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Risanamento e architettura sociale, l'affondo di Italia Nostra: "Gigantismo bocciato dalla storia"

In merito ai progetti legati alla futura costruzione delle nuove abitazioni a Fondo Fucile, Bisconte e Rione Taormina interviene il gruppo politico. "Necessario leggere la città come un organismo. Declinare la visione dello spazio tenendo conto del contesto", scrivono in una nota

La ricostruzione di Fondo Fucile, Bisconte e Rione Taormina devono essere pensati tenendo conto della qualità della vita di chi vivrà nei nuovi palazzi. A sottolineare la questione sociale legata strettamente a quella architettonica è il gruppo politico di Italia Nostra che punta l'attenzione sui progetti ricordando la storia sociale del risanamento in altre zone dell'Italia. 

No al gigantismo: gli esempi di Scampia e dello Zen 

"Il Novecento è stato, a ben vedere, un esperimento su vasta scala della questione abitativa e possiamo oggi valutarlo nel suo insieme. Salvate le intenzioni, gli effetti peggiori sono riconducibili a quelle dinamiche che Wacquant definisce di “segregazione spaziale” poiché tendono ad addensare in un territorio circoscritto un certo tipo di problemi. Sotto questa dinamica che mescola maldestramente emergenza, funzione, paternalismo e gigantismo il problema non scompare ma ritorna amplificato", scrivono. 

"Solo per restare in Italia, le Vele di Scampia a Napoli, lo Zen a Palermo rappresentano i casi più celebri di un fallimento che paradossalmente si è relazionato con eccellenze architettoniche. Nella storia dell’urbanistica la demolizione del primo edificio del complesso Pruitt Igoe a St. Louis nel Missouri nel 1972, progetto pluripremiato di social hosting di Minoru Yamasaki, sancisce addirittura il capolinea di quel modello modernista inaugurato a inizio secolo da Le Corbusier con la celebre Carta di Atene", aggiunge l'associazione ambientalista. 

L'invito è quello a riflettere sull'impatto sociale delle nuove costruzioni. "Non sembra ci si confronti cioè con la città nel suo insieme, bypassando così tutte le riflessioni della sociologia urbana che si potrebbero sintetizzare con la necessità di ricucire le due grandi questioni della città, il costruire e l’abitare, in una prospettiva Lefebvriana di democrazia spaziale. Se il citato modello modernista ha separato il costruire e l’abitare, lo sforzo della contemporaneità deve puntare al dialogo tra le due istanze, considerati soprattutto gli insostenibili costi sociali della separazione messa in moto dalla zonizzazione novecentesca", spiegano ancora. 

La storia di Messina: la ricostruzione post terremoto 

"La questione valida su scala globale acquista un senso più specifico se si guardano le vicende urbane sui generis della città di Messina, in seguito alla sua ricostruzione post terremoto. Nella recente letteratura sulle ricostruzioni post- catastrofe, in Italia il caso Messina andrebbe riletto come un caso dai profili paradigmatici. Se le proporzioni del terremoto del 1908 hanno costituito una frattura irreversibile nella storia urbana di Messina cancellando, in soli trentasette secondi, un terzo della popolazione e il patrimonio identitario e culturale inscritto nell’architettura, andrebbe integrato un ragionamento sulle implicazioni spaziali del processo di ricostruzione, declinandolo in chiave sociale. I disaster studies suggeriscono che per comprendere la portata di tali eventi è necessario rivolgere lo sguardo sulla realtà sociale pre-catastrofe, composta inevitabilmente da attori sociali sprovvisti della stessa capacità dinegoziazione", si legge ancora. 

"L’ossessione igienica d’inizio secolo e le nuove leggi antisismiche, determineranno l’applicazione di normative rigorose che modificheranno inevitabilmente la configurazione plano-volumetrica della città: strade larghe dodici metri, palazzi di due piani e una geometria modulare composta da isolati; è la legittimazione di una visione che assoggetta il nuovo spazio urbano a criteri funzionali, burocratici e in ultima analisi retorici. Ilragionamento architettonico va sempre intrecciato con quello sociale. Una città bassa, con strade larghe e un gran numero di botteghe, sul modello della città emporio, ha drasticamente diminuito la densità abitativa allargandone notevolmente il perimetro. Molti di quelli che hanno perso la casa verranno confinati nelle zone periferiche del centro urbano in cui viene impiantata un’edilizia provvisoria che connoterà per tutto il Novecento la città di Messina come una maledizione", proseguono. 

"L’intero immaginario urbano verrà così condannato a una percezione di sé schizofrenica e presbite, stretta tra una grandeur incompiuta - e perduta - e un orizzonte sociale emergenziale. L’effetto di questo sguardo presbite genererà nelle campagne circostanti il centro urbano quartieri mono funzione senza servizi, senza nessuna relazione territoriale con l’intorno né con il resto dell’organismo urbano, a sua volta privato del rapporto con il paesaggio terracqueo dello stretto di Messina origine mitica della città. Giostra, Maregrosso, Santo, Pistunina, Bisconte, ecc., sono solo alcuni di quei quartieri bersaglio di una storia urbana, eccezionalmente novecentesca, incapace di relazionarsi con i bisogni sociali e le risorse territoriali", spiegano. 

Il progetto Capacity 

"Ma neanche i complessi modernisti residenziali ad alta densità proposti nella metà del secolo scorso sono la risposta alla questione sociale del diritto alla casa: l’ennesimadimostrazione arriva da Napoli, dove prosegue il progetto di demolizione delle Vele di Scampia recentemente portato avanti grazie ai finanziamenti previsti dal D.P.C.M. del 25/05/2016 per la riqualificazione delle periferie; ma vieneanche da Messina che partecipando allo stesso bando con il progetto CapaCity si è classificata nel primo gruppo dei comuni vincitori e ha potuto beneficiare di un finanziamento di circa 18 mln di € per la riqualificazione di alcune delle aree più degradate della città di Messina", si legge. 

"Con l’obiettivo prioritario di ricomporre il rapporto tra la comunità e il contesto ambientale, fondato sul legame ancestrale tra l’uomo e il luogo del suo abitare, il progetto affronta leproblematiche settoriali agendo su vari assi, quello Abitativo, del Lavoro, della Conoscenza, della Socialità, della Mobilità e della Sicurezza dell’ambiente e del territorio, con un approccio organico proponendo azioni integrate e coerenti fra loro, sviluppate da più assessorati (Politiche sociali, Territorio, Lavori Pubblici e Risanamento)", sottolineano. 

"Ci sembra importante evidenziare all’interno del progetto come elemento fortemente innovativo, la modalità messa in atto per la risoluzione dell’emergenza abitativa connessa allo sbaraccamento, attraverso l’erogazione di un contributo (fino a 80.000 € a fondo perduto) per l’acquisto di una casa ovunque ubicata in città, liberamente scelta dai beneficiari che ne divengono legittimi proprietari, a differenza di quanto previsto dal sistema degli alloggi sociali, assegnati e non scelti, che restano di proprietà comunale", aggiungono. 

Risanamento senza sindrome dell' "eterno ritorno"

"Un progetto che ribalta la logica degli isolati/ghetti dell’edilizia popolare postterremoto e dei grandi complessi edilizi, già citati, che le precoci demolizioni ne hanno decretato il fallimento. Gli interventi necessari per riqualificare le periferie, richiesti dal bando e coerentemente previsti dal progetto, sono di ottimizzazione della efficienza energetica delle aree, di miglioramento dei trasporti, di recupero e valorizzazione degli spazi pubblici abbandonati, interventi che si integrano alle numerose azioni per il sostegno e la crescita della coesione sociale", si legge. 

"I dettagli dell’operazione “Market place” dimostrano l'esistenza a Messina di interessi da parte di più cellule criminali nel quartiere “ghetto” Giostra che, armi alla mano, si stavano affrontando per contendersi la supremazia sul territorio ed assicurarsi i migliori proventi derivanti dagli stupefacenti e che simili cellule detengono il controllo del territorio nella totalità dei quartieri emarginati: dal CEP, a S. Giovannello, da Camaro a Giostra, da Mangialupi al villaggio Aldisio", spiegano. 

"Accentuando l’emarginazione e l’esclusione dalla vita sociale si incoraggiano, almeno implicitamente, i processi attraverso i quali si costruiscono e si rinnovano le ineguaglianze e si indebolisce la credibilità delle Istituzioni alimentando il potere della criminalità organizzata. Non si tratta, come è ben noto, di fenomeni marginali che interessano solo alcune frange della popolazione ma di un processo in atto che si propaga, o perlomeno può propagarsi, come un cancro sociale in tutta la società civile", sottolineano. 

"Il risanamento delle periferie a Messina deve essere declinato partendo daquesta consapevolezza: risanare questi quartieri vuol dire sanare un’ingiustizia storica ma, ancor di più, vuol dire rendere l’intera città più omogenea e osmotica. "I progetti non ci sembrano andare in questa direzione e, senza una consapevolezza degli errori fatti, non vorremmo che si innescasse una specie di eterno ritorno. Insomma la risposta non è data ma, vorremmo sbagliarci, abbiamo l’impressione che tali ragionamenti siano necessari per risolvere non un problema della città di Messina ma il problema", concludono. 

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