La forma delle idee

La forma delle idee

La strana storia di Ennio Salvo, Che Guevara di Oliveri ucciso dalla “giustizia” e dall'oblio

Nel cimitero da lui “inventato”, nè una foto nè un lumino lo ricordano. Ma fu un grande sindaco finito in prigione per dare futuro e dignità ai più poveri. Ora riposa dimenticato da una comunità che ne ha stravolto la storia senza pietà. Insieme ai padroni, ai giudici e ai testimoni muti

Ennio Salvo

L’hanno definita: “l’invenzione del cimitero”. Un eufemismo per mitigare la portata ideale di una grande azione eversiva contro lo schiacciante potere baronale. Si trattò di un coraggioso esproprio per pubblica utilità, di terre ancora in possesso dei baroni, commesso ai tempi in cui in Sicilia il movimento sindacale lottava per ottenere terre e diritti per i lavoratori, commesso da cittadini. Una rivendicazione concreta di diritti elementari, non solo per dare dignità ai vivi, ma per onorare i morti.

Il cimitero “panoramico”

Percorrendo la S.S. 113, in direzione Messina nel tratto che sorvola la località balneare di San Giorgio, nel territorio del Comune di Gioiosa Marea, poco prima di raggiungere il palazzo dei Conti Ruffo, una stradella scende verso valle e conduce al cimitero. Disteso su una dolce collina, il camposanto, domina la baia antistante e si affaccia sul panorama suggestivo del Golfo di Patti, con all’estrema destra Capo Tindari, all’estrema sinistra Capo Calavà, in fondo le galleggianti isole del dio dei venti ed in mezzo all’azzurro mare lo ieratico Scoglio di Patti. Sulle prime sembra un cimitero come tanti, con viale alberato centrale che distribuisce le tombe gentilizie e le cappelle di borghesi e commercianti. I loculi dove è sepolta la povera gente, pescatori e contadini, sono tutti addossati ai muri di confine di destra e di sinistra. Ma, l’epigrafe posta all’ingresso, che qui di seguito riportiamo, smentisce la prima sensazione:

“Per non dimenticare coloro che nel 1948, facendosi interpreti di una sentita esigenza del paese, con decisa volontà e con spirito di dedizione, riuscirono a superare intralci burocratici e ogni genere di difficoltà per l’edificazione di questo cimitero: Ennio Salvo, Carmela Accordino, Nicola Garito, Nino Danzì, Giuseppe Alibrandi, Biagio Scibilia, Salvatore Canfora, Carmelo Cicirello, Tindaro Agati, Francesco Spinella, Antonino Alibrandi, Giovanni Russo, Rocco Russo, Nunzia Russo”.

Quando piangere i morti costava fatica

All’epoca dei fatti San Giorgio era un vasto arenile sul quale sorgeva il manfraggio di una delle tonnare più importanti della costa tirrenica, attorno ad essa un piccolo e povero borgo marinaro fatto di strade di sabbia, casette terranee, chiesa, e cannizzi (canneti spontanei). Luogo di fatica senza prospettive di civiltà e democrazia. Una comunità che lavorava solo cinque mesi l’anno: da aprile ad agosto, il periodo della pesca e della lavorazione dei tonni, e per i restanti mesi viveva di stenti, di povertà e di sottomissione alle angherie dei padroni delle terre e della tonnara. Un luogo ubertoso che produceva ricchezza di mare e ricchezza di terra che si traduceva in miseria per chi concretamente questa ricchezza la creava: pescatori e contadini. Una comunità a vocazione marinara, come tante in Sicilia, controllata dalla chiesa, da qualche ricco commerciante o dal rais, uomo di fiducia dei baroni. Ma a San Giorgio oltre alle tante angherie e soprusi comuni con molte altre realtà si pativa un’altra atroce sofferenza: l’impossibilità di dare degna sepoltura ai morti. In quel luogo di rara bellezza, non era duro solo guadagnarsi da vivere, ma era duro anche morire. Piangere i propri cari costava fatica. Quando moriva un membro della comunità toccava prenderlo in spalla e scalare l’impervia alta Rocca di Galbato, lo stesso per portare un fiore. Possibile che tutto intorno non c’era un terreno che il feudatario poteva caritatevolmente mettere a disposizione per un cimitero?

Quel camposanto costato un anno di carcere

Questo è lo scenario che si prospetta al sindacalista Ennio Salvo D’Andria quando comincia a frequentare la comunità dei pescatori di San Giorgio. Originario di Patti, dove nacque nel 1915, di famiglia borghese, presto si trasferì a Firenze dove già a 19 anni esordì come scrittore impegnato. Il suo orientamento ideologico era chiaro già dai primi scritti: “I baroni usano i contadini e i pescatori a guisa d’attrezzi”. Ennio Salvo fu un raffinato intellettuale, scrittore, poeta, anticonformista, antifascista, socialdemocratico e sindacalista militante.

Giunto a San Giorgio si adoperò subito ad organizzare le prime cooperative di pescatori, si batté per portare una delegazione municipale nel borgo, lottò per far riconoscere i diritti sindacali ai tonnaroti e il sostegno alle loro famiglie. Tra le tante lotte, nel 1948, come Antigone, sfidò le leggi di “Creonte” per dare degna sepoltura ai tanti tonnaroti che come Polinice non ne avevano diritto. Lo fece occupando abusivamente una terra del barone posta sulle colline prossime al borgo. La recinse e cominciò a seppellire i morti. Un vero e proprio atto eversivo che fece giustizia di un secolare sopruso. Così la comunità finalmente ottenne il suo cimitero. Ma il Pretore di Patti lo condannò per violazioni alle leggi sanitarie e con lui furono condannati anche i suoi compagni. Alcuni si dettero alla macchia, Ennio Salvo scontò la pena in carcere per oltre un anno.

Ennio Salvo, sindaco giusto “abbattuto” dalla giustizia

Uscito di galera, l’indomito intellettuale corse in aiuto dei tonnaroti di Oliveri, ed ivi, per scardinare la secolare complicità tra amministratori pubblici e padroni, seguendo l’esempio di altri sindacalisti siciliani, si candidò a sindaco, e venne eletto con ampio suffragio, il 23/12/1949. “Barbitta”, così era chiamato dagli olivaroti, per via di una barba bionda che gli copriva il mento, in cinque anni di governo cambiò radicalmente il misero borgo. Lavorò intensamente per il riscatto dei tonnatori e dei contadini ai quali restituì la dignità di persone prima ancora che di lavoratori.  Eliminò le fogne a cielo aperto, le strade in terra battuta, costruì strade carrabili e impianto fognario, dotò l’abitato di rete idrica e tutte le case ebbero l’acqua corrente potabile. Aprì una farmacia comunale. Impose ai padroni della tonnara la riduzione degli orari di lavoro, il riconoscimento dei diritti sindacali, gli assegni famigliari, e organizzò i pescatori e i contadini in cooperative. Ma presto la sua azione eversiva fu fermata con il consueto trucco della falsa legalità. L’ambiente reazionario asservito agli interessi del barone lo accusò di quello che oggi si definirebbe abuso d’ufficio, prospettando l’infamante versione secondo la quale egli avrebbe compiuto un illegale favoritismo (i professionisti del favore sanno accusare bene di favoritismo, visto che è la loro specialità).

Raccontano i testimoni dell’epoca che dovette darsi alla fuga per evitare le manette dei carabinieri che erano venuti ad arrestarlo, per aver distratto dei fondi pubblici. Un’accusa infamante. Il casus belli che lo trascinò nei tribunali neutralizzandone l’azione politica (vero scopo dei detrattori), riguardò l’ennesimo suo atto d’umanità a sostegno dei diseredati: dovendo elargire soldi pubblici per sostenere le famiglie numerose egli, secondo l’accusa, avrebbe favorito una povera vedova che aveva 4 figlioli ma che ospitava e sfamava anche 4 nipoti rimasti orfani, riconoscendogli lo status di famiglia numerosa. Formalmente costei non avrebbe avuto diritto, ma vista la grave indigenza cui versava Salvo gli liquidò il sussidio. Dopo molti anni di processo venne totalmente assolto da ogni addebito. Gli uomini giusti si abbattono manipolando la giustizia.

Zapata, Rizzotto, Carnevale: era uno di loro

Valutando il contesto storico, la figura di Ennio Salvo va inserita nel novero di quei sindacalisti militanti, che in Sicilia, nel secondo dopo guerra, furono protagonisti della tragica stagione delle lotte per i diritti dei lavoratori e per l’applicazione della riforma agraria contenuta nei “decreti Gullo” emanati nel 1944, che prevedevano la cessione delle terre ai contadini e la perdita dei privilegi per i latifondisti. In Sicilia in quell’anno il 99% delle terre era ancora detenuto dell’1% della popolazione. La riforma agraria nell’isola fu oggetto di una feroce controffensiva reazionaria. I baroni servendosi del braccio armato della mafia (i campieri), della complicità di chiesa e politica e della connivenza degli apparati dello Stato, avviarono una stagione di sangue nel tentativo di non restituire terre e privilegi. Fu una vera e propria mattanza. Dal 1944 al 1960 vennero uccisi ben 36 sindacalisti tutti impegnati nella lotta per il riconoscimento dei diritti sanciti dalla riforma agraria. Tra questi ricordiamo i più noti: Accursio Miraglia (ucciso a Sciacca il 4 gennaio 1947), che muore eroicamente gridando ai suoi assassini il celebre motto di Emiliano Zapata: “Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”; Placido Rizzotto (ucciso a Corleone il 10 marzo 1948) dal campiere Luciano Liggio; Salvatore Carnevale (ucciso a Sciarra il 16 maggio del 1955). La cui generosità e impegno civile vennero epicamente cantati dal grande poeta socialista Ignazio Butitta nell’ode “Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali”. Le sue gesta vennero ritratte da Renato Guttuso nel quadro “Uccisione di un capolega” e narrate dai Fratelli Taviani nel film “Un uomo da bruciare” interpretato da GianMaria Volontè.  

Ennio Salvo era uno di loro, un sindacalista che proprio in quel tragico periodo combattè per i diritti delle classi sottomesse e in particolare per i pescatori sfruttati nelle tonnare di S. Giorgio e di Oliveri. Ma le sue imprese eroiche in difesa di quelle comunità angariate sorprendentemente sono cadute nell’oblio.

L'oblio imposto dalla “generosità” dei conti Ruffo

Per spiegare le ragioni di questo oblio bisogna tornare alla ”Invenzione del cimitero”. La storia di questa azione di lotta per i diritti essenziali della povera gente oggi è rappresentata quasi come una zingarata di un gruppo di buontemponi. La sua narrazione invece di esaltare le gesta coraggiose del sindacalista e dei suoi sodali tende stranamente a sottolineare in modo encomiastico la magnanimità dei Conti Ruffo, i quali, clementi, non si sarebbero costituiti in giudizio, diversamente le pene sarebbero state più gravi: occupazione di proprietà privata, lesione del diritto di proprietà, etc..   Una narrazione che distrae dal contesto storico in cui accade il fatto e minimizza i termini eversivi del gesto e il loro portato paradigmatico. Ennio Salvo con quella azione dimostrò che bastava un po' di coraggio per fare ed ottenere giustizia. Dette la prova provata che su quelle terre, ormai, i baroni non avevano più diritto, per questo non si costituirono. Dimostrò ai poveri tonnaroti che se avessero trovato il coraggio di alzare la testa avrebbero visto il re nudo! Dette ai pescatori e ai contadini un esempio tangibile di come era facile riscattarsi dalla schiavitù dei baroni, bastava rivendicare con determinazione quello che ormai era previsto dalla legge.  In questa narrazione distorta nessuno si chiede perché mai i Conti non furono magnanimi prima, perché non misero a disposizione di loro sponte un pezzo di terra per far seppellire i morti di quella povera gente vedendo gli sforzi che facevano per commemorare i loro cari.

Ora giace senza neanche una foto nella sua “invenzione”

Ecco come un grande esempio di coraggio civile viene, col trucco dell’eufemismo minimizzante, declassato a goliardata e liquidato con oltraggiosa ironia come: “l’invenzione del cimitero”. Siamo di fronte ad un classico svuotamento semantico, attraverso l’uso dell’eufemismo, che da secoli suborna le coscienze dei siciliani. Si deforma il significato delle azioni. Un esempio illustre: nella lingua siciliana per descrivere una azione tra le più efferate come la strage si usa il vezzeggiativo: “ammazzatina”.  

La minimizzazione semantica nel definire questa storia spiega lucidamente le mancate celebrazioni retrospettive della figura di Ennio Salvo. Spiega, soprattutto, lo stato in cui giacciono le sue spoglie, che riposano all’interno della sua “invenzione”. Per lui nessuna cappella gentilizia, nessuna tomba, ma solo un loculo tra i più negletti, in mezzo ai più poveri, tra quelli dei pescatori e della povera gente. E tra questi il suo è il più anonimo, posto in alto in alto dove è difficile scorgerlo. Sulla tavola sono riportati, in caratteri comuni, solo il suo nome, Ennio Salvo (senza il blasone d’Andria) e le date di nascita e di morte. Non vi è altro. Un lumino spento e davanti un piccolo calice che contiene il fossile di un piccolo mazzolino di fiori. E’ l’unico loculo a non avere una foto commemorativa. Ci piace immaginare che, almeno questo oblio cimiteriale, sia frutto della sua volontà, per sublimare i suoi principi di uguaglianza e democrazia, e non l’effetto dell’eufemismo.

Comunque, a vedere quel loculo si è assaliti da un senso dolorosa tristezza. Perché la coscienza collettiva considera questa storia come una storia minima? Come mai in tutti questi anni la comunità non ha trovato la forza o la possibilità di celebrarlo, almeno con una banale intitolazione toponomastica che possa minimamente evocarlo? Perfino l’epigrafe all’ingresso del cimitero è equivoca, liquida la resistenza dei baroni a cedere le terre per gli usi civici con l’eufemismo “...intralci burocratici” e la galera patita da Ennio e dai suoi, con: “hanno superato....ogni genere di difficoltà per l’edificazione di questo cimitero”.

Uccide meglio la legge che la lupara

Perché le coscienze dei testimoni del tempo sono venuti meno al loro dovere civile e morale? Non hanno capito? O non hanno voluto capire, per non sentire l’obbligo di emulare? Così la storia di Ennio Salvo, eroe che combatte e in parte risolve la schiavitù dei pescatori, viene obnubilata per cancellarne l’esempio. Egli rispetto ai suoi colleghi di lotta (Miraglia, Rizzotto, Carnevale, etc..) era riuscito a mettere in pratica la ribellione facendo ottenere davvero i diritti ai vivi, e pure ai morti.

A pensarci bene, una ribellione del genere se fosse stata sedata con la lupara avrebbe creato un eroe oggi sicuramente il suo esempio sarebbe divenuto un modello virtuoso di amministrazione della cosa pubblica e degli interessi concreti dei cittadini, mentre con un’accusa ben ordita e lo svuotamento semantico dell’eufemismo il suo esempio viene direttamente condotto all’oblio rimuovendolo dalla memoria collettività.

Un eroe d’intelletto e d’azione è meglio abbatterlo con i tribunali che con le pallottole. Bisogna abbatterlo facendo in modo che resti il dubbio sulla sua integrità morale e sulla legittimità delle sue azioni. Cosa che è fuori discussione per martiri come Rizzotto o Carnevale. Per quelli come Salvo serve il venticello malevolo dell’infamia che è più efficacie del martirio. L’infamia neutralizza, giustifica le coscienze di chi non è solidale. Una sentenza ingiusta, una condanna organizzata, attacca l’esempio, dimostra che i fatti non erano giusti, giocando con quel trucco, abusato, che confonde la legge non è la giustizia.

Quanto ha fatto Ennio Salvo è scomodo da ricordare per tutti: per il potere, perché ne mette a nudo la fragilità e la facile vulnerabilità senza rischio e per i sottomessi, perché scopre, implacabile, la loro vocazione gregaria.

Questa è la storia dimenticata di Ennio Salvo, un uomo giusto! un Cristo/Che Guevara di Oliveri e di San Giorgio, più volte pregiudicato dagli ingiusti e neutralizzato nell’oblio, grazie ai testimoni muti.

Così oggi di lui non resta nemmeno una luce di lumino che illumini il suo ricordo. Questo è un delitto perfetto.

La forma delle idee

L’architettura è un’idea che prende forma. È una storia che si plasticizza. Le città sono fatte di architetture, di palazzi, di monumenti, di spazi modellati dall’architettura. Le città sono la forma della Storia. “Quando visitiamo una città lo sguardo percorre le vie come pagine scritte” I. Calvino. Se la scrittura racconta il pensiero dell’uomo la città narra come egli vive o ha vissuto

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Commenti (1)

  • i Ruffo sono Marchesi non Conti.

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