rotate-mobile
Mediamente vostro

Opinioni

Mediamente vostro

A cura di Francesco Miuccio

Un sogno culturale chiamato Cineforum

Una piccola e appassionata assemblea di delegati dei Cinecircoli siciliani, riuniti per fare il punto sullo stato di salute dell'associazionismo cinematografico. Con queste prospettive

Quale strada resta aperta per l’associazionismo cinematografico nel nostro paese?

Rispondere, ma soprattutto inquadrare con affetto ma non minor realismo, la prospettiva di una modalità di fruizione del cinema come prodotto culturale e di spettacolo legata ad una stagione di radicamento territoriale ormai perduta, non è un esercizio semplice, né lo è sottrarsi ai pericoli di una battaglia di retroguardia, alla marginalizzazione di una pratica e di una passione dagli spazi e dai modi oggi divenuti quasi “carbonari”.

Il concetto di “Circolo culturale” ha sempre evocato l’energia positiva dell’impegno di chi si associa per promuovere una passione, in una dimensione partecipativa che, parlando di film, questi anni da visioni da tinello casalingo, forzate dalla pandemia ma prima ancora dalla mutazione, dalla ramificazione e dalla diversificazione dell’offerta cinematografica, rendono romantica o  superata, a seconda della severità dello sguardo.

Nella convinzione che il tema non sia ozioso, la sezione siciliana della FICC, la Federazione Italiana Circoli del Cinema, si è riunita in un Congresso regionale a Messina, in una tre giorni conclusasi domenica 12 dicembre.

Ad organizzare i lavori è stato il Cineforum Don Orione di Messina, che oggi si vanta di essere la più longeva associazione culturale messinese, fondata nel 1963 da Ubaldo Vinci, su ispirazione – parole sue vergate nel volume dedicato al cinquantenario dell’associazione – di “una suorina paolina” che mentre gli consegnava le “pizze” delle pellicole della San Paolo Film, uno dei tre circuiti distributivi della città, gli parlò di quella strana esperienza di programmazione cinematografica, il celebre “Cineforum”, che fu (e può essere ancora) ritrovo di una collettività riunita attorno alla visione dello spettacolo cinematografico per parlare anche di tematiche sociali, fare riflessioni talvolta verbose e inconcludenti come nella vulgata retrospettiva che anche allora se ne faceva (“no, il dibattito no!” tuonava Moretti nel suo superotto gonfiato a 16 mm d’esordio) ma sempre specchio di una concezione sincera e sana di vivere il cinema come momento per “raccontare il valore di una storia, il senso delle radici di una comunità o anche i luoghi della memoria di generazioni di giovani” per citare il presidente della FICC, Marco Asunis, che nel 2013 salutò così i cinquant’anni del Cineforum Don Orione e che in questi giorni ha fatto arrivare i propri auguri al riconfermato segretario della Federazione Siciliana, il professore Nino Genovese, che presiede da quasi vent’anni il Cineforum Don Orione.

Il patrimonio delle antiche rassegne

Genovese, giornalista, storico e insegnante di Storia del Cinema presso l’ateneo cittadino, coadiuvato da Francesco Torre e da pochi altri impegnati in totale volontariato cinefilo, ha organizzato dal 10 al 12 dicembre i lavori di una piccola e appassionata assemblea di delegati dei Cinecircoli siciliani, riuniti per fare il punto - nel confronto e in programmati momenti di “autoformazione” con meritoria perseveranza e curiosità culturale - sullo stato di salute dell'associazionismo cinematografico, dopo la cesura prolungata dell’emergenza sanitaria e un futuro che mostra un volto preoccupante anche e soprattutto per il citato e radicale mutamento degli scenari della proposta e della fruizione dei film.

Il ricordo del vicepresidente del Cineforum Don Orione, Pino Corallo, scomparso di recente, figura discreta e curatore per più mezzo secolo dei cicli cinematografici organizzati dal Don Orione, è stato un dovere sentimentale. 

Nel pensare al futuro, Genovese e il Don Orione partono sempre e comunque dal patrimonio storico delle tante rassegne organizzate nella sala dell’omonimo istituto di Viale San Martino. La disponibilità di quei locali è stato indubbiamente il segreto della longevità e della qualità del lavoro del cineclub, che ha potuto usare le risorse e i pochi contributi pubblici riservati alle iniziative di pubblico interesse incentrandoli sul prodotto cinema da selezionare per gli associati e all’animazione culturale. A partire dall’anno dei lavori per il giubileo, le proiezioni sono continuate nella sala salesiana del Savio sino all’attuale ospitalità della Multisala Apollo di Loredana Polizzi e Fabrizio La Scala.

Da fronte del porto, con passione e avventura

All’interno del panorama articolato e frastagliato delle nove realtà associative riconosciute dalla legge del 1965, il Don Orione ha aderito per la maggior parte della sua storia al Cinit-Cineforum italiano, per confluire nella Ficc solo nel 2009, dopo lo scolorimento delle divisioni ideologiche che per decenni sono stati la cartina di tornasole di scontri spigolosi e apparentemente inconciliabili sulle direttrici che l’organizzazione, la gestione e la fruizione dei processi culturali dovessero seguire nel paese. Indubbiamente è stata l’ispirazione cristiana che ha guidato, nella scissione consumatasi all’interno dell’associazionismo cinematografico italiano, la scelta del cinecircolo messinese, erede di un paio di esperienze  nate in città nel dopoguerra e vinte dall’insostenibilità delle spese, specie gli affitti per le sale.

Eppure, a partire da quel primo film, Fronte del porto, programmato il 15 febbraio del ’63, dove magari c’era pure un grande personaggio, il padre Barry col faccione di Karl Malden ad accontentare la missione divulgativa della sensibilità religiosa e sociale dei finanziatori della pattuglia cinefila capitanata da Vinci ma c’era anche la ribellione e la riflessione sociale sugli ultimi della storia di Kazan, il Cineforum Don Orione è stato per la città un luogo di cultura e di passione assolutamente laico e di riconosciuta trasversalità valoriale.

Ogni appassionato di cinema della città ha i suoi ricordi, non solo visioni rare, ripescaggi artistici e culturali, sguardi sulle cinematografie minori, incroci tematici più o meno arditi tra i titoli sulle locandine, di cui i soci si beneficiavano senza troppi indugi filologici (“due film di Ingmar Bergman” e, a seguire nella stessa rassegna, “due film con Alberto Sordi”) assecondando l’avventuroso gioco dei raccordi distributivi e delle corse ad allestire una proposta culturale con pochi rivali in città, l’Umberto Barbaro e le cooperative sorte dal suo scioglimento, più tardi il Milani.

La legge del 2016 e gli spazi operativi

Le coordinate dell’impegno e del confronto dei Circoli della FICC sono quelle tracciate dalla cornice normativa entro la si possono immaginare e compiere gli sforzi degli operatori del cosiddetto Terzo Settore, come viene indicata la galassia di enti privati impegnati anche nel settore dell’animazione culturale con finalità sociali e senza fini di lucro. Si parla di tante associazioni impegnate, in coerenza con i propri statuti, a promuovere attività di interesse generale quale è, come nel caso di un circolo del cinema, la cultura dell’arte cinematografica sul territorio.

Ma quali sono le possibilità di allestire ancora dei cicli di film accomunati da tematiche importanti o scovarne altri negati al pubblico dalle logiche della distribuzione, specie nei centri piccoli e medi,  in ragione di una loro limitata commerciabilità e di una peculiare qualità artistica che non li rende immediatamente accattivanti o appetibili al punto di avere riservato almeno qualche giorno di programmazione?
Le leggi, dicevamo: nel 2016, una legge per il cinema, attesa da mezzo secolo (l’ultima era del 1965) è intervenuta ad indicare le linee programmatiche del sostegno pubblico al mondo del cinema, a chi lo fa, ma anche a chi lo promuove e a chi ne divulga la cultura. La 220/2016 ha infatti istituito un vero e proprio Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell'audiovisivo e in questi anni le leggi di bilancio, l’ultima licenziata nel dicembre 2020, in piena pandemia, hanno previsto finanziamenti reperiti attraverso gli introiti delle tasse (non più il parere discutibile di apposite commissioni come in passato) che sono giunti ad essere qualificati come non inferiori ad un impegno di 640 milioni di euro all’anno.

Una cifra che sembra importante ma che costituisce uno sforzo doveroso e opportuno, specie in un paese dove nella politica non mancano voci stonate che cianciano di necessari tagli alla cultura, come se si mercanteggiasse il prezzo della qualità di un modello di paese col metro dei ragionamenti da bottega.

E qui c’è spazio anche per le associazioni e i nostri circoli, perché a parte gli incentivi basati sul credito d’imposta per chi produce e distribuisce film, per gli esercenti e per una serie di investimenti di impresa nel cinema, l’articolo 27 della legge 220 prevede un sostegno per chi svolge attività di promozione cinematografica e audiovisiva, riservando un’attenzione al potenziamento dell'offerta formativa relativa al cinema, allo studio delle sue tecniche, del suo valore artistico, nel mondo della scuola.

E ancora, uno dei Piani straordinari inclusi nel Fondo istituito cinque anni fa, riguarda il potenziamento del circuito delle sale, nuove, o di quelle dismesse e riattivate o - addirittura - allestite, anche su iniziativa di enti del terzo settore, presso strutture ospedaliere per il sollievo e la terapia dei pazienti. Una misura da paese delle fiabe: immaginiamo una saletta gestita da un Circolo cinematografico in un ala del Policlinico o del Papardo, forse sarebbe più probabile si materializzasse il tram sopraelevato.

Un concorso e un premio ‘siciliano’

Nell’ambito di un’occasione da addetti ai lavori, il Don Orione ha anche pensato a creare un’appendice molto apprezzata: un concorso che all’interno di una piccola preselezione di cinque lavori individuati nella migliore produzione recente, premiasse il miglior documentario italiano di cultura cinematografica.

A fregiarsi del Premio 2021, consegnato dal presidente della giuria, il critico portoghese Joao Paulo Macedo, presidente dell'IFFS, la Federazione Internazionale delle Associazioni Cinematografiche, l’organismo associazionistico sovranazionale che conobbe direzioni illustri come quelle del padre della critica cinematografica colta, il francese Georges Sadoul e ad uno dei padri del neorealismo, Cesare Zavattini, che poi guidò la FICC per tanti anni succedendo al primo presidente (il grande regista Antonio Pietrangeli eletto nel 1947) è stata un’opera che è legata alla città, visto che è ancora una volta un suo apprezzato figlio a tornare, almeno come non protagonista, come tante volte nella sua carriera. A vincere infatti è una biografia sulla consorte di Adolfo Celi, il mediometraggio Era la più bella di tutti noi -Le molte vite di Veronica Lazar, alla presenza della figlia Alexandra Celi, produttrice del film girato dal fratello Leonardo insieme a Roberto Savoca. E’ un’opera, già presentata a luglio al MUME nell’ambito di una kermesse dedicata all’attore, un documentario che si  mostra al contempo sincero nella scrittura e tecnicamente essenziale, come del resto era quello dedicato da Leonardo Celi al padre nel 2006 (Un uomo per due mondi).

Veronica Lazar, sposata al celebre attore messinese, era un’elegante e non troppo nota attrice, esule ebrea originaria della celebre regione rumena della Transilvania, impegnata nel teatro e al cinema soprattutto con l’amico Bertolucci (è sua la definizione di Veronica, coniata ai funerali e che dà il titolo al film) che la fece recitare in quattro film, compreso Ultimo tango a Parigi (dov’era Rosa, la moglie suicida di Brando) ma anche in Identificazione di una donna di Antonioni o come Mater Tenebrarum in Inferno di Dario Argento. Così come è ricordata anche in questo amorevole documentario, Veronica era una donna bellissima e di una libertà sconfinata e vorace, uno spirito ribelle che si dedicò anche agli altri sino a far parte come psicologa professionista di una missione governativa in Africa.

Tra gli altri concorrenti, molto gustoso è parso The Rossellinis documentario firmato nel 2020 da Alessandro Rossellini, nipote del maestro Roberto, un curioso e sgangherato personaggio, anch’egli ribelle e non incasellabile, né dentro un percorso artistico e umano di un minimo di coerenza né all’interno dell’ingombrante pantheon familiare dei cui ricordi va a caccia con la sua macchina a mano (dalle zie Ingrid e soprattutto Isabella, al famoso ex playboy Robertino che vive da eremita in Svezia). Interessante anche Alida, regia di Mimmo Vendresca, dedicato alla magnifica, algida e nobile (in senso figurato e non, visto che era una baronessa istriana) Alida Valli, sulla base delle sue lettere inedite, dei suoi diari, e di fotografie, riprese private di famiglia, interviste ai figli, agli amici e alla gente del mondo del cinema.

Il futuro e il ricambio generazionale

Il concorso è stato l’occasione per Genovese e il Don Orione di concordare con i delegati siciliani la creazione di un vero e proprio "festival del cinema itinerante", che si svolgerà, di volta in volta, in località diverse, in modo da poter coinvolgere periodicamente tutti i Cinecircoli siciliani.

Ottime notizie per chi ama il cinema, dalle quali può riparte la speranza di una resistenza culturale consegnata ad una realtà come quella dei circoli dedicati alla proposta cinematografica, alla riflessione sull’arte e sulla comunicazione filmata, anche e soprattutto nella sua forma di testimonianza di fascinazione e recupero della memoria come quella incarnata dalla produzione documentaristica.

Anche se “manca il ricambio generazionale”, o meglio si fatica ad intravederlo, notazione che serpeggiava in qualche momento di scoramento del tutto comprensibile nella riflessione, un ombra di fiducia condizionata che appartiene un po’ a tutto il panorama culturale, e che immalinconisce ogni operatore, nel campo del cinema come dell’impegno culturale tout-court quando si trova alle prese con le tante zavorre e incongruenze che si affollano sul percorso.

E’ manifesto però, che l’unico modo per proseguire in questo sogno ad occhi aperti in una sala buia, più o meno grande ma sempre illuminata da un fascio di luce che abbraccia una passione per i film condivisa socialmente fuori dai divani di casa, è impegnarsi con le generazioni che si affacciano in sala con una curiosità sempre fertile, che occorre alimentare e incoraggiare. E fa piacere trovare in partnership con il Don Orione una realtà come il Cineclub dei Piccoli di Palermo che nei quartieri dell’Albergheria e di Bonagia organizza proiezioni per i bambini e promuove la passione per il cinema.

Il nuovo pubblico, quello è il protagonista del futuro del cinema in sala, chissà che non possa essere “anche” il pubblico dei romantici e superstiti cineforum (ne sta per partire uno alla Multisala Iris), etichetta vintage con tanta sostanza a corredare la tenerezza della memoria.

Si parla di

Un sogno culturale chiamato Cineforum

MessinaToday è in caricamento