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Sabato, 21 Maggio 2022
Politica

Referendum cannabis bocciato, Palmira Mancuso: "Duro colpo per la democrazia"

E' stato giudicato inammissibile per un intreccio di commi. Le spiegazioni di Amato, la difesa dei comitati promotori e gli scenari

Seicentomila firme finiscono nel cestino della spazzatura, così come il milione e passa di ieri per l'eutanasia. Il referendum sulla cannabis è stato giudicato inammissibile. La bocciatura è stata annunciata ieri nel pomeriggio dal presidente della Corte Costituzionale, Giuliano Amato (sì invece a 5 quesiti sulla giustizia, anche se senza il traino dei due quesiti più identitati il quroum del 50 per cento ormai è una chimera). Ma restiamo sulla cannabis. Il quesito referendario proponeva di intervenire sia sul piano della rilevanza penale sia su quello delle sanzioni amministrative. "Abbiamo dichiarato inammissibile il referendum sulle sostanze stupefacenti, non sulla cannabis. Il quesito è articolato in tre sottoquesiti ed il primo prevede che scompaia, tra le attività penalmente punite, la coltivazione delle sostanze stupefacenti di cui alle tabelle 1 e 3, che non includono neppure la cannabis ma includono il papavero, la coca, le cosiddette droghe pesanti. Già questo sarebbe sufficiente a farci violare obblighi internazionali", spiega Amato. "Se il quesito è diviso in tre sottoquesiti, io non posso toccare questo treno: se il primo vagone deraglia, si porta dietro gli altri due".

Perché stato bocciato il referendum sulla cannabis

Insomma, in sintesi per un intreccio di commi salta tutto. L'obiettivo della consultazione popolare, la prima per cui sono state raccolte firme digitali che hanno tirato la volata al quesito, sarebbe stato da un lato la depenalizzazione della coltivazione di qualsiasi pianta per uso personale mantenendo le pene legate alla detenzione, alla produzione e alla fabbricazione delle sostanze. Ma non solo. Dall’altro, sul piano amministrativo, l’eliminazione della sospensione della patente di guida per uso di stupefacenti. Ci torniamo più avanti. Alla Corte si chiedeva una pronuncia su una proposta specifica di referendum abrogativo, per come era scritta, e non certo di esprimere un parere sulla legalizzazione delle droghe leggere in generale. Si dovrà attendere il dispositivo della sentenza prima di dare una valutazione definitiva.

Per farlo, secondo i promotori del referendum sulla cannabis, l’unica via era cancellare la parola "coltiva" dal testo sugli stupefacenti in cui gli articoli dedicati alla cannabis e quelli in cui si elencano altre droghe sono legati a doppio filo. Una strategia che però ha affossato il referendum. I promotori del referendum da mesi avevano spiegato che la richiesta di depenalizzare non solo la coltivazione di piante con Thc, ma – tra gli altri – anche di oppio e coca, era l'unico modo anche per recepire una sentenza del 19 dicembre 2019 delle sezioni unite della Corte di cassazione. All’epoca la Corte aveva stabilito che vadano escluse dal reato di coltivazione di stupefacenti "le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica" che "appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore". Dettagli, che però hanno portato alla bocciatura.

Le reazioni dei promotori

“Le dichiarazioni del presidente della Corte costituzionale Giuliano Amato sull'inammissibilità dei quesiti referendari su eutanasia e cannabis sono squisitamente ed esclusivamente politiche", commenta Palmira Mancuso rappresentante del comitato promotore "compresa l'accusa di avere frodato milioni di persone firmatarie dei referendum. Un tentativo di minare la credibilità di chi ha promosso i referendum e di sminuire il valore delle firme apposte in piena estate, grazie all’impegno e alla fatica di tanti volontari, anche a Messina e provincia”. 

"E' un colpo durissimo per la democrazia in Italia e oggi ci troviamo anche a dover ribattere punto per punto al presidente Amato che in maniera del tutto inusuale, piuttosto che produrre per iscritto delle motivazioni, ha fatto una conferenza stampa a reti unificate, con tanto di post su instagram: una modalità che non ci si aspetta dalla più alta corte della Repubblica italiana.”

Mancuso, nel ringraziare in particolare l'avvocato Letizia Valentina Lo Giudice, membro del collegio di difesa del referendum cannabis, spiega anche più tecnicamente uno dei “nodi” emersi sul quesito: "Il presidente Amato ha detto che siamo intervenuti sul comma 1 dell'articolo 73 che non riguarderebbe solo la cannabis. Ma per rendere legale la coltivazione della cannabis era necessario intervenire tanto su questo comma, quanto sul comma 4 che rinvia alle condotte descritte dal comma 1", spiega la dirigente di Più Europa. "In pratica Amato ha messo sullo stesso piano le piante con i suoi derivati. Eliminando infatti la parola “coltivazione” restavano comunque punite tutte le successive condotte che, ad esempio nel caso della cocaina, sono essenziali per la trasformazione della foglia in stupefacente. Insomma è come aver messo sullo stesso piano il pomodoro e il ragù”.

Cosa succede adesso

Come per l'eutanasia, si deve ripartire dal Parlamento, ma la strada è impervia. Starà al Parlamento legiferare in merito, ma con l'attuale composizione è preossché impossibile. Per avere leggi su eutanasia e cannabis legale, l'unica via resta quella di votare un parlamento, alle prossime elezione politiche, che sia in grado di farlo. Non si scappa. Ma se il parlamento, quello attuale, volesse dare un segnale forte, potrebbe farlo già nelle prossime settimane. Come? In commissione Giustizia è ferma una proposta di legge che depenalizza i fatti di lieve entità legati alla cannabis e inasprisce gli altri. Difficile che accada. Basti pensare che pezzi di maggioranza ieri esultavano così: "Un’ottima notizia, il partito della droga è stato sconfitto". Copyright Maurizio Gasparri (Forza Italia). Sipario.

Per diverse forze politiche, a cominciare da quelle che si definiscono progressiste, i referendum su eutanasia e cannabis sarebbero stati un esame di maturità, avrebbero dovuto prendere davvero una posizione su temi forse più divisivi più al loro interno che nel resto della società. Se ne riparlerà, ma chissà quando. Le stime più attendibili parlano, per la sola Italia, di oltre sei milioni di consumatori, presenti in tutte le fasce di età. Sullo sfondo, restano migliaia di malati affetti da patologie come sclerosi multipla, dolore oncologico cronico, cachessia (in anoressia, HIV, chemioterapia), glaucoma, sindrome di Tourette. Da quindici anni il ricorso a farmaci cannabinoidi è legale, ma la possibilità concreta di ricorrervi è una missione semi-impossibile: difficoltà di approvvigionamento, scarsa disponibilità dei medici alla prescrizione, costi assai eccessivi per un uso frequente, ridotta produzione nazionale: se il referendum fosse passato, molto sarebbe cambiato per loro. Il mercato clandestino continuerà invece a prosperare.

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