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Comprati 4 milioni e rivenduti per 16 con una ristrutturazione di cui non c'è traccia, lo strano caso delle nuove sedi giudiziarie

L'interrogazione del consigliere Alessandro Russo sull'acquisto da parte del Comune dell'ex Banca di Roma e dell'ex Cassa di risparmio. I dubbi sulla stima e la richiesta di accesso agli atti anche alla Soprintendenza

Comprati 3 milioni e 800 mila euro, stimati quasi nove milioni e rivenduti appena due anni dopo, lavori di ristrutturazione compresi, a 16 milioni e 200 mila euro. E’ la parabola che emerge da una interrogazione del consigliere Alessandro Russo al sindaco Federico Basile e all’assessore al patrimonio Roberto Cicala sull’acquisto da parte del Comune dei due edifici gioiello della città: l’ex Banca di Roma e l’ex Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele.

Il 7 agosto la giunta del comune di Messina ha proceduto alla sottoscrizione del contratto di acquisto – autorizzata qualche giorno prima dal consiglio comunale – con l’obiettivo di destinarli a sedi giudiziarie.

Ma sulla procedura ha messo gli occhi l’esponente del Pd. Vuole sapere innanzitutto “le motivazioni per le quali il valore di mercato dei due edifici sia stato valutato, in fase preliminare all’acquisto, con una quotazione per metro quadrato superiore a quella operata secondo le stime dell’O.M.I. dell’Agenzia delle Entrate per quella tipologia e destinazione di immobile”.

A vendere gli edifici al Comune sono state le società “Unire 100 s.r.l.” e la “Unire 54 S.p.A.” che li avevano acquistati da Unicredit. Un accordo chiuso la vigilia di San Silvestro del 2020: 3.200.000 per l’edificio della ex Cassa di Risparmio corrisposto da Unire 54 e 600.000 per l’ex Banca di Roma corrisposto dalla Unire 100.

Secondo la ricostruzione fatta da Russo, le società venditrici avrebbero già incassato i primi nove milioni 460mila.

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Il parere di congruità per l’acquisto redatto per conto della società “Patrimonio Messina” porta la firma dell’architetto Giovanni Rizzo e quantifica un valore di mercato pari a 6.314.000 euro per l’ex Cassa di Risparmio e 2.679.000 euro per l’edificio ex Banca di Roma mentre la stima post lavori di ristrutturazione si attesta su 11.300.000 per l’edificio ex Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele e 5.829.503,40 per l’edificio ex Banca di Roma.

Secondo il consigliere “il prezzo di vendita a metro quadrato dei due edifici il prezzo apparirebbe eccedente rispetto ai valori dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate, poiché alla data della vendita dei due immobili, la quotazione per metro quadrato di edifici aventi le caratteristiche dei due palazzi e destinata a uffici era pari a una quotazione oscillante tra 1200 e 1800 euro, mentre la valutazione operata apparirebbe sovradimensionata il valore commerciale di partenza delle due strutture, almeno per la prima, la ex Cassa di Risparmio di Vittorio Emanuele, per la quale il prezzo al metro quadrato sarebbe di 2132 euro; per la seconda, la ex Banca di Roma, il prezzo al metro quadrato sarebbe di 1421 euro, che pure appare allineato alle valutazione di OMI”.

Ma c’è di più: la perizia di congruità sembra sia stata effettuata sulla base di una stima che è stata redatta con il solo sopralluogo esterno desumendo le superfici lorde solo dalla documentazione ricevuta dalla parte venditrice e utilizzando le previsioni tabellari dei costi di costruzione per le nuove costruzioni e per le ristrutturazioni e restauri di manufatti edilizi aggiornato all’anno 2023 emanate dagli Ordini professionali degli Ingegneri e degli Architetti della Provincia di Grosseto.

La sintesi del consigliere Russo è che secondo logiche di buon senso, su un acquisto così importante, sarebbe stato meglio che la quantificazione economica dei lavori da effettuare, così come il valore effettivo di entrambi gli edifici, fosse stato stabilito non “sulla base di una stima tabellare della perizia bensì sulla effettiva corrispondenza allo stato di fatto”.

Non c’è poi traccia del progetto di adattamento, adeguamento, modifica e ristrutturazione necessari per l’utilizzo finale dei due edifici avrebbero, da accordi contrattuali sottoscritti, essere terminati entro quattordici mesi dalla efficacia definitiva del contratto di vendita tra le due società venditrici e il Comune di Messina.

In pratica, i due edifici avrebbero già dovuto avere quantomeno un progetto e invece nisba. Non se ne sa nulla. Si è appreso invece nei mesi scorsi “come i due corpi fossero mancanti di importanti certificazioni relative alla loro sicurezza statica e vulnerabilità sismica, che pure avrebbero dovuto essere prodotte in fase di compravendita con l’Amministrazione, e che in seguito a tale rilevata mancanza, le ditte venditrici si impegnavano a produrre, entro un termine compreso tra 21 e 28 giorni, i documenti richiesti”. Sono mai stati prodotti? Tutte domande alle quali dovranno ora rispondere sindaco e assessore a cui Russo ha chiesto notizie anche sulla eventuale “progettazione di adeguamento e ristrutturazione dei due immobili alla Soprintendenza ai Beni culturali di Messina al fine di avviare i previsti lavori nel rispetto del pregio storico e architettonico e se di tale progettazione sia pervenuta informazione all’Amministrazione”.

Richiesta che è stata avanzata anche alla Soprintendenza con tanto di istanza per accesso agli atti alla quale l’ente di viale Boccetta non ha ancora risposto.

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