa si sono sempre rivelati molto difficili, per la marna argillosa, la materia prima utilizzata dai romani per costruire gli edifici. Solidissima se coperta da calce e sabbia, diventa vulnerabile con l’acqua piovana che la spacca in men che non si dica, polverizzandola. Un rischio che ha costretto da sempre gli archeologi a complessi interventi di restauro.

Ora la città torna a far parlare di sè. Per raccontare i suoi ventisei secoli di segreti.

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